Il romanticismo delle capanne e le sue insidie Le capanne non custodite hanno fascino

Un soggiorno in una capanna non custodita o in una sosta invernale è qualcosa di particolare. E affinché sia anche un successo non occorrono CR d’alta montagna. Aiuta però osservare alcune regole. Istruzioni per l’uso.

Le lettrici ci scuseranno: per una volta, parliamo del servizio militare. Dei bei tempi passati. Di quando ancora esistevano i corsi di ripetizione d’alta montagna volontari i cui giorni di servizio potevano ciò nonostante essere sommati a quelli da prestare. Non si tratta di voler tornare a quei tempi. Ma l’esempio della precisa pianificazione militare permette di spiegare nel modo più semplice di cosa occorre tener conto se si intende pernottare in capanne non custodite.

La nostra truppa, i nostri venti uomini, con ai piedi quelle pesanti assi bianche con gli attacchi Fritschi e le pelli di foca, era allora in marcia. Eravamo partiti nel pomeriggio da Ambrì-Piotta. La nostra meta: il Rifugio Garzonera SAT, il nostro primo alloggio di montagna a 2000 metri, proprio sopra il limite del bosco. Ovviamente il nostro tenente aveva compiuto una ricognizione e prenotato la capanna. Ne aveva quindi la chiave, e poteva aprire quel locale bello ma freddo.

Solo il tempo ci era avverso. La neve si accumulava, la notte sopraggiungeva e della capanna ancora non si vedeva alcuna traccia. Inzuppati fino al midollo, noi combattenti di montagna cominciammo quindi a scavarci il nostro bivacco quando qualcuno urtò qualcosa con lo spigolo dello sci. Era il camino della capanna.

Di fronte alla scelta se continuare il lavoro alla luce delle lampade frontali e liberare la capanna dalla neve o lottare fino al mattino nel bivacco semiterminato, la truppa optò per la prima soluzione. Quel lavoro riscaldava e divertiva, ma provocò anche un grande appetito. Era quindi giunto il momento di accendere la cucina a legna e preparare da mangiare. Ma cosa avrà pensato il furiere addetto al vettovagliamento quando aveva stivato negli zaini di tutta la squadra spätzli, scaloppine e finocchi?

Spätzli per venti è una soluzione subottimale, poiché idealmente la loro preparazione ne prevede l’immersione in abbondante acqua bollente. Questo significava sciogliere circa dieci litri d’acqua, il che – come i nostri lettori argui-ranno – richiede un certo tempo.

Molte capanne sono perciò fornite del necessario per la fondue – per piccoli gruppi una valida alternativa agli spätzli. Attenzione: non dimenticare la pasta combustibile per il fornello!

Dopo un’inutile rivolta contro i cuochi e tre ore più tardi, tutti i militi si ritrovano debitamente nutriti sui loro tavolacci. E grazie all’equipaggiamento standard, bene imbottiti nei sacchi a pelo e nelle coperte di lana della capanna.

Per la maggior parte dei colleghi in grigioverde la questione era ormai chiara. Avevano pernottato esattamente tre volte in una capanna non custodita: la prima, l’unica e l’ultima.

In realtà è peccato, poiché le capanne non custodite hanno un fascino tutto loro, sono spesso sorprendentemente bene attrezzate, e di regola cucina e riscaldamento funzionano.

Risultano un po’ sgradevoli solo nelle prime ore, quando il freddo invernale ancora riempie gli interstizi, si appiccica alle pareti e incolla il mestolo alle mani. Ma non appena il fuoco comincia a scoppiettare nella vecchia cucina economica e nella stufa e la prima pentola di neve si è sciolta, ecco pronti il caffè o il tè. Poi, quando la luce della lampada a petrolio o del pannello solare illumina la tavola e il profumo del caffè si mescola allo spirito del vino della capanna, allora ci si sta davvero bene.

È anche possibile che qualche escursionista solitario finisca per trovare anch’egli la strada per la capanna, e abbia nello zaino proprio quello che noi abbiamo dimenticato: un dado da brodo, per esempio, o una scatola di ananassi. La condivisione è spontanea, si fa conoscenza. Ma come è piccolo, il mondo!

Una situazione diversa da quella delle capanne non custodite durante tutto l’anno la si può per contro trovare negli spazi invernali delle più grandi capanne del CAS. Questo perché, ufficialmente, i locali invernali non si chiamano più così, ma semplicemente «spazi protetti». Il Regolamento delle capanne del CAS non definisce in alcun modo il loro equipaggiamento, tranne il fatto che devono – nomen est omen – offrire protezione.

È tuttavia anche già successo che, in mancanza di legna da ardere, il viandante abbia bruciato tavolo e sedie. O che i rifiuti del passante maleducato non abbiano più trovato posto nel suo zaino. «Cose simili accadono qua e là», commenta Bruno Lüthi, responsabile del marketing e della comunicazione per le capanne presso il Segretariato del CAS: «Ma il problema maggiore è che molti dimenticano di pagare il pernottamento o di prendere con sé le polizze di versamento a disposizione.» Ora, perciò, si sta seriamente discutendo se limitare il settore protetto delle capanne al locale di ingresso. Per lo spazio invernale vero e proprio saranno allora necessari la prenotazione e il pagamento della chiave a valle.

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