Il casco invece del velo Un percorso di arrampicata nella Repubblica islamica dell’Iran

Per le iraniane e gli iraniani, arrampicare non rappresenta solo una sfida atletica, ma anche uno spazio libero al di là dei controlli sociali. Le donne approfittano della libertà offerta dalla roccia.

Masoud mi aveva accompagnato alla stazione degli autobus di Teheran e aiutato ad acquistare il biglietto per la corsa di otto ore fino a Kermanshah – e a salire sull’autobus giusto. Con lui, autoctono, tutto è stato molto semplice. Le mie cinque parole in farsi si sarebbero ben presto esaurite, e siccome le destinazioni dei bus erano indicate solo in persiano non sarei mai riuscita a decifrarle.

Ci congedammo, e per la prima volta nel mio viaggio di quattro settimane in Iran dovevo contare solo su me stessa. Almeno era ciò che pensavo. Ma non avevo fatto i conti con la disponibilità degli iraniani. Ecco due giovani donne sedute dall’altra parte del corridoio che, in una scatola di plastica, mi offrono fragole, albicocche e «green tomatoes», piccoli frutti tondi, aciduli e rinfrescanti. E c’era Farshad, seduto dietro di me, ingegnere chimico dell’industria petrolifera e pendolare tra Kermanshah e Teheran, che con grande interesse voleva sapere ciò che si fa in Svizzera per la tutela della natura e dei monumenti culturali (a suo avviso, il governo iraniano farebbe troppo poco) e che mi fu d’aiuto con il mio problema successivo: comunicare al conducente dell’autobus, che parlava solo in farsi, del fatto che avrei voluto scendere un po’ prima di Kermanshah, alla deviazione per Bisotun. Cosa che d’altro canto il conducente già ben sapeva: la mia ospite iraniana lo aveva infatti informato telefonicamente su dove far scendere «l’europea».

Ospitalità e sharia

In Iran, il turista singolo al di fuori dei viaggi organizzati di studio o di gruppo è ancora talmente raro che mi capitava molto spesso di essere interpellata con espressioni di benvenuto. Come compresi ben presto, l’Iran – o meglio, la sua popolazione – era del tutto diverso dal quadro che mi ero fatta attraverso i media. I colloqui con la gente del posto mi ricordavano tuttavia costantemente che mi stavo muovendo in un paese nel quale vigeva la sharia. La negazione della fede islamica, ad esempio, è punita con la morte. Accanto alla sua notevole ospitalità, al fascino paesaggistico e ai tesori della grande civiltà persiana, il paese conosce anche un volto decisamente sgradevole: la libertà di opinione è assente, le contestazioni vengono represse con la violenza, gli oppositori al regime incarcerati.

Decimo grado

Nella teheraniana Nasim Eshqi ero incappata durante le mie ricerche per un libro sulla storia dell’alpinismo femminile. Stupita del fatto che in uno stato autoritario del Vicino Oriente vivesse una donna che arrampicava al decimo grado e lavorava come allenatrice presi contatto con lei e la aiutai a ottenere un visto per il suo primo viaggio in Europa. L’anno successivo fui invitata da parte sua a visitare le pareti del suo paese e ad accompagnarla in un suo progetto di prima percorrenza. Ora mi accoglieva all’incrocio per Bisotun accompagnata dalla sua compagna di cordata Shiva Noorbakhsh e da Behnam Andalib, che avrebbe documentato fotograficamente la prima.

Poco dopo sedevamo assieme ad altri arrampicatori di Kermanshah per la cena che, come d’uso, veniva servita su una tovaglia di plastica usa e getta stesa sul pavimento. Mentre tentavo di indovinare quali fossero gli argomenti della discussione, gustavamo pollo e riso allo zafferano, serviti con i frutti rossi e lucenti essiccati del crespino.

Per sfruttare al meglio il fresco del mattino ci alzammo poco dopo le sei. La gigantesca parete di Bisotun, con i suoi tre gradini rocciosi, è il più importante sito di arrampicata dell’Iran. Per la loro prima, Nasim e Shiva avevano individuato un pilastro nel settore Noghre Darre che portava alla prima terrazza. Behnam ed io arrampicavamo sulla parete dirimpetto lungo una via facile dalla quale era possibile osservarle e fotografarle. A me rimaneva tutto il tempo per osservare il paesaggio e il ben conservato caravanserraglio del XVII secolo che sorgeva sotto di noi. Di fronte, nel frattempo, Nasim si districava in un tiro di grado 7b. La 33enne aveva scoperto l’arrampicata una dozzina di anni prima e tanto l’aveva entusiasmata che ormai le dedicava gran parte del suo tempo. Laureata in scienze dello sport, si guadagnava da vivere come insegnante e allenatrice di arrampicata.

Disparità sancita per legge

«Quando arrampico dimentico tutto ciò che mi sta attorno e anche quello che mi limita», afferma – e non è poco. Ad esempio, le leggi morali della Repubblica islamica iraniana vietano i contatti in pubblico tra uomini e donne che non siano sposati o imparentati. Nasim poteva in effetti arrampicare solo con suo fratello o con altre donne. Per questo motivo, e tranne quando la regione è sufficientemente discosta, pratica solitamente con compagne di cordata. Deve inoltre attenersi alle prescrizioni concernenti l’abbigliamento: coprirsi i capelli almeno con un foulard e indossare una maglia a maniche lunghe che scenda sotto le anche e non evidenzi le forme del suo corpo.

Sebbene ormai gran parte delle giovani donne studi ed eserciti una professione, in Iran la disparità di trattamento dei sessi è sancita dalla legge e spazia dal diritto penale alle normative sul divorzio, che le sfavorisce, alla quotidianità: ad esempio, non possono accedere agli stadi di calcio né ottenere la patente della motocicletta. A fronte delle severe leggi religiose, per Nasim e le sue amiche gli spazi liberi da controlli come l’arrampicata sono perciò ancora più importanti. E sebbene in Iran la scena dell’arrampicata sia ancora limitata, sono numerosi i giovani che, nella roccia, cercano la libertà che manca loro nel paese.

L’arrampicata come evento sociale

Dopo quattro giorni, la nuova via – A girl for all seasons (7b+) – è conclusa, e anch’io ne percorro alcune lunghezze. Conservo un ricordo particolare di Kariz (6b), nel penultimo tiro della quale fui raggiunta dal sole. Costringevo le dita dei miei piedi, che minacciavano di esplodere dentro le scarpette, in un minuscolo foro di erosione dopo l’altro e non desideravo altro che ombra, acqua – e la sosta.

La nostra destinazione successiva era Polekhab, dove, nel novembre 2014, Nasim aveva eseguito la sua ripetizione sinora più difficile: la Iran-Swiss (8b), per metà attrezzata da un iraniano e completata infine da Giovanni Quirici. Il calcare relativamente liscio si rivelò più indulgente con le dita che non quello di Bisotun, anche se nelle vie di difficoltà media è ad ogni modo già un po’ logoro. Qui, come anche a Baraghun, dove un’altra gita di un giorno ci aveva condotti, ho imparato che, in Iran, l’arrampicata è anche sempre un evento sociale, nel quale non possono mancare il sedere gioiosamente assieme e il picnic in comune.

Di ritorno a Teheran, per completare il mio quadro dell’arrampicata iraniana, Nasim mi portò in una delle tre palestre di arrampicata della metropoli da 14 milioni di abitanti. In esse ci si allena separati secondo il sesso, e secondo il giorno della settimana sono aperte per gli uomini (fino a mezzanotte) o per le donne (per loro, solo fino alle sette e mezza: secondo il codice morale islamico, dopo le otto di sera le donne non dovrebbero più trovarsi per strada). Con sorpresa osservai con quale entusiasmo quelle ragazze in pantaloncini corti e top ristretti si confrontavano a problemi di bouldering. Fotografarle mi era stato ad ogni modo esplicitamente vietato.

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