Viaggio in Carnia

Di Luigi Pescaste

Con 1 illustrazione] ( 5 ) ( Mantova ) L' alta Val d' Ampezzo s' apre sopra un panorama dolomitico, fatto di cime seghettate, d' un color caldo, che va a perdersi sotto le ampie, rilucenti, colate di ghiaccio che s' aggrappano nelle pieghe dei monti. Uno scenario tormentato, roccioso su cui l' alba ama mettere veli rosati d' un colore bellissimo: è il solito incantesimo dell' alba sulle dolomiti, che fa sfoggio di tutti i fuochi pirotecnici. Lo scenario è ampio, maestoso e anche sereno: qui la vera montagna s' appelesa qual' è: gigantesca ma tranquillante, senza quella malignità grigia e buia, che hanno certe rocce paurose. Senti quasi una montagna amica: e quelle pennellate bianche, candide, sono punti di appoggio su cui VIAGGIO IN CARNIA l' occhio può serenamente posarsi. Qui, in quest' ampia vallata, dominata dal gruppo eccelso del Cridola, sorgono i Forni Saurani.

Siamo agli estremi confini della Carnia, ed il Cadore s' annuncia là in fondo con le cime dei suoi monti che sembrano alzarsi sulla punta dei piedi per sbirciare di qua.

La natura, il panorama hanno caratteristiche ibride, come zona di passaggio, come tratto di unione tra due regioni affatto diverse.

Ma non così il paese che pur sito in questo estremo limite della Carnia ha saputo restare legato alle più antiche tradizioni carniche, conservandone caratteristiche e costumanze. Forse perché questa terra, è terra antichissima su cui i secoli hanno lasciato i loro ricordi: scavando, si sono trovati resti che risalgono fin all' epoca romana. È quando un paese, un popolo, poggiano su terra pregna di storia, quel paese e quel popolo sapranno, in qualsiasi tempo, conservarsi sempre simili a sé stessi. La storia, la tradizione guidano a volte, anche inconsciamente, le coscienze di un popolo.

Forni di Sopra, Forni di Sotto hanno una fisionomia caratteristica: grumi neri di case affumicate, strette fra loro, sullo sfondo verde e riposante della valle. Le pareti di roccia, bellissime, si levano a spalliera quasi protettrici.

Le case sono — quasi tutte di legno — rifacendosi ad uno dei tipi di casa carni ca.

La casa carnica in muratura va assumendo la sua fisionomia nel secolo XVI° e nel' 600 ha un progressivo sviluppo: ed i paesi della regione vanno ornandosi e — direi — uniformandosi a questo tipo. Ancora ne rimangono moltissime: piccole costruzioni rustiche, a due piani, con la facciata rivolta al sole: un particolare, questo, che ho annotato sul mio taccuino di viaggio, oltre che per un' esigenza naturale, come una nota di poesia. Casette col bel porticato e il loggiato sovrapposto, ornato di colonnine che danno alla casa un senso arioso e sereno; ed archi di pietra a tutto sesto che tolgono alla casa ogni smanceria inutile e dannosa, dandole un senso pesante di sana struttura: un riccollegarsi, quasi, alla tradizione romana. Le case hanno, poi, volta a crociera ed il tetto, che fa da ampio cappello, con i due spioventi molto sporgenti. Ma a Forni, dicevo, è più diffuso l' altro tipo: con la parte superiore di legno. E un tipo, anche questo, caratteristico e prettamente carnico, forse con un senso più rustico dell' altro. Le case sembrano quelle tipiche di cartone, fatte per giovattolo: coi due spioventi molto ampi, con i lunghi aggraziati ballatoi esterni. Le case sono nere: ed i ballatoi che potrebbero essere, volendo, una festa cromatica di fiori, sono opachi senza spicco, ospitando quasi sempre paglia, fieno o strame. Il fumo ha passato una mano di tinta color caffè su tutte le case, dando loro un aspetto bruciato; da tubi di latta sporgenti este il fumo che ama indugiare, basso, sulla strada quasi a ritoccare la tinta delle case.

È naturale che questi paesi così costrutti abbiano un grande, eterno, nascoto nemico: il fuoco. Entrando in paese cartelli antichi, che sanno quasi di medioevo, pregano di fare attenzione al fuoco e di avere particolare cura.

Questo avviso richiama involontariamente tempi lontanissimi in cui il fuoco era veramente il nemico primo, tanto da personificarlo, dandogli aspetto fisico, corpo e vita.

VIAGGIO IN CAKNIA Effettivamente bisogna vivere qui in questi paesi fatti per metà di assi per capire cosa significhi una scintilla. Si arretra davvero nel tempo: le forze della natura rinvigoriscono le loro insidie, ripalesandosi la lotta fra loro e l' uomo.

La storia di questo paese è segnata di incendi: l' ultimo è del tempo della guerra e fu per opera dei Tedeschi: molte case bruciarono nel cuore di Forni di Sopra. Ma la tradizione è più radicata bruci pure il fuoco: ma il bosco amico da ancora buone tavole, salde travi per ricostruire la casa là ove è bruciata. Tale e quale quella di prima. E nella cucina, attacamento fedele ad una tradizione che mai non si spegne, sorgerà il bel focolare carnico, senza cappa, pittoresco nella sua struttura e col sigillo del genio artistico locale.

E del resto dove, se non su questo tipico, antichissimo focolare, potrebbero cucinarsi i tradizionali cibi camici? La « brovata » fatta con le rape ancora munite di foglie, messe a fermentare: quelle « bravate » che mettono un aroma agra per tutta la casa, un odore che sembra penetri nella mura, s' appicichi ai mobili, saturi le vesti?

E il bruno, saporoso piatto di « craut » fatto coi cappucci fermentati l' aceto e nel sale?

E nelle sagre gioiose ( in cui l' aria si riempie di canti solenni, quasi che l' anima canora del carnico sveli tutta l' onda armoniosa in sé riposta ) gli immancabili « chialsons » specie di ravioli pieni di ricotta, lessati e conditi con burro e ricotta affumicata, ove potrebbero ( per conservare l' atmosfera antica, solenne come un rito ) avere il battesimo tradizionale se non sul focolare carnico?

La cucina è il cuore della casa carnica, ove si beve il « most », spece di sidro tratto dalle mele, ove, nei giorni di festa si fa il dolce popolare detto « lis sopis » composto di fette di pane indorato e fritte su cui le « bulide » ( una specie di vino cotto ) mette una cascata di color bruno.

E nelle cucine, che sono spesso ampie e ariose se pur annerite dal fumo, con i mezzo il focolare che troneggia come un' ara pagana, si può ben dire che si tramandino gli usi camici: la cucina è proprio il sacrario dei lari antichi e delle consuetudini vetuste.

Qui, fra le donne che ormai purtroppo non portan più le vesti di un tempo ( oppure, se ben osservi, molte amano portare ancora scialetti messi alla foggia antica, e fazzolletti e trine che richiamano il folclore del passato; quasi un pentimento più o meno espresso a tradire l' antico ) si raccontano, per la gioia e la paura dei bimbi le leggende del luogo, popolate dai favolosi abitatori dei boschi, dagli spiriti beningni o maligni, ben noti per le loro strane prodezze: storia vecchia, a cui non credono più neppur i bimbi, ma che costituisce il nucleo pittoresco della letteratura popolaresca carnica.

E qui, nelle cucine fumose, viene tramandate l' arte di filare la lana — arte antica e umana quant' altre mai — sul tardo filatoio, fra le dite abili delle donne.

E forse anche l' arte del ricamo carnico, per cui andavano famose le donne di queste parti.

Mi piace credere che ancora qualcuna vi sia, che tramandi quest' arte antica, che nei sei o nel settecento ebbe in Carnia la sua età d' oro. Pare im- VIAGGIO IN CARNIA possibile come le donne carniche, ben adusate al lavoro dei campi, con i fianchi allenati alle pesanti gerle e le mani callose e dure, sapessero passare dalla rude venga al fine e delicato lavoro dell' ago.

Come in Ungheria le donne di Halasz, d' estate, badano alla terra e d' in, dopo di essersi tolti con la carta vetrata i grossi calli fatti dagli attrezzi agricoli, fanno i delicatissimi ricami vaporosi come una nube, per i quali va giustamente famoso il loro paesetto, così le donne di Carnia erano famose per i loro ricami, pregiati. Adesso si possono vedere solo presso qualche famiglia signorile o nella fredda atmosfera di un museo.

Trine ad ago, con un' ispirazione di motivi veneziani e dannati, trine a fuselli, trine a rete e a buratto.

E i ricami a « punto reale », eseguito in bianco, il « punto scritto » bello per l' acceso aromatismo dei colori ( ruggine, rosso, azzurro ) e l' originalità del disegno; e poi il « punto passato » il « punto in croce ».

Sarebbe bello parlare anche dei velluti, delle sete, dei broccati per cui erano noti in tutta Europa, nel secolo sedicesimo, i tessitori camici. Ma ormai non sono che ricordi: un* arte che in Carnia s' è spenta nel volger dei secoli. Ora gli uomini salgono l' erte vie dei boschi e si danno al forte lavoro del legno. Non hanno più le navette ed i telai, non tracciano più nel cano-vaccio dei tessuti, le belle fantasie di rabeschi per far la gioia delle belle dame d' Italia, di Francia e di Allemagna; adesso maneggiano i « sapins », specie di becchi di ferro, dal manico lungo, con cui agguantano e maneggiano i grossi tronchi d' albero.

Con una sveltezza mirabile, con una scioltezza di movimenti, frutto della lunga pratica, i « sapins » mordono i grossi tronchi, li trattengono col becco adunco, li fanno scivolare, li sollevano, li trasportano, li rigirano. L' uomo non tocca mai il legno: la sua sensibilità, la snodatura e la scioltezza delle sue dita sembrano comunicarsi al becco di acciaio che trattiene il legno come fosse prensile. Come la pinza per l' odontoiatra, come le mollette nichelate per il filatelico, il carnico lavora con una leggerezza di gesti intorno ai tronchi col suo « sapins ».

Le cataste di legna sono enormi: i grossi tronchi scendono lungo pendu, simili a scivoli, s' accumulano ordinatamente gli uni sugli altri, con quel bel colore biondo di castagna sbucciata.

Tutta la valle — ammantata di verde — è segnata di questi mucchi, di queste cataste.

Sopra di esse, gli uomini — che sembrano ancor più piccoli, a confronto dei grossi tronchi — girano coi loro « sapins » e con le scarpe armate di punte aguzze per non scivolare.

Sembran formiche attivissime alle prese con una grossa mollica di pane.

Ecco la scena madre suIT ampio, verdissùno, palcoscenico della Carnia fedele. Ecco l' insegna sotto cui si svolge il lavoro attivo di questa gente tenace.

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