Meno camosci – di chi è la colpa?

Per decenni, gli effettivi dei camosci svizzeri si sono evoluti in un’unica direzione: verso l’alto. Da un paio d’anni, però, il loro numero è in diminuzione. Ora comincia la caccia ai colpevoli – che tuttavia si delinea tutt’altro che semplice.

Diciamolo subito: l’effettivo dei camosci svizzeri non è minacciato. Nel 1980, in Svizzera c’erano ancora circa 64 000 animali, nel 2014 il loro numero è stato stimato in circa 90 300 capi. Ma nel 2007 erano 7000 in più, cioè circa 97  000. Quali sono le cause di questa riduzione?

«Stabilirle con certezza non è possibile», afferma David Clavadetscher, direttore di CacciaSvizzera, l’associa­zione mantello dei cacciatori elvetici. Attualmente si indagano diversi fat-tori: da un canto, le malattie come la zoppina e la cecità dei camosci hanno mietuto molte vittime. Dall’altro vi sarebbero delle indicazioni secondo cui la lince ne avrebbe uccisi parecchi. A questo va aggiunto l’aumento del cervo nobile, che in talune regioni fa loro concorrenza. Un ruolo è tuttavia attribuito anche agli sport invernali, che negli ultimi anni hanno conosciuto un autentico boom. Non da ultimo, anche i cacciatori si dovranno chiedere se non abbiano abbattuto un numero eccessivo di capi.

La lince: più prede?

Durante lo scorso anno, a suscitare scalpore è stata soprattutto la lince, che in relazione ai camosci «è vista sempre più come un pericolo», commenta critico Bruno Planzer, presidente dell’associazione dei cacciatori urani. E fa appello a un regolamento dei predatori. In effetti, durante gli ultimi anni gli esperti del KORA, l’ente di ricerca sui grandi predatori, hanno trovato più camosci abbattuti dalle linci di un tempo, soprattutto nelle zone ripide e inaccessibili al di sopra del limite dei boschi, dove in precedenza non ci si attendeva di incontrarle. Queste cifre vanno però prese con le pinze: proprio in quelle zone, infatti, una ricerca davvero intensiva delle linci è in atto solo da pochi anni. Oltre alle linci, tra i sospetti di influenze negative sul numero dei camosci figurano anche gli sport invernali.

«Oggi, non solo la gente a spasso sulla neve è molta di più rispetto a prima, ma lo è anche in stagioni e regioni dove un tempo la fauna selvatica viveva praticamente indisturbata», spiega Clavadetscher.

Sport invernali: dati mancanti

Un fatto è certo: quando vengono spaventati dagli sportivi invernali, gli animali perdono molta energia, che in determinate circostanze farà loro difetto per sopravvivere all’inverno. Delle cifre esatte mancano tuttavia anche qui. «Considerando gli ultimi 30 anni, non sussiste una chiara correlazione tra l’attività escursionistica e gli effettivi della selvaggina», conviene anche Jürg Meyer. Ex responsabile dell’ambiente presso il CAS, ha dato vita alla campagna «Chi rispetta protegge», destinata a sensibilizzare gli sportivi outdoor sulla problematica della fauna selvatica. Di una cosa è convinto: «Proprio nelle zone in cui l’attività escursionistica è aumentata fortemente è necessario un monitoraggio biologico degli animali selvatici. Altrimenti si rischia di adottare misure di protezione a casaccio, il che è decisamente poco efficace.»

Pecore e cervi: un problema?

A causare guai ai camosci si mette anche lo sviluppo agricolo, in particolare l’allevamento degli ovini. E secondo Clavadetscher, il fatto che l’agricoltura di montagna si trovi piuttosto in ritirata non rappresenta in fondo una contraddizione: proprio in seguito all’abbandono dei piccoli alpeggi, in molte regioni si assiste a un ammassamento di animali domestici. Conseguentemente, sempre più camosci sono affetti dalle malattie di questi ultimi.

Ma non tutti gli animali selvatici condividono il destino dei camosci. Lo sviluppo della popolazione dei cervi è ad esempio in forte crescita. Se nel 2000 se ne contavano 23 400 esemplari, oggi raggiungono le circa 33 000 unità. Per i camosci, anche questo significa una concorrenza supplementare, quantomeno nel bosco. Una situazione che in futuro è destinata ad acuirsi, come Clavadetscher teme: «Se al di sopra del limite dei boschi le cose vengono sempre più lasciate andare, i camosci si ritirano tra gli alberi», spiega. La conseguenza: sempre più danni da morsi e più stress per la biodiversità forestale.

Il che non fa certo la gioia dei proprietari dei boschi. Mentre l’opinione pubblica si preoccupa per la riduzione della popolazione dei camosci, sempre più lamentele sulle eccedenze di capi si levano ormai anche dalle cerchie forestali.

Realmente a rischio: il fagiano di monte

Davanti a tutto questo, Jürg Meyer relativizza: «Considerati sul lungo termine, gli effettivi sono stabili, e si verificano sempre delle fasi di popolazioni in eccesso», spiega. Ci si dovrebbe perciò chiedere quanto sia sensato in termini di protezione della fauna selvatica concentrarsi su specie come i cervi e i camosci. Molto più drammatica sarebbe invece la situazione dei fasianidi, come il fagiano di monte e il gallo cedrone: «In certe regioni, queste popolazioni sono minacciate», afferma Meyer. Diversamente dai camosci, qui ci sarebbero però indicazioni delle influenze locali negative dell’aumento dell’attività escursionistica: «Forse avrebbe più senso se, nei prossimi anni, orientassimo i nostri sforzi protettivi interamente sul fagiano di monte», aggiunge.

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