«Emozionante, ma anche ­piuttosto duro»

Sei giovani donne imparano col CAS le basi delle spedizioni. Le accompagniamo con una serie aperta.

Annette Marti: L’arrampicata in big wall fa parte delle discipline nelle quali vi siete particolarmente allenate. Quale è stata per te l’esperienza più importante?

Rahel Schönauer: Sino ad ora l’arrampicata artificiale non mi era simpatica. Ma a dirla tutta, prima non avevo neppure capito bene dove fosse utile. Pensavo che all’artificiale si finisse per ricorrere quando un passaggio non era più arrampicabile. D’altro canto, è d’aiuto anche quando un tratto non può essere assicurato. Nella nostra parete del Gösche­neralp, dove abbiamo aperto una nuova via, mi è successo esattamente questo: non potevo più posare nessun ancoraggio e ho perciò dovuto cambiare tecnica.

Che effetto fa aprire una nuova via, cioè ­percorrere un terreno sconosciuto?

Dover riflettere su dove passare è tutt’altra cosa che non seguire semplicemente uno schizzo. Dopo aver esaminato la parete, ci ha prese un vero e proprio fuoco: volevamo ­raccogliere la sfida, tentare qualcosa di nuovo. Lo si avverte anche arrampicando, quando non sai neppure se la via sarà davvero ­percorribile. È questo che ho trovato geniale al campo della big wall: dovevamo per così dire addestrare i nostri occhi a scoprire cose nuove. Questo genere di esperienze vale oro.

Come l’avete superata nel team?

Ci siamo divise in due gruppi, ognuno arrampicava una propria nuova linea. Con gli altri gruppi erano presenti i nostri formatori, mentre qui eravamo lasciate a noi stesse. L’ho trovato molto emozionante, ma anche piuttosto duro. L’arrampicata in big wall <br/>è fisicamente impegnativa, lo jumaring, il ­recupero dei sacconi e il lavoro di martello ­richiedono molta forza. E occorre anche ­del­l’ener­gia per tenere a bada le incertezze. Sono successe anche un paio di cose che ci hanno piuttosto stressate. Una volta ha ceduto un friend, un’altra si è staccata una grossa pietra. E sono proprio queste le cose che semplicemente ci troviamo a dover ­affrontare.

Team di spedizione del CAS

Il CAS, col suo speciale programma triennale, sostiene giovani alpiniste e alpinisti allo scopo di prepararli per una spedizione. Ci sono un team maschile e un team femminile. Nell’arco di diversi corsi ­vengono affrontati temi come l’arrampicata su ghiaccio, ­l’arrampicata mista, le tecniche di big wall climbing, ma anche il soccorso alpino e come bivaccare. Tra un blocco di corsi e l’altro, i dodici ­partecipanti si allenano regolarmente in tour privati col proprio gruppo. Lo scopo è di organizzare e finanziare ­autonomamente una spedi­zione. La ventiquattrenne ­appenzellese Rahel Schönauer ci offre, anche a nome delle sue compagne, un rapido sguardo sulle esperienze vissute col team femminile.