L’himalaysta del Creux-du-Van

La guida Stéphane Schaffter è deceduto in luglio nello Zanskar. Lascia il ricordo di un uomo libero, tanto esigente quanto generoso, con una passione assoluta per la montagna.

«Già so che la mia vita sarà troppo breve, che non basterà a soddisfare l’incanto che provo per le cime», scriveva Stéphane Schaffter in Passion verticale, il libro che ripercorre la sua carriera. Con la testa ancora piena di progetti, il noto himalaysta ha perso la vita lo scorso 24 luglio, a 62 anni, trascinato via da un torrente nello Zanskar. Guidava una spedizione commemorativa dei 150 anni della sezione ginevrina del CAS.

Voglia di tramandare

Una vita troppo breve, certo. Ma non se si tiene conto delle innumerevoli spedizioni dell’alpinista, che debuttò a 16 anni sulle pareti del Creux-du-Van, nel cantone di Neuchâtel. Eiger, K2, Everest, numerose prime nell’Himalaya, spedizioni nelle Ande, in Groenlandia, nell’Alto Atlante: la guida ha percorso quasi tutti i rilievi del pianeta. Una voglia di altitudine che il tempo non ha mai eroso. «Di ultra appassionati come lui non ne conosco molti», riconosce Yannick Flugi, guida ginevrina pure partecipante alla spedizione nello Zanskar. «Per lui la montagna era una necessità, oltre che un amore da condividere con gli altri.»

Ginevrino di adozione, da una decina di anni Schaffter aveva chiuso il capitolo degli 8000, per dedicarsi invece alla realizzazione di documentari e a trasmettere la propria passione alle nuove generazioni. Proprio nello Zanskar aveva già guidato nove giovani alpinisti ginevrini nel 2011, per tornarvi nel 2014 assieme a tre giovani rider. «Assieme a loro ritrovava la sua giovinezza», testimonia Yannick Flugi. «Gli davano una motivazione enorme che lo stimolava ad andare avanti.»

Generosità travolgente

Stéphane Schaffter era un uomo di prima fila che non lesinava le proprie energie. A tal punto da faticare a comprendere coloro che non si impegnavano al 100 percento. «Era conosciuto per il suo carattere rigido e non esitava a dare una ripassata a chi non si dava la pena», prosegue Yannick Flugi. «Ma era anche estremamente generoso, capace di organizzare qualsiasi tipo di spedizione e di equipaggiare tutti quanti.» Quando concludeva una spedizione, era peraltro sua consuetudine lasciare tutto il proprio materiale alle guide locali.

L’himalaysta aveva anche imparato ad andare avanti malgrado tutto, malgrado il decesso di numerosi amici alpinisti scomparsi prima di lui. «Il nostro sport è di una durezza sorprendente per noialtri appassionati della verticale», scriveva. «Tuttavia, più di 40 anni or sono questa scelta di vita fu la mia […], la scelta di un uomo libero e appassionato.»

Scomparso troppo presto, Stéphane Schaffter ci lascia in dono una bella fonte di ispirazione.

Da leggere

Stéphane Schaffter, Passion verticale. Du Jura à l’Himalaya, Editions du Belvédère, 2013

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