Il Monte Bianco, versante solivo Con gli sci attorno al Rifugio Bonatti

Centro nevralgico dell’alpinismo, il massiccio del Monte Bianco è ritenuto impegnativo e difficile. Nel cuore della Val Ferret italiana, il Rifugio Bonatti afferma il contrario, e nel quadro eccezionale del versante sud delle Grandes Jorasses propone itinerari accessibili.

Sono quasi le dieci, e i raggi del sole hanno iniziato il loro prezioso lavoro sui pendii meridionali della Tête d’entre deux Sauts. Da questo belvedere è ora il momento di gettare un ultimo sguardo panoramico sul versante sud di un massiccio gigantesco, che va dal Monte Bianco al Mont Dolent.

Al centro si erge la Punta Walker delle Grandes Jorasses. A confronto con la parete nord, nella quale Walter Bonatti firmò nel 1949 uno dei suoi primi exploit, il suo versante sud appare quasi bonario.

Per noi è il momento di girare gli sci e approfittare della «moquette», questa bella neve primaverile che conferisce agli sciatori movenze da ballerini. Finiamo con una lunga traversata con l’intento di raggiungere l’ombra della Grande Rochère e le nevi fredde che ancora ripara. Assaporiamo un lusso raro: avere iniziato la giornata con una discesa in neve calda e proseguirla nella polverosa... È l’arte del concatenamento, cui una capanna ben posizionata come il Rifugio Bonatti, nella Val Ferret, può dare accesso.

Un rifugio all’immagine di Bonatti

Sino dalla sua inaugurazione, nel 1998, questo grande chalet ha ben presto trovato i suoi adepti. Stanchi delle gite che iniziavano sistematicamente con dei mezzi di risalita, dell’impegno o dei pochi pendii davvero sciabili del versante francese del massiccio, molti attraversarono il confine per praticare uno sci selvaggio, sì, ma non impossibile.

Questo luogo confortevole è ideale per trasmettere valori ben diversi dalla ricerca del pericolo, della paura. Un luogo per scoprire la montagna in altre dimensioni. È così fortunato da portare il nome di Walter Bonatti. Nel suo libro Le mie montagne (1961), il celebre scalatore italiano scomparso nel 2011 spiega che gli alpinisti non sono degli spericolati: «Al contrario, amano la vita con entusiasmo. Amano avvicinarsi il più possibile alla natura, sfiorare se necessario i limiti estremi di quella stessa vita per assaporare la voluttà di vivere intensamente, sempre attenti a mai superare i confini delle loro possibilità.» Dopo folli avventure, colui che era apparso come uno degli alpinisti più audaci della sua generazione aveva saputo passare ad altre cose. A 34 anni, nel 1965, aprì in solitario una via nella parete nord del Cervino, poi girò definitivamente la pagina del grande brivido permanente. Abbandonò l’alpinismo di punta, divenne giornalista e cominciò a percorrere il mondo alla ricerca di avventure più umane.

Montagne dai nomi franco-provenzali

La nostra «avventura» del giorno inizia al momento di rimettere le pelli, sotto il lago di Ruoisa. Nascosta sinora da uno sperone, la meta si disegna davanti ai nostri occhi: un pendio evidente e sempre più ripido che porta all’Aiguille de Malatra attraverso il ghiacciaio della Grande Rochère. Non c’è nulla di difficile, ma una pendenza sufficiente (40 gradi) da richiedere un’analisi dei rischi un po’ dettagliata e l’uso dei ramponi alla fine. Dalla vetta scorgiamo le tracce della vigilia al Col de Malatra, e la bella cresta che porta al Mont des Rots. La toponomastica dei luoghi ricorda la storia di una valle che ha sempre parlato francese, o meglio, franco-provenzale (vedi riquadro), sviluppando nel contempo una cultura montana originale, tutt’ora presente con i suoi giochi tradizionali (tsan, rebatta, filet, palet, ecc.) o i combattimenti delle vacche.

Dopo una terza notte al rifugio, il ritorno verso Courmayeur ha luogo sotto un cielo coperto, ma in una montagna serena. Non uno sciatore all’orizzonte, il vallone di Arminaz è particolarmente isolato. Lungo la nostra salita verso la Tête de Bernarde udiamo le pernici bianche tubare prima di alzarsi in volo davanti a un piccolo branco di camosci. Una marmotta ci attende dietro una curva che porta all’alpeggio della Léchère. È nel mirino dell’aquila reale che gira sopra le nostre teste, e dovrebbe diffidare della volpe mogia mogia incrociata sulla Tête de la Tronche...

Ci rimane solo da raggiungere Planpincieux in una neve molto molle, per poi proseguire la nostra scoperta della Val d’Aosta, con i suoi villaggi dai tetti di piode, i viticoltori che coltivano i ceppi più alti d’Europa, e le terme di Pré-Saint-Didier per un momento di rilassamento mentre fuori piove.

Un’identità forte

La Valle d’Aosta ben dimostra come la nozione di confine geografico non abbia una grande pertinenza culturale. Separata dal Vallese e dalla Savoia dai più grandi 4000 delle Alpi, questa regione, le cui acque scorrono verso la pianura del Po, ha scelto il francese come lingua ufficiale... nel 1561. Mentre il resto della Savoia si univa alla Francia nel 1861, la Valle d’Aosta fu annessa a Roma, che tentò di imporle la sua lingua. Ma l’attaccamento dei valdostani alla loro identità risultò più forte e, nel 1948, permise alla regione di ottenere lo statuto di autonomia.

Oggi, il simbolo più vivido di questa resistenza all’acculturazione rimane l’uso del valdostano, un dialetto franco-provenzale ben radicato in tutti i villaggi. Con il bilinguismo ufficiale, la conoscenza del francese è progredita presso numerosi nuovi arrivati, attratti dal dinamismo economico della regione, ma si riduce nell’uso pubblico e domestico a vantaggio dell’italiano.

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