Un giorno d'estate in montagna

Di Piero Ferrazzini

( Genova ) Avevamo fatto tardi, pur essendo saliti di gran passo attraverso pascoli, boschi e petraie, fino alla morena e poi sul ghiacciaio, vasto e lungo: ma era ormai troppo tardi per attraversare la crepaccia terminale, senza correre pericolo. Così, per quanto ci rammaricassimo del contrattempo, è giocoforza rinunciare a proseguire da questa parte. La sgambata mi ha stancato, e mi fermo volontieri; gli altri, che non sono attrezzati per la roccia, vanno ad esplorare più lontano. M' arrampico su di un masso granitico piantato nel ghiaccio come una casa in un prato, e mi riposo pigramente: è così piacevole, nel sole già molto caldo e sotto il cielo sereno. Guardo le catene più lontane dei monti, che riconosco, pur velati da una nebbiolina celeste, e che fanno da cornice al paesaggio sottostante: e ammiro le valli profonde dai fianchi verdi, cosparsi di paesini chiari, vedo i nastri sottili del fiume e della strada, le abetaie scure e interrotte da prati: mi sorridono i pascoli più vicini sui quali si scorgono le mandre, paesaggio tranquillo, gentile, di gente sana e serena. Guardo più vicino, nel controluce, dove i minuti cristalli della neve e le minime increspature del ghiaccio riflettono e rifrangono i raggi del sole, sventagliando intorno una miriade di scintille iridescenti, che risaltano contro l' ombra della roccia. È magnifico spettacolo: un' orgia di luce che penetra dappertutto, sotto un cielo d' un azzurro intensissimo, in un anfiteatro grandioso. Chissà dalla cima, quanto più vasto ancora! Un' arietta deliziosa mi lambisce, penetra sotto le vesti, sembra liquida, palpabile. Sole, aria, luce: cose inafferrabili, di ogni dove, di ogni giorno, pure soltanto qui posso dire realmente di vederle, di sentirle, di conoscerle e di goderle: investono ogni cosa e ogni persona, dominano tutto, padroni di tutto. Ecco, d' un subito, un precipitare di sassi, non molto lontano, sveglia gli echi del monte: fragore di urti, colpi di blocchi che spaccano; poi in breve torna il silenzio, e non rimane che un poco di fumo cinereo che sale lungo la parete. Fossero cascati cento metri più in qua, non avrei fatto in tempo a schivarli... È vero, la mia esistenza è in balìa di forze nascoste: quest' aria gradevole, che sembra un alito di cielo, ha fremiti e vibrazioni trattenuti, come se nascondesse una voglia di schianto; e questo silenzio, che forse è quello degli spazi infiniti, è denso e come teso, in questa luce violenta, saturo forse di energie represse, e intuisco che potrebbe sfasciarsi in un frastuono d' inferno; sì, mi posso difendere il viso dalla luce vibrante, accecante, ma ricordo che poche ore fa avevo le mani gelate... Non potrei difendermi da queste possenti forze. Ma chissà perchè oggi provo come un vago timore? Forse per l' evidenza della mia nullità, forse perchè sono rimasto solo? Ma no, non c' è pericolo. Chissà però che anche queste forze non esercitino attrazione su di noi uomini? Oggi sono trattenute, domani saranno disfrenate: chi le regola, per il bene e per il male? Certo, tremende. Inerme di fronte ad esse, sento l' animo svuotarsi di colpo d' ogni pur lieve sentimento di superbia; poi un sentimento misto di umiltà, di rispetto e di ammirazione sale, nell' aria tersa, leggero come una preghiera. Ecco che l' animo e la mente si congiungorio in accordo spontaneo, e riconoscono in ogni cosa intorno come un senso nuovo, insospettato, un poco arcano e religioso, ma che dà un diverso e migliore significato all' esistenza. Vedo le stesse cose sotto un' altra luce, hanno adesso un' altra importanza, dicono altro, con voce. Anche altre volte, anzi ogni volta che ho rifatto la fatica della salita, che è purificazione, è sempre tornata la sorpresa di ritrovare così chiara quest' altra, benefica, migliore visione della vita. Forse viene da ciò, che questa vita, qui, diventa migliore in breve tempo? Guardo con altri occhi anche le piccole cose, le pietre, la neve, i cristalli, tutto è così nuovo, fresco, terso e puro; ecco, una grande purezza, ed una grande bellezza dappertutto, non in questo o quel versante, ma in ogni parte, in ogni aspetto di ogni forma e di ogni colore che il Creatore mi offre. Lascio vagare lo sguardo, che non è mai sazio, sulle forme lontane, su quelle vicine. Qui il ghiacciaio è quasi piano, rotto da strette crepe, e nelle conche la neve forma delle chiazze perfettamente bianche al sole, azzurre nelle ombre, mentre più cupo è il colore delle ombre sul ghiaccio. Le roccie circondano questo da due lati, formano una difesa contro il vento del settentrione, spingono le aguzze cuspidi molto in su, per vedere lontano o per incutere timore, ai viandanti ed ai nembi. Più in là invece esso diventa erto, e sale ad incontrare le rocce liscie e piantate verticalmente, vere muraglie.Vi saliranno, i miei amici? Ammiro la sapiente composizione di linee e di colori che mi circonda, colori leggeri al sole, pastosi nelle ombre, linee morbide ed orizzontali sul ghiacciaio, ma ripide sui muraglioni. Mi accorgo che il ghiaccio, sotto di me, non è più secco come un' ora prima, ma comincia a bagnarsi: al sole, ha cominciato a muoversi, sciogliendosi insensibilmente, e un velo quasi impercettibile e trasparente lo copre, si spande, e la superficie diventa più lucida; poi lentamente scorre, pigro, ancora intorpidito, tra i grani vetrosi del ghiaccio. E poco più in giù, l' acqua comincia a raccogliersi in rivoletti sottilissimi, che seguono le minime curve e pieghe del ghiaccio, poi scendono più svelte, trovano delle ondulazioni più profonde, a poco a poco scavano delle rughe, poi dei solchi, tortuosi pur nella direzione del maggiore pendio. L' acqua ora vi corre dentro liberamente, senza più dubbi e incertezza, ma ancora sorpresa della libertà ritrovata. Scendo e la seguo: i solchi si allargano e approfondiscono, i rivoletti sono diventati rigagnoli, corrono via rapidi e petulanti, con un brontolio prima sommesso, che poi si fa barbottio e chiaccherio: qualcuno è già ormai diventato un ruscello, e chiama con voce chiara, allegra, chiama certamente i suoi compagni. Ora non è più una voce sola, altre se ne aggiungono, molte altre, ecco, adesso è proprio un coro festoso, e a tratti direi che abbia voci umane, a tratti quelle di campanelle argentine. Poi il suono cambia, il tono varia, diventa più fievole, attutito; anche la corsa rallenta, ma riprende veloce e canterina poco oltre. Luccica il ghiaccio, luccica l' acqua nelle gole terse e trasparenti, che sembrano di vetro fuso, verde e azzurro; il serpentello acquoso brontola adesso agitato, si scontra in pochi sassi sparsi sul ghiaccio, ma ecco che finisce in un minuscolo laghetto e si placa: è una conca gelata, verde e azzurra anch' essa, coi bordi iridescenti di madreperla, e l' acqua riflette le cose vicine e quelle lontane, riflette il cielo e la neve, facendo nascere un nuovo e strano paesaggio rovesciato: lì vicino c' è ancora della neve, e dagli infiniti cristallini sprizzano scintille iridescenti, sui blocchi di granito luccicano le mille foglioline di mica, dal ghiaccio s' alzano sprazzi colorati e vividi bagliori, su dall' acqua nascono pagliuzze argentee sotto il sole che lancia dardi ormai cocenti: è una frenesia di luce tale, che cerco la poca ombra data dai massi di granito sparsi quà e là sul ghiaccio e che sembrano senza peso, pronti a scivolare via se li spingo. Lungo la parete rocciosa si muovono ora poche nebbie, spinte dal vento leggero della valle, verso le cime e dentro i canali dei costoni. Le voci dell' acqua sono salite di tono, è un chiaccherio continuato, e dà una impressione festosa, come i canti e i suoni delle sagre: e intorno c' è una gran pace, una serenità infinita. Ogni tanto giunge lo scroscio delle cascatelle sulle pareti, poi si smorza in un leggero fruscio, a seconda dell' aria, e mi pare di sentirvi dentro tutti gli accordi, e vi si aggiunge anche quello creato da quest' aria, più forte, più debole: un coro impetuoso ma in sordina che riempie tutta quella conca velletuta e diafana. Qualche sasso rotola dalle rocce, ma il rumore si spegne subito. Distinguo la voce dei ruscelli un poco più lontani, più timida, più bassa; e mi dico che certo non vi è musica più armoniosa, forse perchè cantata in uno scenario così maestoso, forse perchè armonizza con questa purezza di cielo e di nevi. E che pace! Più nulla che susciti il ricordo della vita arruffata degli altri giorni; il passato è ben lontano, forse non è mai esistito, l' avvenire non esiste, non esistono il male ed il dolore, non c' è che questa ora; non sento più la fatica, forse non ho più peso io stesso. Così lascio che il tempo trascorra, né mi accorgo che passi: qui è un lembo dell' eternità, un attimo di felicità che non fugge. Sulla vetta si è fermata una nuvola, si sforma, rimpicciolisce, si riforma; neppure per essa esiste il tempo. Manda una leggera ombra sulla roccia, come un segno della sua vita nell' azzurro, un' ombra di cielo, che chiama lo sguardo più su, più alto, nel vasto spazio, dove anche lo spirito sembra trasparire. Care, piccole cose, piccole e leggere come quell' ombra erano qui a porgere letizia, forza e fede: piccole cose, eppure senti che formano un altare, e che sorge da esso come un palpito, un respiro, un canto, un inno di gioia, di vita, di riconoscenza: e la nuvola è d' incenso. Come sono felice di essere qui e godere di questa armonia, nè più alta o intensa commozione posso desiderare, nè più viva sensazione. Questo è certo il quadro più luminoso e la musica migliore che natura abbia creato. Mi stupisco che sia fatto di così poche cose, così limitate, così immobili, e che possano suscitare anche quell' impressione della immensità, dell' infinito e dell' eterno, che nessuna opera umana riuscirà mai a dare. Quanto poco occorre alla natura, non guasta dall' uomo, per fare accogliere e comprendere il suo richiamo! Lo sento penetrare come una voce veramente amica, sento che placa il tumulto interno, che annulla ogni desiderio di male, e insensibilmente fa risorgere prepotente il richiamo verso il bello, il buono, il vero, che era soffocato nell' egoismo. Bisognerebbe portare quassù tutti gli uomini, gli sfiduciati, gli scettici, quelli cui l' esistenza è di peso, che non sanno più attingere luce per una vita concorde: e che ri-manessero qui un giorno intiero. So bene che non sempre è sereno, che le ombre pesano sulle vite disordinate; per esse è fatto questo sole, questo lavacro d' aria, di luce, di purezza: qui si sentiranno, come io adesso, riafferrati dalla più grande letizia, dal conforto che infonde la prepotente dolcezza di queste cose, dalla bellezza delle sensazioni, che qui si sommano al piacere di sentirsi liberi, sani, forti. Vorrei ben restare sempre qui, perchè più nulla mi attira della vita degli altri giorni. Lascio vagare lo sguardo liberamente, su quel mirabile accordo di luci, di linee, di ombre, di colori, che non è mai eguale o almeno mi pare sempre nuovo: cielo, nuvole, rocce, nevi, forme dolci e aspre, toni chiari e scuri, con tutte le gradazioni di tinte delicate e varie di infiniti accordi. Non è possibile che non nasca il desiderio del bene, non è più possibile accogliere pensieri cattivi, tutti si trasformano: vorrei, ecco, poter compiere qualche cosa di buono, sono certo che pur di venire qui, e restare, sopporterei grato altre fatiche, vorrei alleggerire quelle dei miei compagni, sento che tutto sacrificherei se potessi così permettere a tanti uomini di conoscere il misterioso invito a ben fare che emana da questo paradiso. Nella vita comune lasciavo spesso volare lontana la mente, per quell' anelito incessante di libertà che cova sempre in fondo all' animo: e giungevo, col ricordo, a rappresentarmi ancora queste forme e questi colori che mi avevano così stretto, che per me erano l' espressione delle cose perfette: ma quanto lontana dalla realtà sono il ricordo e l' immaginazione, anche se qui sei stato più volte e ne hai ritratto qualche linea colla fotografica! Nessuno dirà mai con perfetta aderenza cosa valga la carezza di quest' aria, quale sapore abbiano questi colori, quale voce questi suoni, vestiti di questa luce, e quanta luce, sotto questo cielo. Solo qui si può sentire il fascino del monte, una sottile malìa che si diffonde nell' animo come un vapore e mi prende tutto. Oggi posso dire di essere pienamente soddisfatto, ogni mia aspirazione è compiuta, non ho più nulla da chiedere, sono felice.

Qualcuno non crede a tale potenza della montagna, e mi domanda cosa vado su a fare... Certo, non è possibile capire finchè si corrono altre strade, finché il desiderio è carico di egoismo e di aridità: bisognerebbe portare qui tutte le generazioni, obbligarle a venire una prima volta: poi tornerebbero da sole, e con quanto beneficio per l' umanità!

Ridiscendo lungo il ghiacciaio, seguo un ruscello incassato nel suo letto di cristallo liscio: corre più di me, perchè il pendio è ripido: brilla al sole, ecco che passa sotto un ponte scavato nella neve di una valanga, sembra sepolto, invece riesce di là e riprende la corsa, con voce più chiara, più forte, come contento di essere ritornato alla luce. D' un tratto, non lo sento più, non lo vedo più: ecco, è sprofondato con un salto in un crepaccio, nelle viscere del ghiacciaio, e anche il suo canto è stato inghiottito da quella bocca verde e lucida, fredda e profonda. Odo più forte la voce degli altri rigagnoli, come se chiamassero quello scomparso; arrivo sull' orlo della voragine, e mi raggiunge un fragore cupo di un fiume che corre giù nell' imo fondo. Chissà che l' acqua non si sia nascosta per gioco, o forse illudendosi di fuggire ad un destino che ha intravvisto? I suoi compagni corrono via più rapidi ( o mi pare ?), come per sfuggire al pericolo, direi che anche le cime guardino severe, come se avessero perduto una piccola creatura, e volessero trattenere le altre dalla sorte incerta. Penso a questa loro sorte, quando troveranno l' uomo, che intorbiderà e stron-cherà il loro cammino, incurante della loro purezza, e le caccerà in canali e tubi e macchine, donde usciranno sporche, e nessuno le vorrà più neanche provare. Sì, un poco il nostro destino, di nascere puri e liberi, ma di infangarci lungo la strada, schiavi del progresso: riesciremo a liberarci ancora dal fango, prima di sparire, come farà quest' acqua rievaporando dal mare? Ecco, forse il loro canto sereno qui nell' azzurro, ultimo palpito di vita pura, è come una preghiera prima del sacrificio all' uomo, un richiamo perchè comprenda la necessità di tornare qui, un monito perchè dal buio risorga alla luce, a questa luce alta, sempre più alta, alla Luce prima?

Ora la crosta del ghiacciaio è tutta sollevata in piccole creste, entro cui lo sgelo ha traforato una varietà di pizzi fantastica: mi spiace doverli calpestare; scricchiola sotto il piede, tintinnando come vetro spezzato, e i frantumi scivolano via leggeri, con suono metallico. Costeggio un crepaccio, ammirando il gioco della luce, azzurra e verde, dentro la spaccatura. Il sole scotta, ma l' aria che lambe il ghiaccio potra refrigerio: la luce piove su ogni cosa con forza abbacinante, sembra pesare, e le ombre sono quasi scomparse. Più grosse di prima sono le cascate, il loro canto è più forte, ogni tanto le sento scrosciare, poi quasi tacere: una di esse forma un largo arcobaleno. Incontro una frana di sassi, sotto di essa scompaiono tutti i ruscelli: di là ne ricompare uno solo, grosso, schiamazzante fra ghiaccio e pietre.

Sono quasi giunto alla fine del ghiacciaio, ormai molto ripido, con crepe larghe, e debbo porre molta attenzione ai sassi incastonati e che sono traditori, per esperienza. L' acqua ora scompare entro quelle crepe, la sento ancora ma come se fosse molto lontana. Scendo sulla morena; adesso non arriva che lo scroscio delle cascate sulle pareti del fianco, ma poco dopo, scavalcate petraie e blocchi, ecco che compare tutta l' acqua del ghiacciaio, bianca, spumeggiante rapida e fragorosa, torrente già impetuoso, che cerca sfuriando la strada fra lo sconvolto ammasso di blocchi. Più giù, però, ecco che il torrente, dopo tutta quella fatica, si calma, va via piano, così piano che rispecchia cielo e monti, e sul fondo si vede ogni sassolino. Vi tuffiamo le mani, è quasi gelata, non si sporca neanche rimestando sul fondo: l' acqua è così saporita, che nessuna bevanda le sta a pari. Pochi passi ancora, ed ecco la sorpresa di un fascio di primule gialle che salutano, mosse dall' aria: come hanno potuto, così graziose e delicate nel contrasto coli' azzurro, trovare forza per resistere al gelo della notte e al lungo inverno, per offrirci qui, fra dure pietre, un sorriso, un gesto gentile, un palpito di vita? Pregusto il piacere che mi daranno fra poco le genziane, gli anemoni, le soldanelle, le rose alpine, e tanti, tanti, innumerevoli altri fiori. Piccole cose? Eppure, come vorrei che riempissero tutta la mia vita, rimpiazzando molte cose « grandi »! Licheni rossi e gialli tappezzano i sassi, e là un mazzo di « non ti scordar » guarda con occhi azzurri; e qui ecco un prati-cello di muschio così tenero che invita a sedere. Una marmotta fischia l' allerta, sa che le siamo nemici. Gli uomini: nemici tra di loro, nemici degli animali... Seguo l' acqua che fluisce tranquilla, e ristà in vista di una balza, come timo-rosa, ma non può fare a meno di precipitare fragorosamente verso i pascoli verdi che l' attendono. Addio! Io resto ancora, non ho desiderio di altri luoghi. Vien su dai sassi e dall' acqua un odore fresco e sano, e dalla valle un poco di brezza. Le montagne sembrano ora più alte, così senza ombre, e quando i miei compagni mi raggiungono, il bisogno di riposo mi trova adagiato sul verde muschio, presso l' acqua, in poca ombra. Sembra che l' atmosfera vibri nella luce intensa, soffusa ogni cosa di un velo azzurrino, più denso nelle ombre, come un poco di cielo sparso dappertutto per renderle più lontane, diafane, immateriali. Così anche il paesaggio in quell' ora aiutava a completare l' impressione di sentirci portati fuori del mondo, sollevati sopra la terra, sopra tutte le cose. M' invade un poco di torpore; e così piano piano una ridda di ricordi mi danza attorno al capo, sullo sfondo di quei monti: prima indecisi e pigri, sospesi anch' essi fra cielo e terra, vanno e vengono, incerti, assonnati, senza ordine, nè scopo, nè meta, inconsapevolmente, sorvolando anni e luoghi, richiamando in vita brevemente e sfumati mille fatti che ritenevo ormai svaniti nel tempo; poi più precisi, brevi episodi piacevoli, ricordi dei giorni della giovinezza, e più lontani ancora, nelle valli, nei campi, sui monti, fra giardini, anche immagini e volti dimenticati: chissà perché, chissà come? Eppure, così offuscati, avvolti in nebbia, hanno ancora sapore, suscitano dolcezza, e un poco di nostalgia, di gratitudine, di desiderio, un sentimento misto e come velato anch' esso, forse spinto da quegli attimi di vita spensierata che ritornano, vita felice e innocente, e che riassaporo, nel silenzio e nella quiete, e comprendo forse meglio di allora... Forse qui nasce da sé, naturalmente, dalla bellezza del posto, ogni bella sensazione, anche vaga, richiamata forse dalle stesse visioni di allora? Oppure soltanto perchè l' animo tornava buono e semplice come una volta? Chissà! Nuvole passano nel cielo, ed io non so interrompere quell' onda di ricordi gradevoli, che riallaccia morbida-mente, senza contrasti, gli anni passati al presente, come ritessendo tutta la vita; e forse cullavo io stesso, indolente, quelle svaporate visioni che si mesco-lavano e poi sovrapponevano: ma mi sentivo sprofondato beatamente in esse come in un dormiveglia, dimentico dei compagni, del luogo e dell' ora, appoggiato a quelle sensazioni varie e inafferrabili che davano piacere, come una carezza vellutata, a tutti i sensi: e suoni, forme, colori, luce, calore, frescura, pensieri e ricordi, tutto si fondeva in una musica insolita ma deliziosa che rapiva e discioglieva animo, energie e volontà. Non so quanto tempo rimango così. Sento chiamare da lontano, ma non mi muovo, non posso rompere quel sogno, se è sogno. Poi, riprendo il sacco, meravigliato di sentirmi così leggero, come inebriato: ho voglia di cantare, di pregare, di gridare la mia felicità: e mi risponde l' eco vicino e quello lontano, voci amiche, che ripetono il mio gaudio. Scendo lentamente, e non penso al ritorno, non penso che devo tornare fra la gente, non penso al lavoro dell' indomani: la realtà di ogni giorno è ancora lontana, non ricordo d' avere famiglia e ufficio e casa... No, non è così, veramente, ma se quei pensieri arrivano, è facile cacciarli lontano. Tornare? Non ha senso, non desidero dover scendere nella miseria, a ricordare « il tempo felice ». Resto qui, dove lo sguardo abbraccia ben tanto mondo, tutto il mondo più bello; perchè la gente vive laggiù, e non costruisce qui le città? Senza verde, senza sole, senza acqua buona, senza aria buona, perchè vivere laggiù, nella polvere e nel fango? Ma qui, qui c'è la medicina per tutta l'umanità! Qui non c' è alcuna cosa brutta, è buono anche il sapore della neve e l' odore dei sassi: dove troverei una profusione tale di cose sane, sincere, e belle, offerte in una sala così vasta, sospesa fra cielo e terra, in mezzo a spettacoli magnifici di paesaggi intatti, a musiche delicate e concerti eterniMi fermo ancora, lascio che i compagni chiamino. Voglio passare qui almeno tutta questa giornata, voglio cogliere fiori, assaggiare ogni ruscello — forse ogni acqua è diversa — tuffarmi nel verde. Fischia qualche marmotta, un codirosso mi viene vicino, e un culbianco; poi sommesso e lontano chiocciolano delle pernici: mi meraviglia il pensiero che un giorno abbia dato loro la caccia... Care bestiole! Come invidio la vostra esistenza che trascorre libera nell' aria e nei pascoli, e il primo sole è vostro, e per voi l' acqua più pura e i fiori più belli, e i tramonti e le albe rosse e verdi, e sotto questo cielo non conoscete il male, e il vostro canto è un incenso al Creatore! Ben altro altare e ben altro incenso c' è « laggiù ». Ma via, via questo pensiero deprimente: sono lontano dagli uomini, e lontano dal loro influsso: mi sento puro e sincero come tutte le cose qui. E lascio scorrere le ore, giro senza meta fra i terrazzi verdi e profumati di timo e fioriti come aiuole, e non penso a nulla, solo assorbo questa gioia che mi entra da tutti i pori del corpo nell' animo. Si colorano di rosa le nuvole, le nevi e le acque, e il crepuscolo muore nel buio che sale dalla valle. Allora costeggio le pietre del sentiero che porta al rifugio. Porto nell' animo tanta serenità, e una luce sicura illumina così forte la via che conduce alla meta della vita, che non ho timore di lasciarle più appannare; ma le voglio gustare ancora qui, nel santuario che me le ha offerte; e scendo lentamente, in questo silenzio che ha il sorriso delle ore che ho passato, e il fruscio dei passi nell' erba non lo turba. Sussurrano timidi i rigagnoli le loro preghiere, al richiamo di qualche campanella lontana, sotto il cupo azzurro del firmamento, che, così riempito di stelle, e così vivide, non ho mai veduto prima d' oggi.

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