«Chi vuole proteggere il paesaggio deveisolare meglio gli edifici» Energia idroelettrica e svolta energetica

L’energia dell’acqua è essenziale per l’approvvigionamento elettrico, ma la sua espansione ha dei limiti. Secondo l’esperto di energia Jürg Rohrer occorrono anche grandi impianti solari in montagna. E se si vuole uno sfruttamento efficiente dell’energia, questi richiederebbero maggiori tratti di paesaggio.

Signor Rohrer, privatamente lei è socio del CAS e va spesso in montagna. Cosa le passa per la testa, quando si trova di fronte una diga?

Jürg Rohrer: Un sentimento di ammirazione. Come decenni fa, con i mezzi di allora, si sia riusciti a realizzare manufatti di quell’altezza. Quasi un po’ di soggezione, direi.

Anche un sentimento di perdita, per il fatto che delle aree di montagna intatte siano state industrializzate?

No, non mi succede. La mia idea è che le dighe sono ormai state costruite, e anche un lago ha le sue qualità. Piuttosto, in quanto specialista in energie rinnovabili, tendo a verificare se sulla diga sia possibile installare dei moduli fotovoltaici, oppure se la località sarebbe adatta per una centrale eolica.

L’energia idrica non è stata sviluppata per motivi ambientali, bensì perché qui, l’acqua era una delle poche risorse energetiche. Era considerata il «carbone bianco», o l’«oro bianco». A ragione?

Assolutamente. Si è trattato di un modello commerciale che ha funzionato benissimo per molto tempo. Ricordo ancora bene le aspettative di rendimento quando si parlava dell’ampliamento della centrale di pompaggio Linth-Limmern. Non si voleva accettare che il mercato dell’elettricità fosse cambiato. Quando è stato aperto, la società esercente ha dovuto ammortizzare gran parte dell’investimento.

Per molto tempo, con l’energia idrica si sono fatti grandi guadagni. Ora si parla della sua crisi. Come mai?

Un tempo, il mercato dell’elettricità conosceva prezzi elevati durante il giorno e ridotti di notte. Questo permetteva di pompare l’acqua in quota durante la notte con energia di importazione o nucleare a buon mercato e di produrre elettricità ad alto prezzo di giorno. Questa differenza garantiva ottimi guadagni.

Questo rendeva con il nucleare e il carbone straniero. Ma anche l’energia fotovoltaica e quella eolica richiedono una compensazione, perché la produzione è irregolare. Un nuovo affare per l’energia idroelettrica?

Direi di no. Gli accumulatori di stoccaggio diventano sempre più economici e in futuro assicureranno probabilmente la compensazione a breve termine. Inoltre, le oscillazioni dell’energia solare e di quella eolica sono diverse e meno forti di quanto immagini il profano. Queste fluttuazioni della produzione si compensano già bene a livello regionale e ancor più sul piano internazionale, poiché la rete elettrica è interconnessa su scala europea.

Per la Svizzera, con una quota superiore al 55 percento l’energia idrica è la fonte di elettricità più importante. Cosa significa questo per noi, rispetto a paesi che non possiedono una produzione idroelettrica significativa?

Ci dà un’ottima posizione di partenza per la decarbonizzazione, cioè per il passaggio dalle energie fossili a quelle rinnovabili, che è urgentemente necessario per tenere sotto controllo il riscaldamento climatico. Pochissimi paesi hanno una quota di produzione di energie rinnovabili altrettanto elevata.

Osserviamo l’energia idroelettrica più in dettaglio. Vi sono le centrali ad acqua fluente sui fiumi e quelle a bacino con i laghi artificiali nelle Alpi. Queste ultime forniscono un’elettricità di maggior valore. Perché?

Le centrali a bacino possono essere fatte funzionare quando c’è richiesta di energia elettrica, mentre quelle ad acqua fluente devono essere lasciate in funzione quando c’è l’acqua. Il grande vantaggio delle prime è la flessibilità. Inoltre, i laghi artificiali offrono la possibilità di spostare la produzione di energia dall’estate all’inverno.

Le centrali a bacino generano quasi la stessa quantità d’estate e d’inverno. Dal canto loro, quelle ad acqua fluente ne producono due terzi d’estate, tra l’altro come quelle solari.

Questo vale per il fotovoltaico dell’Altopiano; nelle Alpi, metà dell’energia solare può essere prodotta d’inverno. Nel caso dell’energia idroelettrica, grazie alla loro flessibilità le centrali a bacino sono nettamente superiori a quelle ad acqua fluente. Va tuttavia considerato che non è lucrativo farle funzionaresolo per l’approvvigionamento invernale. Il modello commerciale delle centrali a pompaggio, ad esempio, si basa sul fatto che i laghi vengano riempiti e vuotati spesso perché si sfrutta la differenza di prezzo tra l’elettricità importata a basso costo e quella di punta, più costosa. E oggi, questo è più raramente possibile.

Ma il sistema con le centrali di pompaggio e quelle a bacino convenzionali è già incredibilmente flessibile. La Svizzera riesce ancora a esportare elettricità anche in una gelida giornata invernale.

È vero. Ma la questione è se si debba porre maggiormente l’accento sul commercio di energia elettrica o sull’approvvigionamento della Svizzera. Attualmente, per gli operatori non vige alcun obbligo di garantire che alla fine dell’inverno vi siano riserve sufficienti per compensare eventuali carenze nel paese. A mio parere, questo dovrebbe cambiare.

In primavera, tra marzo e maggio, i laghi artificiali si svuotano. Si tratta di un momento critico per l’approvvigionamento?

Non necessariamente. C’è per esempio il fotovoltaico che può già cominciare a produrre di più. Critico è piuttosto il periodo di poco soleggiamento da novembre a febbraio. Qui, in futuro, sarà importante disporre di riserve sufficienti nei bacini di accumulazione. Questo anche in considerazione del fatto che il fabbisogno di elettricità è destinato a crescere perché aumenterà il numero delle vetture elettriche e le case saranno riscaldate con pompe di calore. D’inverno, proprio le pompe di calore raggiungono i massimi consumi. E d’altronde, con l’abbandono del nucleare deciso dal popolo, verrà a mancare la produzione invernale delle centrali nucleari.

L’energia idroelettrica è già fortemente sviluppata: cos’altro potrà coprire la futura richiesta di energia elettrica?

Una certa espansione è ancora possibile, ma nei prossimi anni verranno rinnovate molte concessioni. A quel punto si dovranno rispettare le disposizioni sulla protezione delle acque, e questo causerà un calo della produzione. D’altro canto sarà possibile modernizzare i macchinari, accrescendone la produttività. In totale, con questo e con qualche nuova centrale si potrà aumentare la produzione idroelettrica del 5-8 percento. Senz’altro non è questo che ci «salverà».

Cosa ci salverà, allora?

L’energia eolica è importante, perché è prodotta per due terzi durante l’inverno. Rappresenterebbe un complemento ideale del fotovoltaico, anche in termini di produzione notturna. Una compensazione necessaria, poiché in Svizzera, il maggior potenziale di elettricità rinnovabile sta proprio nel solare, un settore che dovremo davvero sviluppare in maniera massiccia.

Cosa significa?

A mio avviso, si dovrebbero installare moduli solari su ogni copertura di edificio adatta e, dove avesse senso, anche sulle facciate. Ma non basterebbe ancora per sostituire le energie fossili. Alla fine, ci vorranno impianti solari anche sui terrapieni delle autostrade, e anche laddove per organizzazioni come il CAS le cose si fanno delicate: come gli impianti su vaste superfici nelle Alpi. E questo anche perché in montagna, il fotovoltaico produce piú energia.

Ci sono opzioni meno controverse per l’energia solare in montagna. Nel bacino artificiale del Lac des Toules, in Vallese, ci sono centrali solari galleggianti, mentre sulla diga del Muttsee, nel cantone di Glarona, si installeranno dei moduli fotovoltaici.

Questo rappresenta un certo potenziale, purtroppo piuttosto piccolo, però. Perché logicamente, le dighe sono state costruite dove le valli sono strette, e di solito anche più in ombra.

Grandi impianti solari in spazi aperti nelle Alpi: è davvero un’opzione?

Ritengo di sì. Occorreranno impianti in spazi aperti più grandi, parecchi chilometri quadrati, non solo singoli sistemi sulle capanne del CAS. Si dovrà tuttavia riflettere su dove installarli al meglio. Non dovrebbero neppure trovarsi troppo lontani dalla civiltà, perché altrimenti i costi delle linee risulterebbero eccessivi. Si pensa soprattutto a ubicazioni nelle vicinanze di zone turistiche industriali, alle grandi stazioni sciistiche, dove l’infrastruttura è già presente.

D’altro canto, quelle non sono proprio le zone già pesantemente gravate dal turismo di massa?

In una certa misura, sì. Ma ovviamente c’è un onere aggiuntivo. E le riserve sono grandi. Persino contro il nostro piccolo impianto di prova al Totalp, presso Davos – nel mezzo di una zona sciistica – ci sono state inizialmente forti opposizioni.

Le organizzazioni ambientaliste vogliono abbandonare rapidamente il petrolio a causa del clima. D’altra parte, la tutela del paesaggio è la loro vecchia preoccupazione primaria. Come possono comporre questo dilemma?

Per loro, questo è davvero incredibilmente difficile. Abbiamo continuamente modificato il paesaggio, anche a vantaggio delle energie rinnovabili. La questione è se vogliamo continuare a farlo o se ci diremo che il compito spetta ai nostri paesi vicini e noi importeremo l’energia. Questa è però una posizione che ritengo rischiosa. Dobbiamo esserne consapevoli: se in Svizzera intendiamo coprire il nostro fabbisogno con le energie rinnovabili, dovremo sacrificare parti di paesaggio.

Nel cantone di Berna, almeno le maggiori organizzazioni ambientaliste sono disposte ad accettare una diga al Trift, dove lo scioglimento dei ghiacciai ha dato origine a un nuovo lago. Questo a condizione che si rinunci ad altre piccole centrali idroelettriche. È un approccio sensato?

La riflessione che sta dietro tutto questo è che molte piccole centrali causerebbero un danno maggiore alla natura per produrre poca energia. È senz’altro sensato tener conto di questa proporzionalità quando si interviene nella natura. Vi sono tuttavia delle piccole centrali idroelettriche che hanno molto senso, per esempio quelle azionate dall’acqua potabile o dalle acque reflue.

Torniamo alla domanda fondamentale: dobbiamo davvero sostituire la totalità del nostro fabbisogno odierno di gasolio e benzina con le energie rinnovabili?

In Svizzera si parla volentieri di espansione della produzione, ma in realtà abbiamo tra le mani i mezzi per ridurre il futuro fabbisogno di elettricità: limitandoci un po’ di più e utilizzando l’energia in maniera più efficiente. Se, come presumo, in futuro le case saranno vieppiù riscaldate mediante pompe di calore, il fabbisogno supplementare di energia potrebbe venire massicciamente ridotto isolandole meglio. E questo ridurrebbe anche la pressione sul territorio. In parole povere, chi intende tutelare il paesaggio in Svizzera deve risanare gli edifici.

Serie Centrali idroelettriche in montagna

Le acque di montagna svolgono un importante ruolo nella produzione di energia elettrica svizzera. Non servono esclusivamente alla generazione di elettricità: i laghi artificiali assumono una funzione importante nell’ambito dello stoccaggio dell’energia e della distribuzione stagionale. Al tempo stesso, le centrali idroelettriche in montagna hanno un forte impatto sulla natura e il paesaggio e sono sempre all’origine di resistenze. Nell’ambito di questa serie è già stato pubblicato il contributo «La resistenza dimenticata», dedicato al salvataggio delle valli di montagna nei Grigioni («Le Alpi» 10/2020) e «Piani per il Trift» su un progetto per lo sfruttamento di un lago glaciale di nuova formazione nell’Oberland bernese («Le Alpi» 11/2020).

La persona

Il professor Jürg Rohrer è docente di energie rinnovabili ed efficienza energetica alla Scuola superiore zurighese di scienze applicate (ZHAW) con sede a Wädenswil.

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