Viaggio nel misterioso Mustang

Giosanna Crivelli, Montagnola TI

Eine Reise ins geheimnisvolle Mustang ( Eine Zusammenfassung des nachstehend publizierten italienischen Textes ) Aus dem Italienischen übersetzt von Roswitha Beyer, Bern Mustang ist ein kleines Königreich im Nordwesten von Nepal, an der Grenze zu Tibet. Es ist bis jetzt für westliche Besucher, mit Ausnahme einiger weniger Reisender, vollkommen verschlossen geblieben. Zu diesen Ausnahme-Besuchern gehören der Schweizer Geologe Toni Hagen, der italienische Forscher Prof. Giuseppe Tucci, die Ethnologen David Snellgrove, Christoph von Führer-Haimendorf und Michel Peissel.

Seit 1991 werden einige ( seltene ) Genehmigungen für Expeditionen und Trekking erteilt; die Bedingungen sind ganz genau festgelegt und die Tarife sehr hoch.

Ursprünglich ist hier einer der bedeutendsten Verbindungswege zwischen Tibet und Indien verlaufen, was die ausserordentliche strategische Bedeutung und die kriegerische Vergangenheit des Landes erklärt. Die Bevölkerung von Mustang ist tibetischer Abstammung und gehört der buddhistischen Religion an. Da das Land niemals von China erobert wurde, lassen sich dort noch Formen des Lebens und der Kultur wiederfinden, die inzwischen in Tibet zerstört sind.

Am faszinierendsten ist die Landschaft. Da die Region vor den Monsunniederschlägen geschützt liegt, ist sie vollkommen kahl und öde. Der Wind hat unwahrscheinliche Erosionsformen gebildet, märchenhafte Berge geschaffen. Die Farben spielen in zahllosen Pastellnuancen von Grau zu Gelb, von Rot zu Blau und Violett. Die Dörfer mit den weissen Häusern und roten Klöstern scheinen wie Inseln in einem riesigen ockerfarbenen Meer zu schwimmen. Es gibt sie nur dort, wo die Möglichkeit besteht, das Wasser von den hohen Bergen zu fassen und ein kompliziertes Bewässerungssystem anzulegen. Das Leben dieser Menschen ist sehr einfach, eine auf das Minimum beschränkte Wirtschaftsform; Grundlage der Ernährung sind vor allem Getreide wie Gerste und Mais. Der Handel ist seit der chinesischen Invasion in Tibet erheblich zurückgegangen. Die Region ist verarmt, was sich auch am verhältnismässig verwahrlosten Zustand der Klöster ablesen lässt. Die klimatischen Bedingungen sind extrem, das Gleichgewicht von Natur und Umwelt ist gefährdet, Holz wird immer knapper. Mustang ist ein Land, in dem äusserste Achtung vor dessen spärlichen Mitteln und Möglichkeiten erforderlich ist.

Um von Jomosom in die befestigte Stadt Lo Mantang zu gelangen, braucht man auf den bequemen Strassen, bei Tagesetappen von meist 5 bis 6 Stunden, eine Woche.

In Nepal il tempo e lo spazio assumono un' altra dimensione. Se ne ha la percezione arrivando in aereo, intravvedendo la immensa catena himalaiana, che sembra ancora lontana, intoccabile. Difficile immagi-narsi di poter essere lì in mezzo in poco più di una settimana a piedi. Camminando lungo le valli più discoste, l' esperienza diventa sen-soriale. Le vette immacolate assumono un' identità, si avvicinano di giorno in giorno, in forte contrasto con il verde tropicale delle risaie che lasciano spazio man mano a un paesaggio sempre più alpino. Gole strette e rocciose, pinete, alta montagna, nevai e ghiacciai.

Seguendo il circuito attorno al gruppo l' Annapurna in una decina di giorni si sale di quasi 4500 m sino al passo Thorung La ( 5415 m ). Scendendo verso la valle del Kali Gandaki il paesaggio cambia sorprendentemente un' altra volta: ci si immerge in un mare di roccia e sabbia, si è avvolti da valli Tra Gemi e Charang. Abitante del Mustang con il tipico vestito di pelle. Si sposta a sud per commercio fantastiche, da montagne completamente spoglie, un mondo ridotto all' essenza. Il primo villaggio, Muktinath, è un luogo sacro per induisti e buddisti che vi vengono in pellegrinaggio. Sullo sfondo, verso sud-ovest, si innalza l' imponente piramide del Dhaulagiri, che assieme al gruppo dell' Annapurna costituisce la barriera climatica: il territorio a nord di essi è al riparo dai monsoni, e solo le vette più alte ricevono delle precipitazioni, in genere sotto forma di neve. La ripida discesa porta al fondovalle, a Kagbeni, un villaggio fortificato posto in situazione strategica. Infatti è il posto di blocco per impedire l' ac al territorio che si estende da qui fino al confine con il Tibet, in cui penetra come una penisola circondata da alte montagne: il mitico reame del Mustang.

Viaggiatori in Mustang Molti sono i viaggatori che hanno sognato di visitarlo e scoprirlo. In pochi vi sono riusciti. Fino al 1950 il Nepal è stato completa- mente chiuso ai visitatori occidentali e alcune regioni sono tuttora « proibite » o da poco accessibili con grandi restrizioni. Tra queste il Mustang, di cui si sa tuttora relativamente poco. Le poche cartine disponibili sono state allestite da agenti segreti indiani, che viaggiavano per conto dei Britannici nel Tibet e nell' Himalaya sotto diversi travesti-menti, misurando le distanze a passi, contan-doli con l' aiuto dei grani del rosario buddista, nascondendo le annotazioni in mulini di preghiera e misurando le altezze con un termometro messo nell' acqua al punto di ebolli-zione. Il primo straniero a penetrare in questi luoghi è stato il geologo svizzero Toni Hagen nel 1952, seguito nello stesso anno dallo studioso italiano Giuseppe Tucci. Poi David Snellgrove ( 1961 ) e Christoph von Führer-Haimendorf ( 1975 ) che descrivono in libri di grande interesse la vita dei « Bhothia », le popolazioni tibetane del Nepal. Michel Peissel ha visitato per esteso il Mustang nel 1964, e il libro nato da questa esperienza è finora l' unica opera descrittiva dell' intera regione.

Nel 1991 il governo nepalese ha concesso alcuni permessi di spedizione per il Mustang. Tra i pochi fortunati vi è stato il nostro piccolo gruppo di ticinesi, guidato dall' alpinista Romolo Nottaris. Ora, a partire dal 1992, pare sia stato introdotto un numero ristretto di permessi a tariffe molto alte, per cui per molti il sogno di recarvisi resterà tale.

Movimento lungo il Kali Gandaki L' accesso più immediato è il volo con arrivo a Jomosom, dove si incontrano i portatori arrivati a piedi da Pokhara con la maggior parte del materiale. In una regione che vive di un' economia di sussistenza ridotta al minimo bisogna portare tutto: il vitto, i fornelli e; oprattutto il cherosene, poiché il con-sumo di legna è giustamente strettamente proibito ai non indigeni. Il primo tratto del percorso sì svolge lungo il largo letto del fiume Kali Gandaki, in parte su e giù per i ripidi fianchi della montagna, per evitare di dover attraversare i vari rami dei corsi d' ac. Molti gli incontri che fanno intravvedere e immaginare il tipo di vita di queste contrade remote: intere famiglie, gruppi di donne, persone sole, carovane di dzos e di muli con i loro carichi. In passato questa era una delle vie di comunicazioni principali tra Tibet e India, soprattutto per la facilità del percorso. Sale, lana, burro, animali venivano barattati con cereali, riso, spezie, thè, zucchero, stoffe. A metà strada, a Tukche, vi era il deposito delle merci. La situazione geografica di questo villaggio permetteva una coor-dinazione del trasporto tra le differenti zone climatiche del sud e del nord. I Thakali, una popolazione di abili commercianti, si sono arricchiti fungendo da intermediari. Si capisce che questa regione veniva ad avere una importante funzione strategica e il potere e la ricchezza andavano a chi riusciva ad avere il monopolio sul commercio, specialmente di quello del sale, su cui gravavano vari sistemi di tassazione. Per questo alcuni villaggi sembrano immense fortezze e lungo tutto il percorso fino alla frontiera con il Tibet si incontrano le tracce di un passato guerriero, le rovine di castelli fortificati, meravigliose sculture in argilla, antica dimora dei signori locali, che fungevano spesso da padroni anche dei numerosi monasteri buddisti.

Reame di Lo, storia e leggenda La storia del reame di Lo, così veniva chiamato il Mustang, resta in gran parte leggendaria. Poche le fonti sicure. Originariamente faceva parte delle provincie esterne del Tibet, come l' adiacente territorio del Dolpo. Nel 1380, dice la leggenda, il fondatore del Mustang Arne Pal e i suoi figli hanno unifi-cato il territorio conquistando le varie fortezze sparse ovunque. Dal sud però incom-beva la minaccia del reame di Jumla, il più potente stato del Nepal occidentale, che am- Charang. Terrazzi sulle case con la riserva di legna. Sullo sfondo chorten e fortezza biva alla posizione strategica del Mustang. In questo periodo, per difendersi, fu costruita la città fortificata di Lo Mantang. Nei secoli successivi si sono alternati periodi di pace e di guerre disastrose con il reame di Jumla, che ebbe infine il sopravvento nel 1760, so-praffatto però a sua volta nel 1795 dalla dinastia Ghurka, d' ora in poi reggente in Nepal. Da allora il Mustang ha pagato i tributi al re del Nepal, avendo però fino ad oggi mantenuto una larga autonomia. Nonostante l' an politica al Nepal, i legami con il Tibet sono rimasti. Il popolo del Mustang è di etnia tibetana e di fede buddista. L' attuale re Jigme Palbar Bista è sposato, come da sempre è stata usanza reale, con una donna di nobile famiglia tibetana. L' avvento dei cinesi Tra Chailay e Chosang, carovana proveniente dal Mustang in Tibet nel 1959 ha però nuociuto al Mustang sotto vari aspetti. È diminuito drastica-mente il commercio. È stato proibito il passaggio delle mandrie di yak in territorio tibetano oltre confine, pascolo invernale per le bestie di Lo e del Dolpo. La fuga in Nepal di numerosi esuli tibetani con le loro bestie ha sovrasfruttato i già magri pascoli, con la conseguente decimazione di gran parte delle mandrie. Così sono ben pochi gli yak rimasti, sostituiti per lo più dagli dzo, un incrocio tra yak e bovini.

Oltre Kagbeni Dopo il famigerato posto di blocco di Kagbeni, con il timore fino all' ultimo della possibile revoca del permesso, ecco finalmente davanti a noi il territorio proibito. Il paesaggio non cambia, sotto di noi è sempre ancora la vasta valle del Kali Gandaki. Di fronte il villaggio di Tingri. Un gruppo di donne e bambini attraversa il fiume su di un tronco che funge da ponte, tenendosi per mano; un pastore porta le sue capre al magro pascolo di cespugli spinosi in alto sopra il villaggio. Il sentiero lungo il pendio franoso della ripida montagna è agevole e grazioso. Il bianco muretto a secco sembra una collana di perle al collo di un nero elefante grinzoso. Si arriva a Tangwe dal fiume o dall' altipiano sovrastante. Un gruppo compatto di chorten dipinti a strisce bianche, rosse e grige, in onore del dio del sole, del cielo e della terra e un' imponente fortezza in rovina dominano la valle. In questa regione completamente arida, i villaggi sorgono solo ove vi è la possibilità di incanalare l' acqua che scende dalle alte montagne, creando così dei complessi sistemi di irrigazione. Distese più o meno vaste di campi terrazzati, secondo lo spazio e l' acqua disponibili, circondano gruppi compatti di case. L' ampio frutteto di Tangwe, illuminato dai colori del tardo autunno, sembra una visione nel deserto. Il sentiero prosegue alto sul fiume fino a Chosang ( Tshuk ), villaggio diviso in tre parti. Di fronte vi è un' impressionante parete di rocce rosse, che scende a picco in forme bizzarre. L' erosione è una componente costante di questo paesaggio fantastico. Vi contribuisce certamente il forte vento, che ogni giorno soffia violento a partire da mezzogiorno fino al tramonto. Un gruppo di donne lavora nei campi spogli. Al nostro ritorno, due settimane più tardi, avremo la sorpresa di vedere già spuntare i primi germogli del raccolto invernale di orzo. Proseguendo, arriviamo presto al re-stringimento della valle, una gola in cui è impossibile inoltrarsi. Un ponte porta dall' altra parte e da qui, a circa 3000 m, comincia la risalita che conduce dapprima a Chailay ( Tshe-le ) e poi per un sentiero scavato inge-gnosamente nella roccia, con muretti di sostegno e gradini, fino ad un passo a 3650 m. In lieve discesa arriviamo al villaggio di Sa-mar. Siamo in alto e cominciamo a intravvedere la struttura della regione in cui ci stiamo inoltrando. Verso sud la vista spazia sulle alte montagne innevate del gruppo dell' An: il Nilgiri, il Tilicho, il Thorung Peak. Forme ormai familiari, a cui rivolgere lo sguardo per ricollegarsi stranamente al mondo da cui siamo venuti. Ciò che ci aspetta è ignoto, le vaghe apprensioni sono però presto dissolte dalla gentilezza delle persone incontrate. Sorridere, affrontare la vita con leggerezza fa parte dell' animo tibetano. Una curiosità naturale accompagna il nostro arrivo in ogni villaggio. In genere ci viene offerto un cortile circondato da mura per piazzare le tende, uno spiazzo per gli animali posto tra le case, che viene meticolosamente pulito. Il villaggio intero assiste con grande interesse alla cerimonia, ridendo e facendo commenti sicuramente divertenti, che purtroppo non riusciamo a capire. Da qui il percorso continua lungo i contrafforti della catena montuosa occidentale, su e giù per valli più o meno incassate. È la giornata dei ginepri, passando per l' unica parte relativamente boschiva in Mustang. Abbiamo incontrato gente che era venuta da lontano a procurarsi la legna. Disboscamento ed erosione vanno di pari passo, un grosso problema di tutti i paesi himalayani! E qui è ancora più evidente che altrove. Passando vari torrenti e per ripide salite arriviamo su una strada di terra completamente gialla a un passo a 3860 m. Poco sotto vi è una sosta, unica e rara. Si può avere del thè o della minestra. Nella camera accanto un giovane monaco mormora instancabile le sue preghiere.

Gli incontri si fanno frequenti. E il periodo dell' esodo invernale di parte della popolazione. Intere famiglie si spostano, vanno a Pokhara, a Kathmandu, alcune arrivano fino in India. Pellegrinaggi religiosi, commercio, visite ad amici e parenti, i tibetani da sempre hanno lo spirito nomade. Lasciando muli e cavalli al pascolo, si fermano lungo la strada per cucinare. Il carico è sparso qua e là, donne energiche organizzano il da farsi, uomini giocano con i bambini. Una scena abituale. Di fronte, dall' altra parte della valle, il paesaggio è selvaggio. La spolverata di neve, in parte disciolta, rende evidente il rilievo contorto. Linee appena accennate fanno intuire sentieri in luoghi che sembrano inaccessibili. Nessun villaggio, nessun segno di vita. Il nostro cammino continua verso il prossimo passo a 4010 m. Lontano, oltre le gole erose del Kali Gandaki, vi è un gruppo compatto di montagne innevate, il confine orientale del Mustang. Verso nord le cime si arrotondano e si abbassano, là dietro c' è il Tibet. La discesa porta a un gruppo di case isolate, poi dopo una breve risalita eccoci davanti al grande chorten che preannuncia Geling. Davanti a noi il paesaggio è incredibilmente spoglio, da lontano il villaggio sembra perso tra le onde di un mare color ocra. Sembra un paese-giocattolo, piccole case bianche rettangolari davanti a una collina punteggiata di monasteri e di chorten rossi. I cubi grigi dei mulini, parte integrante l' economia del villaggio, sembrano perdersi nella grande distesa di campi terrazzati che si estende a perdita d' occhio. La rovina di un forte diroccato si staglia contro il cielo, dietro sorge la luna piena. Sono di ritorno gli ultimi gruppi di persone andate alla ricerca di legna e di stereo di animali, che seccato serve da combustibile. Questa è l' occupa principale nei mesi di inizio inverno. L' attività nei campi è ferma, molto tempo verrà passato in casa.

Finalmente il Mustang Se per usi e costumi, religione e lingua, si può considerare un' area omogenea tutta la zona che si estende dal confine del Tibet fino a Kagbeni e Muktinath ( e storicamente era così considerata, con le suddivisioni di Lo inferiore e superiore ) politicamente il confine del reame del Mustang passa dalle creste montuose alle spalle di Geling. Un ultimo tratto di strada che pare tracciato con la riga porta a un passo di oltre 4000 m. I confini geografici hanno stranamente un effetto psicologico sulla nostra percezione del territorio. Anche se in questo deserto desolata-mente affascinante non sembra possibile aspettarsi delle variazioni, la sorpresa è dietro l' angolo. Le montagne in lontananza ri- portano agli stadi primordiali della terra. Un primo piano ondulato e sinuoso lascia posto a una serie incredibile di forme, rocce intagliate e scolpite, a triangoli, a rettangoli, delle enormi e tridimensionali lische di pesce poste una accanto all' altra. Ma l' aspetto più affascinante è la gamma di colori pastello: dal grigio al giallo, dall' ocra al rosso e sullo sfondo un blu violaceo intenso. Le rovine di un villaggio abbandonato visibile dall' alto rafforzano la sensazione di essere fuori dal mondo. Probabilmente si sono esaurite le sorgenti d' acqua, e la popolazione si è tra-sferita più a monte, nell' attuale villaggio di Gemi, posto poco al di sopra di un fiume. La struttura compatta del villaggio permette di visitarlo in breve tempo. Un forte, un piccolo monastero, alcune viuzze, una piazzetta, diversi chorten. Varie attività vengono eseguite all' aperto, sui tetti delle case o per strada: la-vaggio delle stoviglie, filatura e cardatura della lana, mungitura delle mucche e non da ultimo una efficace spidocchiatura fatta con gusto. All' indomani scendiamo al fiume. Lo attraversiamo su di un nuovo, lungo ponte sospeso, che lascia immaginare la forza delle acque nel periodo dello scioglimento delle nevi.

Sull' arido altopiano sovrastante vi è un muro di preghiere impressionante, lungo oltre duecento metri. È come un serpente nel paesaggio, di cui ripete fedelmente i colori, creando un' armonia incredibile tra natura e sacralità umana.

Più avanti un grande chorten si fonde mi-meticamente con la roccia. Una salita, un passo. Siamo a 3900 m. Nel luminoso cielo blu vola un gruppo di gipeti. Da lontano la piccola figura di un uomo con i suoi due cavalli rende ancora più grandiosa la distesa davanti a noi. Si avvicina, è vestito di un pesante mantello di pelle rovesciata, con un manica fuori, come è uso tibetano per difendersi dal caldo. Un bellissimo personaggio. Presto arriviamo in vista di Charang. Tre punti attirano l' attenzione, per le loro dimensioni, a cui non siamo più abituati. Il chorten di entrata al villaggio, il monastero e soprattutto la fortezza a cinque piani, ai tempi una delle residenze del re, ora in completo abbandono. Siamo ospiti di una bella casa grande, quella della sorella del re. La maggior ricchezza si nota dalla quantità di legna sul tetto e dall' accogliente stanza di soggiorno con una bella stufa al centro. Possiede una cappa funzionante ed è un vero sollievo passare una serata senza venire af-fumicati. Vi sono altre due grandi stanze e una cappella di preghiera con bellissimi dipinti e vari oggetti sacri. In genere la struttura delle case è molto semplice: due piani, con una corte interna circondata da una veranda. I locali di abitazione sono al primo piano, a cui si accede tramite una stretta scala fatta di un tronco con delle nocche intagliate. Il soggiorno funge da cucina e da camera da letto. Un blocco di argilla con tre aperture per il fumo e l' aria e un sostegno in ferro per la pentola funge da fornello. Delle panche ricoperte da tappeti, servono per il giorno e per la notte. Un' ulteriore scala porta attraverso una piccola apertura sul tetto piatto, ove si svolge gran parte delle attività, anche perché le case all' interno sono buie.Vi si mettono a seccare e si trebbiano i cereali, per lo più orzo e grano saraceno. In un Tangwe. Campi davanti al villaggio verso il fiume Kali Gandaki Da Kagbeni verso Jom-som, valle del Kali Gandaki. Sullo sfondo il Dhaulagiri altro angolo vi è lo stereo animale. La scorta di legna è ordinatamente ammucchiata sui bordi rialzati del terrazzo. Le donne vi passano parte della giornata filando lana e chiaccherando. Un' escursione di un paio d' ore a cavallo ci fa scoprire il monastero di Ghar Gomba ( Lo Ge-kar ), pare il monastero più vecchio e più santo del Mustang. Le immagini sacre sono poste in nicchie buie, a malapena si intravvedono dei dorati sorgere dalla penombra, creando un' atmosfera misteriosa e magica.

Verso il Bhrikuti Una giornata appena ci divide da Lo Mantang, ma il nostro permesso per la montagna Bhrikuti ci porta nella parte orientale del Mustang. Da Charang scendiamo nel mezzo di un dirupo franoso, un sentierino tra guglie rocciose, e raggiungiamo di nuovo il Kali Gandaki. Lo seguiamo sul versante sinistro, in un paesaggio di nuovo incredibilmente sorprendente, le infinite variazioni dell' ari, del niente. La montagna che costeggiamo sembra una enorme colata di roccia gialla suddivisa in innumerevoli solchi e costoloni pietrificati nella loro scivolata a valle. Dopo aver attraversato le gelide acque del fiume, arriviamo presto all' altezza di Dri ( 3420 m ). Da qui si diparte a destra una valle laterale che ci porta a Yara ( 3660 m ). Ciò che Photos Giosanna Crivelli ci aspetta supera ogni potere di immaginazione: è la faccia nascosta della luna. Tutto attorno a noi è color ocra, sopra di noi incombe una parete strapiombante di rocce a canna d' organo punteggiata di strane caverne. L' origine di queste caverne è controversa: non si sa se siano di origine naturale o create dall' uomo come rifugio. Le abbiamo notate in diverse pareti rocciose del Mustang. Di fronte, il villaggio di Yara, che ci accoglierà per alcuni giorni. È qui infatti il nostro campo base per il Bhrikuti.

L' escursione di un giorno ci porta a Ghara e al monastero di Lori Gomba, un cubo rosso in cima a rocce strapiombanti. Un simpatico monaco ci accompagna e ci mostra l' interno. Dipinti murali e vari oggetti sacri, il tutto racchiuso in dimensioni minime, creano un' at molto suggestiva. I monasteri sono in genere in decadenza. L' impoverimento generale del paese ha naturalmente toccato anche la classe religiosa.

A Lo Mantang Mentre i nostri compagni partono per il Bhrikuti ( non raggiunto per la lunghezza l' avvicinamento e un cambiamento del tempo ), Anna, la nostra guida Tenzing con sua moglie Rinzing, alcuni portatori ed io ci apprestiamo ad andare a Lo Mantang. La partenza è nel mezzo della notte e la discesa, immersi nel paesaggio lunare, è veramente spettrale e indimenticabile. Passiamo Dri tra un abbaiare di cani e risaliamo il ripido versante della montagna sovrastante. Giovani pastorelle salgono agili davanti a noi. Attraverso gole che da lontano sembrano inaccessibili arriviamo ad un passo a oltre quattromila metri. Da qui riusciamo a vedere gran parte del Mustang. Il gruppo dell' Annapurna è ormai ben lontano e ci possiamo rendere conto della distanza percorsa. Sotto di noi vediamo Charang, e oltre alle montagne, alle sue spalle, il Dhaulagiri.

Verso nord, la nostra direzione di marcia, una lunga cresta e una serie di montagne che sembra infinita. Neanche l' ombra di un villaggio. Dietro ogni promontorio la speranza di vedere finalmente la nostra mitica meta, Lo Mantang. Ci vorranno ore, e quando quasi nemmeno più ci crediamo, ecco un mucchietto di sassi e una bandiera di preghiera e sotto, sullo sfondo, la città con le sue mura. Sembra quasi troppo piccola per contenere tutto ciò che vi abbiamo im- maginato. La distesa di campi che la circonda porta a una montagna completamente bianca, che pare di gesso. Oltre la città, su due colline, i resti di grandi fortificazioni, una completamente circolare. In mezzo alle case basse spiccano alcuni enormi edifici: bianco, il palazzo del re; rossi i monasteri. Entriamo da una piccola porticina, quasi di sotterfugio. Dall' altra parte della città vi è la porta principale, che ai tempi la chiudeva completamente al mondo esterno. Le viuzze sono un labirinto e accrescono il senso di mistero che ci avvolge.Vediamo una parte della realtà di questo luogo, mura, facciate, persone. Ma il significato di molti gesti, di molte apparenze ci resta sconosciuto. Al mattino gli uomini fanno più volte il giro delle mura esterne, pregando e facendo girare il mulino di preghiera davanti al grande portone. Un giovane pastore porta le sue capre al pascolo. Si ferma, ci guarda e ci sorride, comunicandoci tutto quello che non riesce a dirci a parole.

Lo rivedremo da lontano sulla cresta della montagna. La sua esile figura stagliata contro il cielo, perso nell' immenso paesaggio, è il simbolo dell' equilibrio estremamente delicato di questo paese affascinante, vasto ma senza spazio per il superfluo.

Bibliografia David L. Snellgrove: Himalayan Pilgrimage ( Shambala, Boston & Shaftsbury 1989 ).

Christoph von Führer-Haimendorf: Himalayan Traders ( John Murray, London 1975 ).

David P. Jackson: The Mollas of Mustang ( Library of Tibetan Works and Archives, Dha-ramsala 1984 ).

Toni Hagen: Nepal(Kümmerli + Frey, Bern 1961 ).

Michel Peissel: Mustang, Royaume tibétain interdit {Ol izane, Genève 1988 ).

I libri citati e molti altri di grande interesse possono essere acquistati nelle librerie di Kathmandu, che sono estremamente ben fornite.

Per arrivare da Jomosom alla città fortificata di Lo Mantang si impiega una settimana. Le strade sono agevoli, le tappe in genere di 5-6 ore.

Cartografia: l' unica cartina che siamo riusciti a reperire, della serie grigia stampata a colori blu, è assai imprecisa, a volte completamente errata.

I nomi utilizzati sono quelli usati oggi-giorno o quelli trovati in vari libri. Esistono a volte versioni contrastanti sul nome di una medesima località.

Tra Giling e Gemi. Spoglie colline innevate

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