Una vita

DI ETTORE DE TONI, GENOVA

II sole brilla splendido nel pieno meriggio e l' ombra della Croda si stende brevissima sulle ghiaie basali: dopo una colazione svogliata mi son disteso al sole, assorto: ecco, la Croda è là, ferma come sempre, immobile con la sua bella parete nord, a me tanto cara, eppure qualche cosa mi impedisce oggi di guardarla con gli occhi di sempre. Sono le 14: ieri a quest' ora, esattamente, due minuscoli puntini neri erano giunti all' inizio della bella ed aerea traversata che dalla lunga serie oscura di camini, nell' interno dei quali brilla sinistra una vena di ghiaccio vivo, porta allo spigolo finale: soltanto due tiri di corda o poco più, sospesi sopra un vuoto assoluto: pochi metri sotto, la parete della eroda, rientra strapiombando di un paio di dozzine di metri; erano i fratelli Berti e Hermann Schultes, due giovani della Baviera. Attorno al rifugio, ieri, un continuo commentare e sbinoccolare naso all' insù: commenti per di più insulsi, a volte pretensiosi o decisamente sciocchi: Michele Happacher, per non sentire, si era allontanato, com' è suo solito quando c' è qualcuno sulla nord, e da qualche avvallamento del terreno, binoccolo agli occhi, aveva spiato la salita dei due giovani; poi li aveva lasciati alla fine dei camini ed era rientrato in Rifugio: procedevano sicuri anche se non eccessivamente rapidi, ma date le loro qualità di forti arrampicatori, non avrebbero impiegato troppo, da quel punto, ad attraversare ed a salire gli ultimi 150 m di 6° in parete, i più difficili di tutta la salita: la via di Toni e Franz Schranzhofer per lo spigolo nord della Croda dei Tòni.

Poi ad un tratto qualche cosa aveva richiamato lo sguardo di Michele su, verso la traversata: si era udito un grido; qualcuno dei curiosi aveva risposto con un jodler, ignorando che cosa rappresen-tasse quel grido indistinto che scendeva dall' alto! Pochi istanti dopo nel cerchio nella lente del binocolo, l' ottima guida vedeva con terrore che una corda pendeva giù perpendicolarmente dalla traversata: tutto proteso nello sforzo di trattenerla, lassù sulla strettissima cornice, un uomo era rannicchiato contro la roccia: nel vuoto completo, sospeso sull' abisso parecchi metri sotto, un corpo umano si dibatteva nel disperato tentativo di arrivare a toccare la parete, lontana dalle sue mani, in quel punto, una quindicina di metri: troppi! Ancora qualche stupido commento di chi certamente non aveva capito quale tragedia stesse maturando là nel vuoto; l' angoscia più terribile aveva preso il buon gestore del Rifugio: era il solo in grado di partire immediatamente su per la parete, già da lui salita parecchie volte ( nonostante le promesse fatte alla moglie, dodici giorni prima era venuto lassù anche con me !). Nessuno dei presenti, italiani o stranieri, si era dichiarato in grado di seguire Michele nel suo coraggioso tentativo di portare aiuto: sì, poteva anche salire, isolato fino lassù, sia pur con grave rischio, ma poi cosa avrebbe potuto fare da solo?

Lanciò di corsa il portatore del Rifugio, il buon Erich, fino al Locatelli, dove sicuramente c' era qualcuno che poteva salire con lui, se non altri Hasse ed i compagni, che avevano portato a termine, il mese prima, la loro « direttissima » nord della Grande di Lavaredo. Poi inviò ancora gente di corsa giù a Sesto ad avvertire le guide disponibili: e l' attesa divenne indicibile tormento, il tormento di chi non può fare nulla, ben sapendo che ogni minuto, ogni secondo è prezioso!

Avevano già gridato a quello che era rimasto sulla cornice di cercare di fissare la corda: qualcuno sarebbe salito al più presto: si facessero coraggio! In uno sforzo la corda doveva essere stata assicurata al chiodo: quaranta metri sotto, il caduto continuava disperatamente ad agitarsi: la corda loi 1 Tolto da Le Alpi Venete, XI. 1.1961, gentilmente autorizzato.... * 11 Die Alpen-1964- Les Alpes161 stava stringendo sotto le ascelle soffocandolo: lo circondava il vuoto più assoluto; tentò forse di salire lungo la corda, senza riuscirvi; parlava con voce sempre più fioca, eppure tentava ancora, tentava di spingersi contro la parete gialla così lontana, irraggiungibile! Dall' alto il fratello alter-nava i consigli e gli incoraggiamenti al caduto con angosciate invocazioni verso il rifugio: non c' era un minuto da perdere!

Quando alle 16 e mezza ero giunto, grondante di sudore per la corsa fatta dal Locatelli al Comici, già due ore erano trascorse e la situazione era precipitata: lassù c' era silenzio: il caduto faceva ancora qualche movimento con le gambe, ma senza più convinzione: anche l' energia estrema della disperazione stava abbandonandolo; contemporaneamente a me, dal fondavalle, erano giunte due guide di Sesto, Pepi Hölzer e Max Innerkofler, due cari amici: Michele aveva tutto pronto!

Due minuti dopo riprendevamo la corsa verso il ghiaione basale della Croda, mentre il cielo si andava oscurando sinistramente: poco dopo le 17 eravamo all' attacco della via Schranzhofer, quel ripido scivolo nevoso: di qui vedevamo penzolare immobile, contro il cielo plumbeo, il corpo del caduto. Ci avevano raggiunti intanto Dietrich, Hasse e tre suoi amici, Richard Goedeke, Peter Fischer e Karl Schönthaler. Mentre ci si legava, Michele aveva urlato: « Wir kommen schnell! » ed avevamo cominciato veloci la salita.

Ieri tutto questo? soltanto ieri sera? Michele era avanti assieme ad Hölzer: correvano letteralmente sulle infide paretine che con ducono all' inizio dei camini: Max ed io facevamo del nostro meglio per tenere loro dietro e le due cordate di tedeschi salivano spostate sulla sinistra. Poi sulla vetta della Croda si era scatenato il finimondo: fulmini e grandine accompagnati da sinistri rimbombi: lo scroscio fitto della pioggia ci aveva sorpresi alcuni tiri di corda sotto l' inizio dei camini; avevamo tentato di procedere ugualmente, ma iniziavano le scariche di sassi: ciascuna delle cordate allora, aveva cercato riparo a ridosso di qualche sporgenza, defilata se non dall' acqua, almeno dalla grandine di pietre che sibilava dall' alto. Il tempo passava scandito dal ritmo fittissimo della pioggia che ci investiva in pieno.

Non appena le condizioni atmosferiche lo avevano permesso, eravamo usciti dai nostri ripari riprendendo veloci la salita; l' uragano si era allontanato, ma ormai era l' imbrunire: nonostante tutti sperassimo ancora in un miracolo, e come uomo e alpinista mi sforzassi di credere ancora l' impossibile, dentro di me il medico ammoniva che era troppo tardi: erano troppe ore che quel poveretto era là, appeso, soffocato dalla corda stretta attorno al torace: oltre quattr' ore, quattro lunghe ore di agonia: ancora parecchio in alto, sopra le nostre teste, riuscivamo a distinguere, sospeso alla corda, il corpo oramai senza più vita: il vento lo faceva oscillare leggermente mentre girava lentamente su se stesso!

Nel buio quasi completo sopra di noi avevamo sentito per un po' Michele che gridava verso l' alto, poi un lungo silenzio: eravamo rimasti soli, Max ed io, poiché i quattro tedeschi si trovavano in un camino alla nostra sinistra, invisibili nel buio e silenziosi. Ed era sopravvenuta l' oscurità più completa: eravamo avanzati ancora un po' e quasi all' inizio della breve traversata che porta alla base della lunga serie di camini, che costituiscono la parte centrale della salita, avevamo ritrovato Michele Pepi che scendevano: si erano portati sotto gli strapiombi del torrione sommitale, fino al termine delle rocce umanamente praticabili ed erano giunti a poche decine di metri dal corpo che penzolava dalla corda, fuori nel vuoto: si erano resi conto che non c' era ormai più nulla da fare! Era morto!

Avevamo creduto di poter ridiscendere al rifugio, minuscolo faro nelle tenebre del vallone, ma non era più stato possibile; avevamo allora provveduto a sistemare un angolo riparato da un diedro a luogo di bivacco: a tratti gridavamo al giovane lassù sulla cornice, per chiedergli come stava: e la risposta scendeva impersonale, quasi indifferente: « Danke, gut !»; ed era là bagnato fradicio, con i piedi su una piccola cornice a sbalzo sullo strapiombo, con il fratello appeso sotto di lui nel vuoto, appeso a quella corda che egli vedeva inabissarsi nel buio della notte; ed era solo, solo con la sua angoscia tremenda: se il fratello fosse stato ancora vivo? se fosse soltanto svenuto? se queste ore di notte, lunghe, interminabilmente lunghe e fredde ne avessero soffocata la vita, forse ancora larva-tamente presente? Erano gli stessi pensieri che continuavano a turbinare anche nel mio cervello: la ragione e l' esperienza li respingevano giustamente come impossibili, ma tutto in me era ribellione alla logica, in quel momento!

Era notte fonda ormai da parecchio tempo: dopo un brevissimo dormiveglia mi ero ridestato: gli altri si erano addormentati sotto i loro sacchi da bivacco: io, completamente inzuppato e tremante di freddo non riuscivo a prendere sonno; poi, improvvisamente la luce del rifugio si spense e l' oscurità divenne oscurità completa: restai solo e con lo sguarlo levato verso l' alto cercavo ogni tanto di discernere qualche cosa, ma non c' era che oscurità e silenzio, rotti dal rumore di una cascata d' acqua forse giù nella gola dall' Anticima: lontanissime sulle pendici di Monte Elmo, due piccole luci brillavano, rendendo ancora più fitta la tenebra attorno a me. Il freddo intenso non mi dava requie ed il mio cervello che non riuscivo a frenare, lavorava incessantemente; vaghi ricordi della filosofia appresa sui banchi del liceo: « Cogito ergo sum » aveva proclamato Cartesio: una mente che pensa è esistenza, è realtà; ma la stessa mente anelante le altitudini delle vette, è ancora realtà? ma che cosa giustifica di fronte a noi stessi, prima che agli altri, l' anelito, la passione verso la montagna? è lecito, se non senz' altro doveroso, imbrigliare un impulso così forte che ci proietta verso le erode?

Era il mio primo bivacco! mi sorprendevo io stesso nel vedermi abbandonato a simili pensieri: avevo letto frequentemente di quello che si è soliti fare durante i bivacchi in eroda; gli amici che ne avevano fatti me li avevano descritti in tinte fosche o allegre: erano passati veloci, oppure erano state ore interminabili! Ogni tanto mi alzavo in piedi facendo attenzione a non urtare corpi dor-mienti e tentavo di fare un po' di flessioni sulle ginocchia per riscaldarmi, poi mi riaccucciavo battendo i denti nel mio angolo e risprofondavo nei miei pensieri che si accavallavano, sfuggendomi via via inafferrabili.

« Andare per montagne selvagge è una via alla liberazione » aveva ammonito Milarepa, il saggio vegliardo tibetano che alla fine dell' anno 1000 si era ritirato, dopo un' esistenza travagliata e delu-dente, in assoluto isolamento in un eremo alle falde dell' Everest: ma non era di questa liberazione che il saggio monaco buddista parlava, non della perdita della vita su montagne selvagge come questa, che in una piega della sua roccia, teneva nove essere viventi ed uno che di vita era ormai privo! La liberazione dalla sofferenza, dall' ignoranza, dal peccato, da tutti quei mali che affliggono i mortali nella loro esistenza, oggi tanto più infelice perché turbinosa e senza pace! Ma quel corpo lassù, che penzolava nel vuoto, attraverso la passione per la montagna, aveva realmente raggiunto la liberazione in una con la morte?

Una vicina scarica di sassi mi aveva riportato per un poco alla realtà fredda e buia della notte, ma subito la mente aveva ripreso il suo viaggio incerto, vulcanicamente, sprizzando immagini e concetti. Ma qual' era la causa che aveva spinto l' uomo alle montagne? Cosa era accaduto, in fondo, in poco più di cento anni, da sospingerlo all' Alpe? Era il semplice spirito di avventura che aveva guidato i primi solitari verso le montagne? Quell' innato desiderio di scoperta, di rinnovo, di rottura con il passato che si manifestava verso la montagna con l' abbandono di quella posizione di arcano e congenito timore che allontanava gli uomini dalle alte montagne e che fino al principio dello scorso secolo aveva dominato sovrano? O non vi si poteva, al contrario, scorgere una sottile vena di misticismo, di quel primordiale misticismo dal quale Milarepa stesso nel lontano Tibet era già tutto pervaso nel suo solitario ritiro spirituale? Quel misticismo che qui in occidente aveva fatto affermare a Ruskin che « le montagne sono i più bei templi innalzati al culto del Signore »? È dunque, l' alpinismo un tentativo di ricerca della perfezione attraverso la contemplazione che unisce ideali* mente l' uomo a Dio e che in montagna si sente così vicino, perché ci si trova dinnanzi a qualchecosa che inconsciamente sentiamo più grande e più potente di noi?

Il freddo era diventato intensissimo e nonostante i tentativi per riscaldare le mani le sentivo fredde, come fossero cosa non mia: e riandavo con il pensiero alle lontane lezioni di anatomia: il corpo umano, questo mirabile congegno, nel quale miliardi di cellule nascono, producono, si moltiplicano, soccombono: ed è proprio in questo continuo divenire che è la vita! quella vita che pochi metri sopra la mia testa non esisteva più, fermata nel suo incessante fluire da un evento eccezionale, evento però che la vita stessa aveva direttamente provocato! La passione per la montagna, movimento impetuoso, violento, irrefrenabile dell' essere vitale e ragionevole, verso ciò che desidera, verso i grandi colossi di roccia o ghiaccio! Ma d' altra parte, alla radice della passione per la eroda non potrebbe nascondersi un' intima coscienza di debolezza, che cerca inconsciamente una rivalutazione proprio lassù, dove la solitudine e lo isolamento fa superiori e dove così naturale è il disprezzo per chi non osa staccarsi dalla pianura? Lassù dove il senso di inferiorità viene automaticamente capo-volto nella superiorità dell' alpinista, anche se artificialmente creata? E quanto nell' alpinismo, apparentemente costituito da puro desiderio di eroda, di luce, di altezza, è invece esibizionismo o talvolta uno scomposto spirito agonistico di rivincita?

Era strano, tutte queste domande erano venute affacciandosi incontrollate alla mia mente in un assoluto disordine, né ero riuscito a contrapporre una qualsiasi risposta plausibile e tempestiva a tanti punti interrogativi! Avevo guardato l' ora: le due sfere fosforescenti emanavano un lieve chiarore tremolante nel buio; ma non riuscivo a distinguere quale delle due fosse la piccola: potevano essere le 3 o con altrettanta probabilità mezzanotte e un quarto. Avevo pensato di togliermi la giacca a vento, ancora tutta bagnata, che mi congelava la schiena poggiata contro la roccia, ma avevo dovuto rinunciare perché anche il golf sottostante era inzuppato; ero rimasto a lungo immobile, tremando di freddo: da sotto i sacchi da bivacco in cui si erano rifugiati gli altri, proveniva un russare ritmico e tranquillo; giù in fondo la cascata scrosciava sempre, monotona, rendendo ancor più acuta la tensione nervosa che assieme al freddo mi vietava il sonno. Pochi minuti dopo ero nuovamente in piedi per rifare movimenti con le braccia alla ricerca di un po' di calore, poi, dopo un tempo che avevo sperato lunghissimo, avevo nuovamente osservato l' ora: una lancetta era sparita dietro l' altra: erano le 3 e un quarto. Il tempo era lento, paralizzato: non scorreva mai sulla parete nord della Croda! Avevo pensato di lanciare un grido al poveretto che 150 metri sopra la mia testa stava trascorrendo una notte di tenebra ben peggiore, ma avevo lasciato perdere: nessun giovamento gli avrebbe portato! Poi insensibilimente ero sprofondato nel nulla, nel vuoto silenzioso del sonno senza sogni.

Mi ero riscosso quando l' alba stava emergendo lentissima dietro il groppone del Popèra, un' alba tranquilla, come sempre, fantastica come tutte le albe quassù, ma per me era stata la liberazione da un incubo che era durato un' intera interminabile notte: avevo levato lo sguardo verso l' alto: « Io alzo gli occhi ai monti, donde mi verrà aiuto! » il canto di David mi risuonava nella mente; ma sulla rossigna parete nulla era mutato da ieri sera: il corpo inanimato era sempre là, con il suo lievissimo fluttuare nella strana luce dell' alba. Poi pian piano, uno dopo l' altro, tutti si erano riscossi, scambiandosi dei sommessi « Gut Morgen » ancora impastati di sonno. Poi due, Hasse e Hölzer, erano partiti su per i camini: avrebbero dovuto salire fino al vivo, lassù sulla traversata, ricuperare il caduto calandolo verso di noi se possibile, proseguendo poi verso l' alto, sfruttando una uscita dai camini, variante raramente seguita, che evita la traversata e lo spigolo finale. Ci eravamo resi conto frattanto, che i due tedeschi avevano traversato 40 metri buoni sotto la traversata effettiva, incon-trando difficoltà più sostenute.

Ma giunti al livello del superstite, i due non se l' erano sentita di buttarsi fuori, date le condizioni di estremo pericolo della roccia bagnata e sdrucciolevole, ed erano proseguiti fino alla traversata autentica, portandosi poi a perpendicolo sopra il tedesco: noi, nell' ombra, eravamo rimasti a guardare verso l' alto: il sole arancione inondava di luce la parete della Croda, lassù dove i nostri amici erano saliti.

Ci giungevano suoni di voci concitate e potevamo vedere chiaramente i gesti che i tre facevano: sembrava essersi accesa una discussione, della quale non ci era difficile comprendere il significato: il ricupero del cadavere era estremamente complicato e pericoloso, e i due avevano ordinato al superstite, secondo quanto avevamo stabilito prevedendo una simile eventualità, di legarsi alla corda che gli avevano calata dall' alto e ciò fatto di tagliare a colpi di martello l' altra corda che lo univa al morto penzolante nel vuoto. Ma se per un caso, eccezionale, fosse stato ancora in vita? Ricordo con quale ostinazione angoscita il poveretto rifiutasse di compiere tale atto: doveva essere molto provato psichicamente per non rendersi conto dell' assurdità di una simile ipotesi! Anche Michele dal bivacco lo incitava: non c' era altro da fare! Il sole già alto era giunto ad illuminare anche lo spiazzo di ghiaia dove eravamo, ma il superstite resisteva con ostinazione; poi finalmente cedette: eseguì meccanicamente quanto gli si era chiesto, pur sapendo di scavare così una piaga inguaribile nel suo cuore: un tonfo poco lontano da noi, dietro una costola rocciosa; poi Pepi e Dietrich lo avevano ricuperato vicino a loro e si apprestavano a scendere lungo i camini: il poveretto non era più in condizioni di salire! Il mio dovere di medico mi chiamava là dove non avrei mai voluto andare! Karl riluttante fu costretto a seguirmi da Michele: « Tu Karl sei il più giovane e vai con il dottore! Devi imparare a conoscere l' altro volto della montagna! » Sapevo che era necessario che 10 andassi là: prevedevo che il fratello superstite mi avrebbe chiesto una conferma, una certezza che valesse a ricacciare un' idea remota ma insistente che gli si sarebbe insinuata nella mente, ahimè quante volte nel futuro! Una certezza che io soltanto come medico, potevo essere in grado di dargli!

Poi eravamo discesi mesti come un corteo funebre, lentamente giù fino al nevaio, stanchi e pro-strati: là la squadra del Soccorso alpino di Sesto aveva già pensato ad allontanare il corpo del caduto che, per la rottura della fune con la quale eravamo intenti a calarlo dalla parete, ci era sfuggito, piombando sulle ghiaie!

Ero rientrato al Rifugio, dove visi amici ed ignoti cercavano di abbozzare un sorriso: erano le 11 passate e mi ero lasciato convincere a prendere qualcosa di caldo: poi eravamo usciti tutti quanti incontro al superstite: lo avevamo atteso sul sentiero presso una barella coperta di fiori, raccolti da mano gentile là tutto attorno. Il primo sguardo di Berti Schultes era stato per me, uno sguardo disperatamente interrogativo! Gli avevo stretto la mano con forza assentendo con il capo ed i miei occhi gli avevano gridato: « No, Berti, non pensarci piGià ieri sera il cuore di Hermann, tuo fratello, aveva cessato di battere! »; quanto potevo fare per lui era dargli quella conferma, con la speranza che fosse sufficiente a risparmiargli un dubbio che implacabilmente lo perseguitava, lui innocente!

Guardo verso la Croda, distaccato, assente: ieri! Appena 24 ore: una vita!

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