La terra verde Bushwhacking in Groenlandia

Mille anni fa, quando il vichingo Erik il Rosso ne ­scorse la costa, chiamò quell’isola «Grønland», terra verde. Chi percorresse le fitte foreste della sua estremità meridionale capirà presto il perché.

Fino a che punto si possa essere svizzeri lo si nota solo in capo al mondo. Alle nove in punto eccoci sulla gigantesca morena del ghiacciaio Sermitsiaq con la vista che spazia sul fiordo.

Così eravamo d’accordo: alle nove viene a prenderci una ­barca che ci riporta a Nanortalik, un piccolo insediamento dell’estremità meridionale della Groenlandia. Ci avrebbe preso a bordo un pescatore locale, un certo Hinrik. Tuttavia, nel ­vasto fiordo non c’è nulla da vedere, con l’eccezione delle nubi cariche di pioggia che stanno arrivando dal mare.

Alle tre del pomeriggio siamo ancora seduti sui nostri zaini sotto la pioggia. Ovviamente avevamo smontato il campo in tutta fretta per non fare aspettare Hinrik quando fosse arrivato. Ovviamente avevamo calcolato provviste e combustibile con un margine massimo di un giorno di riserva. Ci stiamo innervosendo. Il buon Hinrik ci ha forse dimenticati? Fuori, nelle isole, dove gli elementi arrivano scatenati dal mare aperto, c’è burrasca? Le ultime sigarette si consumano più rapidamente di quanto dovrebbero. Cominciamo a riflettere. Dovremmo fare intervenire l’ufficio del turismo di Nanortalik mediante il rilevatore satellitare, come previsto nei casi di emergenza?

A metà dell’animata discussione lancio un’occhiata al ghiacciaio. Il ghiaccio scompare grigio tra le pareti di granito. E mi torna in mente dove mi trovo. In Groenlandia. In capo al mondo. Qui, tutto è diverso. Anche il tempo.

Ami e fucili a pallini

Una settimana prima, Hinrik ci aveva scaricati in riva al ­fiume Kuussuaq. Dopo un lungo tratto attraverso isole avvolte nella nebbia e iceberg, all’interno del fiordo le nuvole si erano improvvisamente diradate. Attorno a noi, cime di montagne: verdi pendii, laghi chiari. Quando il vento soffia da est, nel fiordo di Tasermiut è solitamente bello. I venti di caduta dall’interno spingono il cattivo tempo fuori sul mare. Anche alcuni inuit approfittavano delle splendide condi­zioni. Proprio accanto a noi pescavano pesci, raccoglievano bacche. Due giovani con un fucile a pallini andavano a caccia di lepri.

Dei sentieri battuti attraversavano il magico bosco di ­betulle, ci sentivamo come sui sentieri a lunga percorrenza della Scandinavia e pregustavamo una lunga escursione meditativa in un paesaggio grandioso. Poi i sentieri battuti finirono.

Passi nell’ignoto

«Grønland», terra verde: così Erik il Rosso chiamò l’isola che aveva scoperto. Nel 982 aveva lasciato l’Islanda facendo ­rotta a ovest, non per spirito di scoperta, bensì perché gli ­islandesi lo avevano bandito dalla loro isola in seguito a un omicidio. Alla fine ci tornò, alla ricerca di gente avventurosa che assieme a lui avrebbe occupato la nuova terra. La terra verde. ­Spesso si legge che questa sia stata una delle prime trovate del marketing della storia. Per altri, la denominazione ­scelta da Erik attesta come un tempo la Groenlandia dovesse ­essere più verde – e che lo scioglimento dei ghiacci del suo interno non debba quindi destare preoccupazioni. Ma nessuno di loro è mai stato nel Tasermiut. Poiché ben presto, qui si vedrà una sola cosa: verde.

Piccoli ma nodosi, i fusti degli ontani e delle betulle che crescono ai piedi delle montagne costiere sono incredibil­mente fitti. La progressione diventa un corpo a corpo. Non si fa un passo senza che un ramo cerchi di sbarrare la strada. I ­cespugli si impigliano negli abiti, nello zaino, nei capelli. Il terreno pietroso è ricoperto di erba e muschio, rendendo ­incerto ogni passo. Non di rado il piede scivola sul muschio e si finisce in una fenditura o – cosa meno gradevole – dentro un ruscello mascherato.

Anche l’orientamento diventa un problema. Gli alberelli sono sufficientemente grandi da togliere la vista sul paesaggio. Avanzare in linea retta è impossibile, si cerca metro dopo metro la via con la minore resistenza. Ben presto sappiamo solo approssimativamente dove ci troviamo e comunichiamo con richiami. Nella giornata peggiore, per un chilometro sono occorse due ore.

Calendario delle maree invece del bollettino meteo

In questo modo, alla nostra destinazione, la zona di distacco del ghiacciaio alta 1500 metri all’estremità del fiordo, non giungeremo mai. Se non fosse per le maree.

Ciò che nelle Alpi sono i bollettini meteo e delle valanghe, qui è il calendario delle maree. È lui a stabilire la destinazione e il ritmo. Quando l’acqua si ritira, al di sotto delle impenetrabili foreste di betulle appaiono delle spiagge sabbiose sulle quali è possibile avanzare. E così modifichiamo ­rapidamente la nostra tattica: ci accampiamo con l’alta marea e ­maciniamo chilometri con la bassa. È una sensazione strana. ­Guardando verso l’alto ci si crederebbe in Bregaglia o nella regione del Grimsel: ovunque placche di granito, vette frastagliate, montagne. Se si guarda a terra, tra gli scarponi si vedono mol­luschi e alghe. A volte, un’aquila di mare incrocia sopra le ­nostre teste.

I sentieri battuti ritornano solo alla foce del Qoormiut, dove c’è qualcosa che ricorda la civiltà. Cosa? Sentierini fangosi che permettono ad ogni modo di mettere un piede dopo ­l’altro senza rimanere impigliati in qualche ostacolo. Posti per le tende su erba e sabbia, senza paludi e cespugli. E uomini. Un gruppo di spagnoli ha piantato le tende qui per un paio di giorni.

Punto di incontro dell’arrampicata

Li ha portati qui una barca e hanno fatto un paio di escursioni di un giorno nella selvaggia valle del Qoormiut, dove gli arrampicatori hanno lasciato dei sentieri battuti ben percorribili. Perché d’estate, qui si incontra la scena dell’arrampicata: le lisce pareti di granito alte oltre un chilometro dell’Ulamertorsuaq e delle circostanti vette senza nome promettono scalate avventurose – e soprattutto immagini spettacolari e il prestigio di essere stati in Groenlandia, dove tutto è ancora intatto e selvaggio. Almeno al di fuori dei campi da arrampicata, facilmente raggiungibili con la barca.

Ci accontentiamo di una gita su una spalla della famosa montagna. Le vette sono ammantate di neve fresca, l’aria è ­chiara, siamo del tutto soli ed è un po’ come se queste montagne, qui in mezzo all’oceano, fossero esse stesse il mondo della montagna. Come se tutte le altre montagne, ovunque, fossero solo copie di un archetipo di montagna – che stava proprio di fronte a noi.

Poi ecco la pioggia, i fiumi diventano inguadabili e noi non molliamo. Trascorriamo un’intera giornata nella tenda, e quando là dentro non ce la facciamo più, sotto la sporgenza di un masso. Beviamo caffè fino a che non siamo costretti a stare attenti al consumo di spirito. Sguazziamo nella tetraggine del tempo estivo dell’Atlantico settentrionale. E pensiamo a coloro che, mille anni or sono, qui hanno davvero tentato di vivere di agricoltura e allevamento – fallendo. A Klosterdalen sono a tutt’oggi visibili delle rovine degli insediamenti islandesi. Noi non le vediamo, avanziamo al ritmo delle basse maree e, fortunatamente nell’unica giornata di sole, una sera al crepuscolo, raggiungiamo la nostra destinazione: la laguna del Sermitsiaq. Dove la barca ci deve prendere a bordo. Il mattino alle nove.

Alla fine, Hinrik arriva. Con un gran sorriso sul volto. Il suo ritardo – pur sempre sei ore e 15 minuti, come noi svizzeri abbiamo appurato grazie ai nostri orologi – non vale ­neppure una menzione. «Good fish!» è il suo unico commento. È questo che lo interessa. Sulla via del ritorno apprendiamo anche il motivo del ritardo. Sua moglie non smette mai di ­adocchiare qualcosa a terra, gli fa un gesto, lui ormeggia la barca e lei perlustra i cespugli per raccogliere ramoscelli e foglie. Nel frattempo, lui getta i suoi ami. Qui, la pesca non è uno sport: è ciò che si fa quando non si sta facendo altro. Quando si ha tempo. In Groenlandia ce n’è molto.

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