Con gli sci in terra valser Perle in Val Formazza

L’Ofenhorn vi prende il nome di «Punta d’Arbola». La Val Formazza, una delle valli italiane più settentrionali, fa l’occhiolino agli escursionisti che conoscono già la vicina Binntal.

Quota 3272,4 metri, la vetta del Basòdino. Marzo 2012. Appoggiato alle rocce di uno dei giganti più desiderati del Ticino, scruto l’orizzonte. Alcuni familiari 4000 vallesani si innalzano al di sopra della massa. Più vicine, le classiche della sponda destra della Val Formazza e le cime di confine con la Binntal. Sommerse in primo piano, alcune creste sostengono montagne dai volti sconosciuti. Improvvisamente, nel mezzo di questo oceano minerale mi appare una bella linea incurvata. Un canalone apparentemente percorribile in tutta la sua altezza.

Di ritorno a casa, la carta rivelerà dei nomi che sembrano uscire da antiche leggende: Corni di Nefelgiù, Punta del Ghiacciaio di Ban. Il canalone si insinua nelle pendici di quest’ultima, senza peraltro sfociare nel suo punto culminante, ma in una sporgenza della sua cresta orientale. Che sia pane per i denti di un solitario? Qualche ricerca sembra confermarlo: nessuna menzione nelle guide, niente neppure nei siti comunitari del web. Il fatto di non portare a una vetta avrà senz’altro tenuto questa linea al riparo dall’eccesso di visite. Ma che tracciato attraente!

Sulle tracce dei valser

La mia prima visita alla Val Formazza risale alla primavera del 2011, a Canza, un piccolo villaggio a 1400 metri di altitudine. Le assi di larice delle abitazioni recano le tracce di una lunga storia. Annerite dagli anni di esposizione al sole, testimoniano un passato lontano. Alcuni dettagli architettonici supplementari riconducono alle vicine contrade vallesane: lastre di pietra contro i topi, tetti in piode... Il cartello che accoglie i visitatori all’entrata del villaggio fornisce un nuovo indizio: «CANZA – Früduwald». Due nomi, uno dei quali dal suono germanico, a testimoniare il passaggio dei coloni valser nel XIII e XIV secolo. Partiti dalla valle di Conches o, secondo la toponomastica della Carta nazionale, dal Goms, fondarono infatti i villaggi della Val Formazza – «Pomat» in valser. Superando il Passo del Gries, che assieme a quello del Grimsel rivestiva un tempo una grande importanza commerciale sull’asse che collegava la bernese Haslital alla pianura lombarda, diedero nomi qua e là musicali ai loro nuovi insediamenti: Uf ä Frütt, Gurfälu, In där Mattu. La fortuna mi porta a incrociare un abitante dei luoghi. Le prime poche parole che scambiamo mi convincono: quassù, la cultura valser è ancora viva.

La mia ignoranza dell’italiano mi spinge a tentare un approccio in tedesco. Il mio interlocutore, un uomo sulla sessantina, mi risponde in Walsertitsch, il dialetto locale. Le mie scarse nozioni di Züridütsch rendono infine la situazione un po’ meno frustrante e, almeno in parte, riusciamo a capirci. Scopro ad esempio che il numero dei residenti durante tutto l’anno diminuisce costantemente, e che lui è uno degli ultimi rimasti a Canza. Uscita dall’isolamento grazie alla strada carrozzabile nel 1920, la Val Formazza conosce oggi un’attività economica legata all’energia idroelettrica e allo sfruttamento delle cave di granito.

Grandi classiche, pendii ripidi e canaloni

È ben poco probabile che i primi abitanti della valle avessero pensato al flusso turistico invernale che lo sci avrebbe potuto generare. Che giustamente è quasi inesistente oggi ancora: la ripidità dei versanti ha infatti consentito l’installazione solo di rari impianti di risalita. D’altro canto, la grande ricchezza a disposizione dello sciescursionismo è in grado di soddisfare anche i suoi appassionati più esigenti. Dalle grandi classiche molto frequentate ai pendii ripidi e ad altri canaloni meno abbordabili, ognuno vi troverà di che bearsi. Avviando la mia scoperta del potenziale locale con una visita alla Punta d’Arbola, l’Ofenhorn dei frequentatori della Binntal, avevo avuto modo di prendere le misure di taluni itinerari: 2000 metri di dislivello per uno sviluppo orizzontale di dieci chilometri. L’apprezzamento dei locali per questo genere di tracciati sicuri e accessibili sembrava indicare che, come d’altro canto ovunque, sarebbe occorsa una buona dose di immaginazione per scovare qualche zona di solitudine.

Il Basòdino, versante solitario

La salita al Basòdino, il sovrano dell’alta Val Formazza, non doveva a priori corrispondere esattamente all’idea che abitualmente ci si fa di un itinerario poco frequentato. Molto apprezzato alla partenza dal Rifugio Maria Luisa CAI, richiede comunque delle condizioni di neve stabili, in particolare al passaggio della Kastellücke, il passo di confine con il Ticino. Non è quindi facile trovarvisi soli in una bella giornata. Ciò nonostante, gli adepti dei versanti ripidi possono scoprire con interesse una variante di discesa nel versante occidentale di questa grande cima. Stranamente poco menzionata nei siti web comunitari, figura nelle guide del CAS e consente un ritorno originale a Riale – «Z’Chärbäch» in valser – punto di partenza dell’ascensione.

Passano due mesi dal Basòdino. Risalendo il canalone che aveva attirato allora la mia attenzione, lo sguardo finisce inevitabilmente sulla sua ampia sagoma. Il pendio che fugge sotto i ramponi già titilla il mio appetito di amante delle forti inclinazioni. La giornata si prospetta all’altezza delle mie speranze: solitudine e grande sci. Una di quelle escursioni che non si sa se raccontare...

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