Un po’ di far west in Europa Trekking di confine sulla Peaks of the Balkans Trail

Dal 2012, la Peaks of the Balkans Trail attraversa tre paesi, il Kosovo, il Montenegro e l’Albania. Lunga 192 chilometri, la via escursionistica è stata realizzata nell’intento di superare confini, promuovere il turismo – e aprire gli occhi degli appassionati delle Alpi su altre montagne europee.

«Terra vergine: dovrebbe stuzzicare.» È con chiarezza e concisione che Carl Täuber, membro onorario della sezione CAS Uto, iniziava il resoconto «Meine Durchquerung der nord­albanischen Alpen im April 1914», che apriva lo Jahrbuch des Schweizer Alpenclub del 1914-1915. La terra vergine non ha smesso di stuzzicare, e le montagne pure. Con il titolo «Vergessenes Bergland», in «Le Alpi» del 1936, Werner Lattmann sosteneva addirittura che l’Albania fosse «il solo frammento di far west rimasto in Europa». E oggi?

Una cosa è certa: chi imbocca la nuova via attraverso le montagne di Kosovo, Montenegro e Albania si avventura in un viaggio di scoperta paesaggisticamente, gastronomicamente, socialmente e politicamente appassionante. E nel Prokletije, le cosiddette montagne incantate, non mancherà di ricordare a ogni passo le sue contrade natie. Ogni giorno, da quattro a dieci ore di marcia per antichi sentieri, alloggiando in villaggi e capanne presso persone ospitali: e chi non ci starebbe?

Come a casa, ma un’altra cosa...

Bianco-rosso-bianco: le marcature dei sentieri albanesi luccicano come in Svizzera. Le zanne calcaree della valle di Ropojana, lungo la quale corre l’oggi verde confine tra Montenegro e Albania, somigliano agli Engelhörner. La cospicua vetta del Maja e Arapit (2217 m), che delimita la vallata a meridione, è detta il Cervino albanese. La mulattiera che lo costeggia a est scendendo a Thethi è realizzata con una genialità simile alla Gemmiweg – e quando ci si è lasciati alle spalle i buoni 900 metri di dislivello, le articolazioni delle ginocchia si rallegrano anche nei Balcani. La primitiva valle di Shala ricorda la Val Bavona, la sua cascata quella della Valle del Salto, la pozza colma di gelida acqua verde bottiglia che si incontra più a valle a Ponte Brolla. Ma la piccola osteria in legno lì accanto appartiene chiaramente a un’altra cultura. Così come il pasto gustoso che ci siamo visti servire dopo il bagno.

Slow food diverso

A proposito di cibo: bukë e byrek, pane fermentato e sfogliatine ripiene di formaggio o spinaci; speca e sultjash, peperoni verdi arrostiti e riso al latte; cevapi e tlyn me djath, polpettine speziate alla griglia con una salsa calda a base di burro, formaggio e aglio servite con pane. Mattina o sera, nessuno si alza da tavola con la fame. Indimenticabile è l’ultima sera della nostra traversata dei Prokletije, quella di sabato 11 giugno 2016. Dopo una camminata di cinque ore buone, arriviamo nel villaggio di pastori albanese di Dobër­dol, a 1800 metri sopra l’Adriatico e ai piedi della vetta dei tre paesi, Tromeđa, Tromedja o Trekufiri (2365 m), dove Albania, Montenegro e Kosovo si incontrano. Una conca di un verde intenso, cavalli e mucche, pecore e cani. Un idillio alla fine del mondo, senza copertura cellulare. Alloggiavamo all’albergo Bashkim, anche se il termine potrebbe apparire leggermente esagerato: piuttosto un paio di capanne comodamente e amorevolmente arredate per gli escursionisti e un ampio tavolo davanti alla casa. In cucina, una semplice stufa a legna. Ma le sottilissime sfoglie che la signora Bashkim ci ha preparato, la sera come il mattino: pura poesia! E poi, via: zaino in spalla per l’ultima volta. In chiusura del giro dei tre paesi avevamo l’intenzione di salire al Gjeravica (2565 m), il tetto del Kosovo. Più in alto, sul confine, ecco risuonare in diversi smartphone gli attesi SMS sugli Europei di calcio: Svizzera-Albania, uno a zero. Anche in questo: a casa e all’estero, tutto uguale.

Nuove prospettive grazie all’escursionismo

In questa parte più selvaggia e alta delle Alpi Dinariche, la miscela di vicino e lontano, di familiare e sconosciuto, è al tempo stesso unica e sconvolgente. Prima che il turismo le serrasse nella sua morsa, erano così anche le nostre Alpi? Sfruttare in modo sostenibile questa bellezza primordiale: ecco l’obiettivo del progetto Balkan Peace Park. Il turismo escursionistico dovrà schiudere nuove prospettive alle popolazioni delle valli più discoste dei tre stati dopo la guerra del Kosovo del 1998-1999 – e offrire a noi marciatori nuove esperienze in una natura pressoché incontaminata. Dovrà trattarsi di un turismo socialmente e naturalisticamente rispettoso, capace di costruire sulle risorse locali. Un turismo in grado di ripristinare i legami economici un tempo esistenti tra queste regioni. Sotto il dittatore Enver Hoxha, l’Albania si è chiusa in se stessa per decenni. Nel quarto giorno di marcia siamo passati per i resti dei suoi famosi e temuti «bunker individuali». Tempi passati, per fortuna. Nel 2013, la Peaks of the Balkans Trail ha vinto il premio Tourism of Tomorrow del World Travel & Tourism Council.

La nuova via escursionistica è sinonimo di un futuro al di là dei confini nazionali. Quello tra il Montenegro, dal giugno 2006 uno stato sovrano, e il Kosovo, indipendente dal febbraio 2008, non è neppure chiaramente definito ovunque. Come ad esempio tra i due passi di Jelenka e Zavoj, che abbiamo superato il terzo giorno, in parte sotto una pioggia scrosciante.

Festa in vetta al Peaks of the Balkans Trail

La divisa dell’intero trekking è l’euro, persino in Albania, che in realtà non fa parte dell’eurozona. Si parla per lo più l’inglese. Solo la nostra guida di montagna e accompagnatore, Enis Shehu, 33enne albanese della capitale, Tirana, che lavora anche in una palestra di bouldering, come seconda lingua preferisce l’italiano, che ha imparato da piccolo guardando i programmi della TV italiana. Di lingua madre albanese è anche il nostro secondo accompagnatore Rhahim Tërnava, 39 anni. Che siccome la prima sera, a Priština, ha notato che gli escursionisti svizzeri non rifiutavano un bicchiere di vino, ne ha portate con sé due bottiglie a mo’ di sorpresa per la prima vetta.

Il suo nome è Hajla (2403 m). Sorge a nord della Val Rugova, che si scava in profondità tra le montagne da Pejë, la Interlaken del Kosovo. È rimasta l’unica. Sì, perché il Maja e Jerzercës (2694 m), la montagna più alta del Prokletije, lo abbiamo ammirato praticamente da ogni lato, e lo Zla Kolata (2534 m), il tetto del Montenegro, pure. Entrambe vette di prestigio per degli escursionisti alpini, ma non ne avevamo il tempo. Alla Gjeravica, infine, il diluvio avrebbe dovuto sopraggiungere un’ora dopo, così avremmo raggiunto quella vetta al margine del Peaks of the Balkans Trail e posato lo sguardo su nuove Alpi.

E percorrendo queste montagne europee, sempre luccica ancora qualcosa di ciò che William Cozens-Hardy scrisse nell’Alpine Journal del 1894-1895: «In Albania ancora vi sono vaste regioni di montagna inesplorate, meno note, stando ai testimoni più affidabili, dell’interno dell’Africa.»1

Bunker individuali

Percorrendo l’Albania è praticamente impossibile non incontrarle: piccole cupole tonde in calcestruzzo, per metà sporgenti dal terreno. Sono tutte quante bunker. Sono sorte tra il 1972 e il 1984, nell’Albania soggetta alla dittatura comunista di Enver Hoxha. La versione più piccola era pensata per un’unica persona, quella media per quattro e le più grandi per pezzi di artiglieria e altri scopi. L’obiettivo di Hoxha era di costruirne una ogni quattro albanesi, in totale si stima che siano circa 200 000. Nulla documenta il fatto che abbia raggiunto il suo scopo. Il motore dell’impresa furono le paure paranoiche di Hoxha di essere aggredito da grandi potenze estere o dagli stati vicini. Grazie ai bunker, la sua intenzione era di poter mettere in atto una guerra partigiana in qualsiasi momento.

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