Un'indimenticabile fine del mondo.

Ermes Borioli, Locamo

La precoce offensiva dell' inverno, impostata su intense correnti fredde e umide che si sprigionano dalle profonde depressioni che gravano sui paesi nordici, ha indotto Tone, l' ispettore del rifugio Alzasca, a decretarne l' anticipata chiusura.

Partiamo il sabato mattina, incuranti del tempo pessimo e della catastrofica evoluzione prevista per il giorno successivo per il Sud delle Alpi « coperto e piovoso, abbassamento del limite delle nevicate tra 800 e 1000 metri ».

Attraversato a Riveo il fiume Maggia, le cui acque sono scarse, malgradoie abbondanti precipitazioni, dato che sono prudentemente accumulate a monte per far fronte all' incombente crisi energetica, iniziamo la salita lungo il familiare sentiero che s' inerpica a scalinate nella boscaglia, fino allo spiazzo della Rotonda, a quota 1200 m. Li incominciamo a calpestare la prima neve.

Dalle baite semidiroccate provengono i belati delle pecore, le quali vi hanno cercato riparo dalle intemperie, che le hanno spinte anzitempo verso valle.

Incomincia a nevicare e l' insolito spettacolo delle piante fronzute, che l' autunno non ha ancora rivestite del suo manto sgargiante, piegate sotto il peso della coltre di neve, ci fa dimenticare lo sforzo della marcia.

Quando già pensiamo di dover calzare le racchette, ecco il simpatico incontro con tre pastori, provenienti dall' Alpe Sascola alla ricerca del loro gregge, che istintivamente li ha già preceduti verso il maggengo; troviamo cosi un buon tratto di traccia battuta.

Dal refettorio del nostro rifugio, dove il termometro segna + 5, si sprigiona il consueto, caloroso benvenuto.

Quando il fumante risotto è già pronto per essere scodellato, giungono, inumiditi di pioggia e sudore, Alfio e Alberto, coi quali passiamo la serata, fin che l' ultimo ventino alimenta la fioca luce della lampada a gas.

Il risveglio è dei più brutali.

Uno scricchiolio della porta, un tramestio di scarpe chiodate, e l' affacciarsi sulla soglia del dormitorio di un viso patibolare, sinistramente illuminato da una lampadina frontale. Un inconscio brivido scuote le nostre ossa addormentate: ci sembra di intravvedere il messaggero dell' anti Clemente VII, il quale per quel fatidico 13 di ottobre aveva preannunciato la fine del mondo.

Quando poi il nuovo venuto incomincia a parlare di villaggi illuminati e di luci rosse, il panico è completo.

Tone si precipita al fornello per riscaldare un po' l e preparargli una bevanda rifocil-lante; finalmente ci spiega di essere il capo di un gruppo del CAI di Luino che, a tarda sera, aveva manifestamente seguito la pista dei pastori, portandosi a nord verso Corte Nuovo, anzicchè continuare lungo il pendio, in direzione ovest, fino alla capanna.

Non erano traveggole le sue! Nel loro notturno pellegrinaggio, gli amici di Luino erano certamente giunti fin sul dosso, da dove intravvidero le luci del fondo valle e il segnale intermittente l' antenna televisiva di Riveo.

Partiamo con Tone, che porta con se una bottiglia thermos quale novello San Bernardo, alla loro ricerca.

Fuori, la Valle Soladino si presenta in tutto il suo immacolato splendore; le ultime stelle si stanno spegnendo in un cielo terso.

Di buona lena scendiamo al Corte di Fondo e quindi rimontiamo la china. Dalla baita dell' alpe sale un pennacchio di fumo. Vi troviamo nove profughi, rattrappiti attorno a un misero focolare. In un battibaleno si riordinano i sacchi; il primo, radioso sole illumina la comitiva, che si mette in marcia, fiduciosa, verso la capanna.

Ci prodighiamo per assicurare ai nostri inattesi ospiti tutto il conforto possibile. Alfio e Alberto gli hanno preparato il giaciglio, dove tosto si sprofon-dano in un sonno ristoratore. È giorno di festa: togliamo dallo scaffale la bandiera, che già avevamo riposto per la pausa invernale, e la issiamo sul pennone, dove si spiega sotto una leggera brezza.

Diamo fuoco a una manciata di paglia per dis- gelare la fontanella, che incomincia a gorgoliare gioiosa, sciogliendo la neve.

Tone si siede pensoso, vuota la cassaforte e pon mente ai conti: sono solo 400 anche quest' anno gli alpinisti che hanno scoperto questa zona idillica.

Una salita al lago, arrancando con le racchette in circa 80 centimetri di neve fresca, ci da un' ulte conferma di quanto gli assenti abbiano torto.

La tradizionale cortesia dei nostri amici italiani non poteva certo andare smentita. Al nostro ritorno al rifugio troviamo una sontuosa tavola imbandita. Berto, il più anziano, ha cucinato una polenta con lenti e cotechino, come ne abbiamo gustato raramente. Giovanni stappa una bottiglia di spumante: è il suo compleanno e vuoi contrac-cambiare i camerati, i quali gli hanno offerto un poster, che allude scherzosamente alle sue non troppo brillanti doti di alpinista.

In una commovente comunione di intenti e di spiriti, cerchiamo di fugare l' ombra dell' iniziativa contro l' inforestierimento, sulla quale il popolo svizzero dovrà pronunciarsi tra una settimana, certi comunque che l' esito dello scrutinio non riuscirà mai a dividere individui come noi, esaltati da un unico, nobile ideale.

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