Valle di Malvaglia

Di Bruno Legobbe

Con 2 illustrazioni ( 25, 26 ) ( Biasca ) Ritorno di primavera: è la vita che torna a reclamare i suoi diritti sulla gran massa amorfa ed assonnata del monte che, neh " inverno, è stata model-lata sotto la neve come un plastico immenso. La vita...: è il ritorno del sole, il lene mormorio del rivo ancora incrostato di ghiaccio, mormorio che nei dì seguenti s' accrescerà fino a diventare il rombo solenne del torrente impetuoso, il timido occhieggiare dei crochi, l' ergersi frale delle soldanelle, l' azzurro sorriso delle genziane, quello ardente dei rododendri, il rinverdire dei prati e dei pascoli, il belar delle pecore brucanti i primi fili dell' erba rinascente, il riaprirsi delle finestrelle dei poveri casolari, l' ondeggiare pigro del fumo azzurrino sui tetti e, la sera, il rapido squillo della campanella l' umile oratorio...

Tornata la vita sul monte, riposti, ormai, i rapidi legni che durante l' inverno ci han portati, fedelissimi, sui pendu nevosi, abbiam ripreso a salire il calle sassoso tutto inondato di sole — che i castagni non avevano ancor messa la loro chioma — e siamo saliti...

Siamo saliti lassù a ritrovare i siti già noti e conosciuti eppur sempre nuovi che, ad ogni ritorno di primavera, sembran celarci una promessa: dolce promessa di pace, lieto sorrider di sole, vago incanto del bosco, dei prati e dei casolari che si rivedon sempre con rinnovato piacere.

Val di Malvaglia: siamo saliti sul traballante carrello di una funivia che ha preso ad ascendere al di sopra dei vigneti e delle case del piano per rivelarci, subito dopo, una cascata bellissima. Il corso d' acqua che solca la valle, prima del suo definitivo congiungersi col Brenno, spicca un salto maestoso: sembra quasi voler finire la sua vita in bellezza e vi so dire che sa compiere un capolavoro! La colonna d' acqua scende, rimbalza, saltella tra i massi del fondo dopo aver superata la parete a picco del burrone, orrida ferita incisa nel fianco del monte. Sul lembo estremo, ali' opposto lato della valle, il sentiero che sale passa per breve tratto sull' orlo del dirupo e, mentre noi saliamo, la sagoma di un asinelio carico si profila contro il verde cupo del fondo; pochi metri discosta, aggrappata alla roccia, una rovina col tetto sfondato, l' arco del portale tuttora eretto, qualche feritoia slabbrata, tratti di muro cadente. È una di quelle « case dei pagani » — secondo la definizione paesana — che non si sa precisamente né quando, né da chi fossero state erette, né quale ne fosse stato lo scopo. Qua e là, nella Valle di Blenio, se ne trova qualche rovina che sorge generalmente in posti orridi e selvaggi spa-zianti su vasti territori: punti di osservazione forse...

Lasciamo dormire la storia e i suoi misteri. Il carrello traballante della funivia, intanto, ha continuato a salire al di sopra del burrone ove l' acqua si solleva in una nuvola dai riflessi iridei, la cascata è scomparsa e, in breve ,';J:.

eccoci alla stazione superiore. La località è chiamata Pontèi: quivi una buona strada entra nella valle e ne segue il fondo fino a Dandrio, un sentiero invece s' arrampica sulla falda sassosa e sale a tornanti sotto i castagni verso Dagro.

Il nostro scopo, oggi, è appunto di salire a Dagro ( Dègro, nel gergo locale, probabilmente derivato da ègra, aquila ) che si raggiunge dopo un' ora e mezza di salita. Il sentiero è un po' come tutti i sentieri di quella che potremmo chiamare la « bassa montagna »: erto, sassoso, scosceso talvolta, sì da somigliare più al letto di un torrente che ad una strada, sia pure di montagna. Ma i montanari lo usano quale è, e proprio oggi, una buona compagnia s' attarda lungo il tragitto curva sotto il carico che porta sulle spalle: è tornata primavera e si ritorna in alto. Il peso è greve: taluno porta le poche masserizie, altri il materasso e le coperte, una donna ha nella gerla qualche cosa che rivela ad un tratto la sua natura con una serie interminabile di grugniti, i ragazzi spingon le capre e i più anziani tengon d' occhio le mucche. È gente intenta alla propria bisogna che vive una vita tutt' altro che comoda, in lotta tutto l' anno con le difficoltà e le avversità di una natura troppo avara. Eppure invano si cercherebbe di leggere nel suo limpido sguardo l' ombra di una preoccupazione o un segno di malcontento: si tratta di gente rude, che accetta la vita quale è senza recriminazioni e senza lagnanze, come il soldato che sa di dover combattere compie il suo dovere fino ali' estremo. È gente rude che, tuttavia, ali' apparire di un forestiero, schiarisce il viso ad un sorriso e lo saluta cordialmente, magari con un « bonjour Monsieur » che vi richiama subitamente come i valligiani siano dediti ali' emigrazione specialmente in Francia. La parlata francese è assai diffusa e vi capita sovente di conver-sare con uno di questi montanari in un idioma tutto particolare: parole italiane, parole francesi, locuzioni dialettali, tutto farcito e frammisto in modo da farne una lingua quanto mai pittoresca al sentir la quale non si può non ridere.

Talvolta, non solo il linguaggio, ma anche la foggia del vestire tradisce l' influenza della lontana città di Francia: certi berretti con la visiera di cuoio, certi « baschi », certe giacche di satin nero vi mostrano talvolta il montanaro malvagliese sotto l' aspetto dell' operaio della banlieue o dei faubourgs. Ricordo di aver incontrato una volta un degnissimo uomo in « stifelius »: uno stifelius che ai tempi della sua... giovinezza doveva essere evidentemente nero ma che aveva poi cambiato colore assumendone uno indefinibile tra il rosso ed il marrone. Il vecchio era compitissimo: al vederci — eravamo una allegra compagnia — si fermò sorridendo dopo aver confidate le cure del maiale che spingeva ad una giovane che l' accompagnava: « Vanno a pas-seggio questi signori? »; e poi una sequela di complimenti, di indicazioni, di informazioni. Ma ecco che, al momento di lasciarci, il tipo fa: « Sentite signori, non potreste darmi venti centesimi per berne una staffa' alla vostra salute? » ( Si era ancora ai tempi beati in cui una « staffa » costava solo venti centesimi. ) Comprendemmo allora il motivo di tanti complimenti. Le staffe diventarono una diecina e, per quel giorno, la sete del nostro montanaro fu soddisfatta: ma non è il solo, nella valle, a ricercare tali soddisfazioni e, purtroppo, l' in VALLE DI MALVAGLIA Bf* fluenza della grande città si fa sentire anche sotto certi aspetti che non sono dei più entusiasmanti.

Come ho detto, il sentiero che sale da Pontèi a Dagro è abbastanza ripido: ed oggi i castagni numerosi sotto i quali si svolge non hanno ancora messo le fronde ed il sole dardeggia: noia del solleone se si vuole — benché ci si trovi solo a fine aprile — ma d' altra parte questo inconveniente ci è ripagato dal fatto che la vista può spaziare sulla valle senza che la chioma fronzuta dei castagni la impedisca e questo è pur qualche cosa per chi vagabondeggia sulla montagna a scopo di diporto.

Dopo un po' più di un' ora di cammino gli alberi si diradano; a destra si stacca un sentieruolo che mette ai casolari di Arzeio. Ma la strada continua a salire e laddove le piante hanno fine si scopre una distesa di prati in dolce pendio. Appena sopra il bosco è Qualgano, più in alto è Dagro.

Dagro sorge in magnifica posizione in un' ampia conca di prati e di campi di segale e di patate, dominante la bassa valle di Blenio e l' alta Riviera. Da Dagro si scorge molto bene l' abitato di Biasca. Il villaggio è abbastanza grosso: casupole, generalmente di legno, divise quasi sempre in due parti ed abitate da due famiglie. Stalle e rascane: e queste sorgono davanti al villaggio, com' è naturale, laddove splende maggiormente il sole. I montanari vivon lassù otto o nove mesi all' anno: la loro risorsa è la terra; governano il bestiame, coltivan le patate e la segale, tagliano il fieno, raccolgon la legna e lo strame. La Val di Malvaglia è una delle poche nostre vallate nella quale si continua ancora a cuocere il pane ed ogni abitato ha il suo forno il quale, ogni tanto, viene messo in funzione. I montanari vi cuociono il pane: quel fragrante pan di segale che, quando s' arriva lassù, ognuno si preoccupa di procurarsi come se si trattasse di una leccornia. Il pane è cotto poche volte all' anno e si conserva per delle settimane pur rimanendo sempre eccellente malgrado che, talvolta, il farlo a pezzi diventi una operazione quasi ardua perché la crosta divien molto dura. Verso il luglio, chi dal piano guarda verso la conca di Dagro la vede tutta cosparsa di appezzamenti che si staccano dal fondo verde dei prati col colore dorato che assumono: si tratta dei campi di segale. Più tardi si ha il raccolto e la trebbiatura che vien compiuta ancora coi mezzi tradizionali: si stendon ruvide tele sull' aia e si comincia la batti-tura col coreggiato. Donne e uomini si affacendano intorno all' aia, chi porta i covoni, chi batte, chi monda e spigola. La scena ci riporta alla purezza delle tradizioni avite e ci fa pensare alla placida vita di altri tempi quando il cozzo delle ideologie e le più astratte teorie della filosofia politica potevano interes-sare, anziché i popoli, qualche cerchia ristretta di individui. Ed a pensarci, allora come oggi, non si trattava che del pane...

Un' altra coltura che abbonda in tutta la valle è quella della patata: ovunque il terreno si fa pianeggiante si trova un campo e, per lo più si tratta di campicelli di pochi metri quadrati perché il frazionamento dei terreni, in tutta la valle, è estremamente intenso, con quali conseguenze per l' economia agricola ed il tenore di vita degli abitanti è facile immaginare.

Come in altre regioni montagnose i contadini conservano le patate durante l' inverno in modo singolare: al momento del raccolto scavano una buca nel campo stesso, la rivestono di paglia, vi metton le patate e la ricoprano di terra. In primavera riapron la buca e scopron le patate fresche come se fossero appena raccolte.

Queste colture, con la pastorizia, l' allevanto dei bovini, delle capre e delle pecore che sono abbastanza numerose, e di qualche maiale costituiscono le sole risorse della popolazione della valle.

Chi giunge a Dagro si sofferma ad ammirare il paesaggio com' è uso al momento in cui l' escursionista giunge al termine di una tappa o alla meta: allora egli depone il sacco, alza la mano al di sopra degli occhi per ripararli dai raggi del sole, guarda ed ammira. A Dagro conviene portarsi un po' a lato del villaggio, sopra un promontorio dal quale si ha un' ampia vista anche sulla Valle di Blenio che, dah " abitato, non è possibile.Verso questa il monte sprofonda in ripide pendici: in tempi preistorici dev' essersi staccata dal suo fianco una frana immane che è caduta in fondo alla valle: l' ammasso di materiale forma oggi quella che è chiamata la « ganna di Ludiano » ed il volume dei massi eh' wi si trovano può dare un' idea di quello che fu lo scoscendimento avvenuto però, come ho rilevato, in tempi in cui l' uomo non aveva ancora fatta la sua apparizione nelle nostre vallate. La vista più ampia si ha verso la valle del Ticino ed il gruppo della Verzasca, poi salendo verso il nord s' ammira il gruppo del Lucomagno e le vette di quelli dello Scopi e di Medel. Ad est si ha la prospettiva di una parte di quelle del Torrone. Infine, ed è questa la parte del paesaggio che ha il maggior interesse, le sommità meridionali del gruppo dell' Adula che coronano la valle a oriente e a mezzodì. Valle, è bene rilevarlo, per modo di dire, perché sarebbe certo più appropriato usare il termine al plurale. La Val di Malvaglia, infatti, si può considerare come un complesso di valli che s' innestano in quella principale la quale ha inizio alla bocchetta di Guarnei, a breve tratto dal ghiacciaio di Bresciana, e scende poi verso mezzodì. Si ha una prima diramazione laterale verso l' alpe di Giumello, una seconda a Madra, detta appunto Val Madra, una terza nei pressi di Ponte Cabbiera con la Val Combra e l' ultima, di trascurabile importanza tuttavia, nei pressi dell' imboccatura della valle, ed è quella di Biasagno.

Da Dagro, seguendo il versante destro, ci si inoltra nella valle. I sentieri sono numerosi: si può prestare quello principale che, attraverso i prati, porta a Carrei, Chiavasco e Anzano per scendere poi a Dandrio; ve n' è poi uno intermedio che, un po' per i prati un po' per il bosco, riesce al medesimo posto e ve n' è un altro che parte da Dagro, sale ai monti di Cassina e di Trosa e, attraverso il bosco, mette a Titciallo dove si può scendere ad Anzano e Dandrio oppure continuare ancora il bosco e scendere direttamente a Dandrio. È questo il sentiero che l' escursionista segue volontieri perché si svolge in una magnifica zona e segue un tracciato che permette di dominare interamente la valle. Ma da Cassino si può salire anche, sempre per il bosco bellissimo, I i fino all' alpe di Giov e portarsi poi ali' alpe di Presculmo ed ali' Alpe Cervio. L' Alpe Cervio è una bella conca che sale gradatamente verso la Cima di Piancabella e quella di Ganna Rossa. II gruppo dei cascinali si trova ad una altitudine di 2000 metri circa nella zona più pianeggiante dell' alpe il quale arriva a « portare » — come dicono gli alpeggianti — un centinaio di capi di bestiame grosso e non meno di trecento capi di quello minuto durante due mesi estivi. È un bel posto Cervio, che guarda direttamente sul Vogelberg, il Rheinquellhorn, la Loggia, bianchi giganti di neve e di ghiaccio che si ergono maestosi sulT opposta parte della valle; è un bel posto, penso, anche neu' inverno: quivi lo sciatore trova una regione molto ampia, sui 2000 metri, che va da Cervio, seguendo sempre il medesimo versante, fino ali' alpe che si trova in fondo alla valle, quello di Guarnei, indicato nella carta Siegfried col termine di Quarnaro. È questa una bella traversata che si può compiere neu' inverno mantenendosi, dopo Cervio, sui 2100 metri di altitudine. D' estate si sale generalmente per il fondovalle da Dandrio a Prato Rotondo, si devia a destra salendo e si supera il gradino roccioso che sta in fondo alla valle sopra il quale sta appunto Guarnei, oppure si va a Pozzo e, da questo posto si raggiunge l' alpe per il sentiero principale che è abbastanza ripido. La conca di Guarnei è pure molto bella. L' alpe vanta un cascinone quasi nuovo e ben tenuto che ospita il numeroso bestiame che vi passa un paio di mesi all' anno.

Sopra la conca di Guarnei s' erge una muraglia che culmina, ad ovest col Sasso di Casseo ( m. 2655 ) e l' Uomo di Sasso ( m. 2675 ), ad est con la vetta dell' Adula ( m. 3406 ) e La Loggia ( m. 3077 ). A nord, superati due ripidi gradini, si arriva alla bocchetta di Guarnei che mette in comunicazione la Val di Malvaglia con la Val Carassina. Al culmine del passo v' è un laghetto che riflette l' azzurro del cielo. AH' intorno la natura è spoglia: pochi anni or sono il ghiacciaio di Bresciana rinserrava ancora il lago tra i suoi ghiacci; ora esso sovrasta separato dal lago da una ripida parete e tutt' attorno all' acque non è che una pietraia spoglia.

Dalla conca superiore dell' Alpe di Guarnei si può, volgendo a levante e superando il ripido nevaio, poi il ghiacciaio che si protende ad ovest della Loggia, raggiungere il Rheinwaldfirn, scendere al ghiacciaio del Paradiso e, per la Valle dello Zapport, portarsi a San Bernardino.

( Continuazione )

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