Lo spettacolo del principe dei dirupi Intorno alla Dôle sulle tracce dei camosci

Il camoscio va in calore tra ottobre a dicembre. Occupato a trionfare sui suoi rivali, diventa allora possibile avvicinarlo. L’occasione ideale per osservarlo sugli erti versanti della Dôle.

Un sottile strato di neve ricopre il paesaggio in questo inizio di novembre. Essendo però la prima della stagione, non riesce a mascherare le tinte fiammeggianti della foresta giurassiana. Sul terreno, erbe e felci perforano il delicato mantello con il loro verde, asserendo chiaramente che non si lasciano per nulla intimidire da quei primi rigori invernali.

Tracce silenziose

Né il camoscio appare maggiormente disturbato dal fresco candore delle cime. In realtà, a lui basta grattare un po’ il terreno con lo zoccolo per scoprire le sue erbette preferite. Osserviamo delle tracce nell’erta conca dei boschi di Guinfard, sopra St-Cergue: le due unghie ben separate non lasciano alcun dubbio a Jacques Ansermet, accompagnatore di media montagna e fine conoscitore del comportamento del caprino nella regione. Le impronte sono fresche, ma il silenzio è l’unica risposta degli imponenti tronchi dei faggi che ci circondano. Un po’ più in alto verrà turbato soltanto dal chiasso prodotto da un uccello intento a una scorpacciata di frutti di sorbo.

Mentre abeti bianchi e rossi prendono progressivamente il posto dei faggeti, ci avviciniamo alla cima della Barillette. Poco scoscesa, in linea di principio non attrae i camosci. Sì, perché è sulle pareti rocciose che loro si sentono più sicuri. E se l’oggetto delle nostre ricerche ancora non è in vista, il lago Lemano ci si offre nel suo vellutato abito blu-grigio in uno squarcio nella foschia. Le sue sponde verdi, delicatamente cesellate, contrastano con il biancore dei rilievi. Più lontano, il nostro sguardo assapora le conche giurassiane e i loro pascoli boscosi, striati di muri a secco.

Incontro con il branco

Ne risaliamo uno per ritrovarci ai piedi delle falesie della Dôle. Il paesaggio è lunare, disseminato di doline profonde. La neve ricopre solo parzialmente il ghiaione calcareo e i robusti fusti delle genziane gialle. Lasciamo alla nostra sinistra l’edificio dello Chalet de la Dôle, quando una sagoma scura scende il pendio a qualche centinaio di metri. Mettiamo mano ai binocoli per constatare che è accompagnata da una decina di suoi simili, tutti sparpagliati nella conca. «I camosci prediligono i versanti in ombra», spiega Jacques Ansermet. «Non bevono quasi mai dell’acqua, per cui evitano le zone soleggiate, riducendo così la perdita di umidità.»

Ci avviciniamo agli animali il più discretamente possibile, con il cuore in tumulto. Improvvisamente scorgiamo alcuni esemplari che si agitano lungo una cresta alla nostra sinistra. Ci avviciniamo e ci troviamo di fronte a un branco di una ventina di individui che saltellano e brucano. Le femmine sono accompagnate dai capretti, che le seguono da vicino. Gli anzelli (maschi giovani) fanno capriole e ci osservano con curiosità. Quanto ai maschi adulti, sono più nervosi. Si impennano e si rincorrono reciprocamente. «Questi comportamenti sono tipici del periodo della fregola», commenta Jacques Ansermet. «I maschi, che si muovono per lo più solitari, si uniscono al branco e quindi cercano di intimidire i rivali al fine di stabilire che sarà il più forte l’individuo che si potrà riprodurre.»

Combattimenti pacifici

Per impressionare gli avversari, i camosci sollevano fieramente la testa verso il cielo e odorano l’aria rivoltando all’indietro il labbro superiore. Se questa intimidazione non dovesse bastare, ha inizio una corsa sfrenata. I maschi in calore possono inseguirsi per molti minuti e dar vita a folli galoppate nelle pareti rocciose. «Accade raramente che i camosci si combattano frontalmente», prosegue Jacques Ansermet, «e l’esito di questi confronti non è praticamente mai fatale. Quando uno dei contendenti prende il sopravvento, il combattimento ha termine.»

Galvanizzati dallo spettacolo, cominciamo la salita alla Dôle per il suo versante sud-occidentale. Già se ne distingue la cima, riconoscibile per il radome bianco che la sovrasta. Le viscere di questa grossa palla sono farcite di strumenti che consentono di guidare gli aerei entro un perimetro di oltre 250 chilometri. Qua e là, in lontananza, scorgiamo ancora qualche camoscio che rumina pacificamente. Giunti sulla cresta della seconda vetta del Giura svizzero ammiriamo le sfumature malva delle creste del versante francese, la cui rotondità sembra estendersi all’infinito. La luce obliqua della fine di questa giornata d’autunno tinge il cielo di rosa e giallo pastello. Ci voltiamo, e il bacino lemanico si presenta a noi in tutto il suo splendore. Al di sopra, le Alpi sono offuscate da grossi cumuli grigio scuro. Peccato, perché da quassù la vista sul Monte Bianco è mozzafiato. A comprova, sembra che, di passaggio sulla Dôle nel 1779, Goethe abbia mormorato: «Non vi sono parole per esprimere la grandiosità e la bellezza di questo spettacolo.»

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