Nelle alte Ande inesplorate del sud Peru

Con 2 tavole ( 163, 164Di Piero Ghiglione

( Milano ) Era questa la mia quinta spedizione alle Ande del Peru. Siam partiti stavolta da Parigi, il mio compagno Zaltron Francesco di Thiene ( in provincia di Vicenza ) ed io, in aereo, a fine giugno, diretti a Cuzco nel sud-est del Peru. Il viaggio, in genere buono, fu tuttavia avventuroso all' arrivo nella zona di Dakar, regione equatoriale africana. Entrammo colà in una serie di uragani e il velivolo fu squassato terribilmente. Da Rio de Janeiro a Lima è poi un solo volo senza scalo di 14 ore. Noi rasentammo quasi i crateri di parecchi vulcani quali il Misti ( 5800 metri ) e la vetta dell' immani ( 6500 metri ). Da Lima a Cuzco l' aereo si portò a settemila metri per sorvolare le Ande del sud-est Peru e col tempo magnifico il viaggio fu assai piacevole. Constatai con soddisfazione che il mio giovane compagno, forte rocciatore, ma abituato alle relativamente basse quote delle sue Dolomiti, non soffriva dell' altitudine, né sentiva la necessità di usare la cannuccia dell' ossigeno ( l' aereo non era equipaggiato con aria condizionata ).

In Cuzco persi alcuni appuntamenti essendo le mie lettere state rimandate poiché mi si era creduto morto. Comunque, mi diedi subito attorno per organizzare la prima parte della spedizione e cioè la scalata del Vilcanota, il baluardo montano che da nome ad una possente Cordigliera e costituisce la massima vetta della medesima, 5646 metri ( dai dati dei nostri altimetri ).

Bisognava dapprima portarsi in ferrovia sino a La Raya, 4313 metri, il più alto punto della linea Cuzco-Arequipa, che attraversa in diagonale tutto il sud del Peru. La Raya non è neppure una stazione, bensì solo una « fermata ». Non vi sono locande o negozi, ma... un vento indiavolato, quasi perenne. Ci allogammo in un locale della stazioncina, ponendo sul nudo suolo i nostri materassini pneumatici e al disopra i sacchi da dormire, di piumino. Avevamo con noi un Indio a nome Campos, forte come un muletto, ma rus-sava anche in relazione. Parlava, si può dire, solo quechua e pure si riusciva via via ad intendersi.

Il Vilcanota si drizza imponente sull' altro lato della valle: attraversammo di buon mattino il vasto piano e presto fummo sulle pendici sud-est del gigante ove i suoi ghiacciai scendono piuttosto in basso, circa a 4700 metri. Dopo forse cinque ore di marcia, raggiungemmo la prima neve e si fece un breve alt per rifocillarci. Per poco non misi la mano, nel sedermi fra gli ultimi cespugli, su di un grosso serpe, che in un attimo scomparve. Strano a quell' altitudine incontrare simili rettili, ma si è colà in zona tropicale, a circa 15 gradi sud dall' equatore.

Superato un colle a 5050 metri, scendemmo sino a circa 4850 metri ad una baracca di miniera ove lo Svizzero ing. Koch ci diede gentilmente ospitalità. Il mattino appresso il Cielo era nuvolo e partimmo verso le 7.30. Per giungere alle dirette falde del Vilcanota, bisogna risalire dapprima alti detriti, poi nevati ed infine superare una lunga cresta roccioso-nevosa. Verso i 5100 metri lasciammo il nostro Indio, che date le difficoltà, non avrebbe potuto venire oltre. Era ben avviluppato d' indumenti, fra cui l' inseparabile poncho a strisce rosse e gialle che lo faceva distinguere da lontano, ed al riparo presso un masso.

Là calzammo i ramponi e iniziammo la salita della ripida parete sud-est, ora in neve, ora in ghiaccio e qui scalinando. Si dovettero attraversare crepacci e qua e là fare assicurazioni. Si giunse per tal modo sotto la cresta terminale della punta ovest, ove trovammo neve polverosa ed il procedere era assai faticoso. Di lassù volgemmo poscia alla punta Die Alpen - 1956 - Les Alpes23 massima, ossia la est, vincendo dapprima la parete nord in ghiaccio vivo. Superando una larga crepaccia, si poterono osservare tutte le successive stratificazioni nevose, regolari come le avesse disposte la mano dell' uomo.

Erano le 15 circa quando si toccava il culmine. La visione da quell' eccelso nodo di congiunzione di due importanti Cordigliere del sud-est Peru, la orientale e la occidentale, si presentava, nel tempo alquanto migliorato, veramente magnifica. Diritto, davanti a noi, si elevava il Pico de Cumurana, il Cervino di questa Cordigliera di Vilcanota. Scendemmo rapidi ma guardinghi causa la insidiosa via, e verso le 17 s' era al luogo ove avevamo lasciato l' Indio. « Usted a comido? » ( ha mangiato ) gli chiediamo. Gli avevamo lasciato dei viveri. « Muy bien. Habia oro en la cumbre? » ( C' era oro in vetta ?) Sedici anni addietro avevo già visitato questa zona e compiuto osservazioni glaciolo-giche; da quelle fatte ora e dalle fotografie prese, potevo constatare che il limite delle nevi s' era mantenuto più o meno uguale e così pure la linea glaciale. Tal fatto era molto importante in quanto che invece nel nord e centro del Peru i ghiacciai avevano subito un notevole declino.

Tornati a La Raya, potei di là telefonare a Sicuani allo Svizzero Felix Marx ( già mio compagno di scalate andine nel 1952 e 1953 ) e combinare con lui di aggregarsi a noi per ulteriori ascensioni. Da La Raya, azzeccato un autocarro ( zeppo di indigeni ), ci portammo verso sud-est, a Santa Rosa, stazione ferroviaria a circa quattromila metri, ove Marx ci raggiunse. Era mia intenzione di esplorare tutta la ignota Cordigliera ad oriente della catena dell' Ausangate ( 6380 metri ) ( da me salito nel 1952 con Rebitsch e Bolinder ). Sapevo che colà si ergevano alcuni vergini seimilametri e la zona poteva essere molto importante dal lato minerario.

Già nella mia breve sosta a Cuzco venendo dall' Europa avevo interessato Don Carlos Lomellini al mio progetto, tanto più ch' egli aveva rilevato il possesso di diverse miniere nella regione limitrofa a quei colossi montani ed aveva avuto il coraggio di far costruire una trocha o pista per autocarri per circa duecento chilometri attraverso altissimi passi ed in zona deserta ed impervia. Egli mi aveva tuttavia avvertito che il viaggio non era né comodo né privo di pericoli per lo stato ancora grezzo di quella transitabile. Don Carlos mi aveva fornito di una raccomandatizia per F«Empresa » degli automezzi.

Il viaggio fu spettacolare, dapprima per la regione oltremodo brulla e disabitata, poi valicando effettivamente due colli a 5000 e 5050 metri, ma specialmente per la visione di tutta una serie di ghiacciati giganti: il Nudo de Quenamari, il Mucusani, l' Allincapac, ognuno sui seimila e più metri. Però due volte fummo ad un pelo di precipitare insieme all' autocarro e ai nostri bagagli sugli abissi sottostanti alla « trocha ». Dopo venti ore di percorso si giunse ad un caravanserraglio a 4100 metri ove a stento riuscimmo a stendere sulla nuda gelida terra in un angusto e maleolente locale i nostri materassini di gomma.

L' indomani si proseguiva ancora per parecchio tempo sulla tremenda pista, giungendo alfine alle undici ad alcune baracche addossate a pendu nevosi, a 5100 metri. Eravamo alla miniera Chabuka. Fummo subito ben accolti dall' ing. Branko Fistrovich che ci fece preparare due lettini nella sua stessa baracca ed un altro nell' attigua. Quel medesimo giorno visitammo la miniera ( di piombo e argento ), scendemmo in profonde anguste gallerie. Il mattino appresso con bel tempo salimmo il vergine S. Vicente, circa 5600 metri, che si erge proprio sopra la miniera. L' Indio Campos ci accompagnò con un voluminoso sacco sino sulla cresta, procedendo bene sugli scalini nel ghiaccio. Lassù tuttavia lo lasciammo, dato NELLE ALTE ANDE INESPLORATE DEL SUD PERU che la via proseguiva lungo un affilato sperone e fra sinistre crepacce. Alcuni sordi tonfi delle masse nevose ci fecero porre ogni attenzione, lungo le cornici strapiombanti al disopra di abissi.

Una formidabile visione ci attendeva sul culmine: lontano, verso ovest, le due Cordigliere del Vilcanota e di Caravaya; ma verso est altre colossali catene di eccelsi picchi nevosi si innalzavano fra immensi ghiacciai, invitando estremamente ad oltremodo interessanti scalate. Quale straordinaria compagine di glaciali vette, inesplorate, riserva ancora Colquepunco eu,«,»- 0020 SUD-EST PERU lena inexplorada 3600 H. Lauramarca a Thienev yC&r- Chimboya5850^_XV I ^Minachimbsya.^ÇÎC " ™sJNudo de Mucusani Huiscaahani *»i Schiomina 570° „ A."* Chabuca S.

\ 9000 5650If, N585O. l^ " N. de Quenamari

:U1 r\

3600 N Aguas calie n tesN.

4313^V LA RAYA de Vilcanota. / 5646S 399?°>L. Rosa ^ V tv TJuliaca S 1:1 milionepisla aulo cammino Sped. Ghiglione Illllll ferrovia1«5 questo sperduto angolo del sud Peru, negletto sinora dagli alpinisti ed esploratori! S' innal qui pareti formidabili, di oltre mille metri, splendenti di ghiacci, ove i nostri migliori scalatori troverebbero pane per i loro denti.I II giorno appresso si spesero molte ore nell' attraversi affondando sino al ginocchio ) onde raggiungere le basi di re alcuni di tali ghiacciai ( talora due candidi esponenti orografici della regione. A un dato punto, nel valicare una ripida anticima, s' udi un enorme sinistro tonfo ed immediatamente una gran massa di neve ventate partì sotto i nostri piedi, in va- langa. Per fortuna Marx che allora marciava in testa, potò trattenere alla corda e noi rapidamente lo raggiungemmo, uscendo subito dalla pericolosa massa.

Più oltre - e qui era Zaltron primo di cordata - là neve profondissima lo obbligò per qualche tempo ad improba fatica. Scalinato alfine l' ultimo tratto ripido, uscimmo sulla prima vetta verso le 11 del mattino. Il freddo era intenso, malgrado il sole: sembrava di essere in zone polari, tale era l' immensità glaciale a noi dattorno da ogni lato.

Si notano comunque, in tali ghiacciai, subitanei cambiamenti nello stato della neve che costringono a tenere gli occhi ben aperti, assai più che non sulle nostre Alpi. Ciò è dato precipuamente dalla latitudine quasi equatoriale di queste plaghe glaciali.

La traversata di un altro vasto ghiacciaio, per fortuna con neve migliore, ci portò ai piedi di un ardito picco, ove ci fermammo per porre qualcosa sotto i denti, prima di tentare la salita del nuovo colosso. Si trattava di seguire un' erta esposta crestina di ghiaccio che terminava in una curiosa cornice a forma di pala; e questa cornice era molto protesa nel vuoto. Dopo una notevole serie di gradini, durante il taglio dei quali il vento gelido e furioso cacciava in viso infiniti ghiaccioli, si pose il piede sulla vetta.

Nel cielo limpido, nell' ebbrezza della conquista non sentivamo il gelo immenso che ci rendeva difficile persino il parlare. La visione immensa con una selva di maestose vette oltre i cinquemila ed i seimila metri, scintillanti nell' azzurro tropicale, ci tenne gli occhi qualche tempo legati a quel quadro veramente eccezionale; e solo poco dopo subentrò in noi il senso dell' estrema solitudine che ci attorniava; in verità, ci pareva proprio di essere sperduti come fuori del mondo. Giornata quella, per noi, straordinaria.

Lasciammo l' indomani l' ospitale miniera insieme all' ing. Fistovich, che volle accompagnarci poche ore sino alla prossima « mina », ove egli aveva qualche impegno e dove avremmo sostato la notte prima di proseguire per le nuove mete. Di là era utile salire il S. Braule, solo 5350 metri, ma dalla sua vetta si poteva stendere lo sguardo sopra un' altra smisurata zona glaciale, assolutamente sconosciuta; ed era appunto quella che io avevo ideato di visitare.

Si ascese fra vento e nevischio il S. Braule e da quelle due vette si potè stabilire il nostro prossimo programma. Si intravvidero di lassù tre giganti oltre i seimilametri, le massime cime di tutta la regione. Scesi poscia alla piccola baracca, questa fu durante là notte squas-sata da una violenta bufera: si credette più volte che essa cedesse sotto l' impeto degli elementi. Calmatosi al mattino il tempo, ci congedammo dall' amabile ingegnere e con due quadrupedi da lui messici a disposizione, ci inoltrammo per tutta la giornata in ignote deserte lande, andando a porre il campo la sera a 5150 metri, ai piedi di un arcigno picco, rupestre e glaciale, il Gran Chimboya, 5850 metri. Per giungere al campo, si dovette faticosamente arrancare con le bestie su per ertissimi pendu.

Di nuovo il tempo l' indomani era propizio e rapidamente superammo l' altissimo contrafforte granitico che conduceva dal campo all' immacolata, sublime cresta nevosa soprastante; ma fu d' uopo in parecchi punti usare assicurazioni in causa della roccia infida e per la ripidezza della medesima. Vinti ancora assai erti nevati, eccoci alla cresta, ma lassù i due versanti presentano da un lato neve polverosa ed alta, dall' altro lastroni ventati.

Dopo alquanti passi, sullo spigolo, constatati alcuni slittamenti, tornammo con gran cautela sul nostro cammino, per portarci all' altra vetta del monte, ove, per la sua favorevole esposizione, la massa nevosa era senza confronti più sicura. Oltracciò, il caso l' Austriaco Kasparek e dello Svizzero Mazenhauer precipitati per valanga sulle pendici del Salcantay l' anno antecedente, ci ammoniva a sufficienza. Si dovette, prima di giungere in vetta, superare ancora una lunga cresta, esile, rasentando una gran cornice di ghiaccio.

Per diversi giorni si ebbero poscia ad attraversare lunghi valloni e superare un altro passo, quello di Marcapata a 5050 metri. Là si dovettero praticare scalini in una trincea di neve per preparare il passaggio ai quadrupedi. Di lassù ebbi una fantastica visione su di una serie di ignote e pur formidabili Cordigliere. Nuove giornate di esplorazioni fra valli e colli, NELLE ALTE ANDE INESPLORATE DEL SUD PERU ponendo diversi campi sui 4800-5000 metri in deserti, geli acquitrini, guadando frequenti torrenti dalle acque tor rizzare, dopo aver superato nuovi valichi, un ultimo a pochi passi dal ghiacciaio nord-est del Yanoloma, 611 quello stesso pomeriggio si fece una ricognizione sul ghi e studiando una via fra seracchi e baluardi rupestri on i, lottando contro sinistri torbide e tumultuose. Si potè alfine attendamento a 5150 metri proprio I metri, nostra prossima meta. In iacciaio, constatandone l' ampiezza pervenire alle creste superiori del monte.II giorno appresso, domenica 25 luglio, si lasciò ante luce il campo, risalendo dapprima il gran ghiacciaio della vigilia; malgrado il ciel sereno, la mite temperatura ci ammoniva L Quillabamba CORD. DE VILCABAMBA

-jcarffi

cammino Spedizione Ghiglione 1955 ferrovia che i presagi del tempo non erano troppo favorevoli. Presto apparvero infatti le prime nuvole. Infrattanto, il nostro esame della situazione, quanto alla miglior via da tenere, non ci lasciava prevedere i più propizi auspici. Questa via si presentava invece assai complessa. D' ogni parte ripide pareti glaciali, aleatorie per valanghe, oppure bastionate rocciose più o meno verticali.

Attraversata comunque la parte pianeggiante del ghiacciaio e giunti circa allo stesso punto del giorno innanzi, si rivelò che l' unico itinerario possibile seguiva un lunghissimo ed esposto sperone che in parecchi tratti si ergeva quasi verticale. Per fortuna, già ai primi passi si osservò che la neve era ottima e ciò ci fece anzi proseguire con una certa rapidità; data la pendenza e l' esiguità dello spigolo, fu però necessario scalinarlo per lunghe ore: Félix Marx si dimostrò ali' altezza del compito.

La cresta si trasformò più in alto in un vero campanile di ghiaccio e fu d' uopo porre la massima attenzione poiché d' ogni lato la pendenza en. fortissima. Così si continuò sino oltre il mezzodì, quando, pervenuti alfine su di un piccolo ripiano, ci si fermò per uno spuntino ( breve nondimeno, dato che il cammino per giuigere in vetta si dimostrava ancor lungo e le massima difficoltà dovevansi tuttavia superare ). Il tempo infrattanto era piuttosto peggiorato, con tuoni e lampi proprio al disopra di noi.

Risalita faticosamente un' erta dorsale, si presentò il punto più arduo: una cresta verticale di ghiaccio, che dovevasi attraversare, ed era sormontata da una gran cornice strapiombante. Messici Zaltron ed io in posizione di sicurezza e fissato un primo chiodo ( tubolare ) sotto la cornice, Marx si avanzò sul tratto verticale, che col mezzo di altri due chiodi egli riuscì faticosamente a superare, mentre noi lo seguivamo con l' animo teso, dato l' abisso tremendo al di sotto di lui. Egli disparve quindi ai nostri occhi, ricomparendo più in alto: il compagno procedeva ora cautamente su di una strettissima cengia glaciale, lunga forse una diecina di metri; al disopra di lui pendevano infinite stalattiti di ghiaccio.

Marx potè alfine issarsi in un intaglio al disopra della cornice e poco dopo ci gridava di raggiungerlo. Seguirono alcune dorsali nevose ed alle 15.45, dopo aver superato un ultimo tratto pericoloso per la neve non ancora assestata, si poneva piede sul culmine. Attraverso la nuvolaglia potemmo scorgere al di sotto di noi l' insenatura nord-est del gran lago Sa-binacocha a 4800 metri. L' altimetro confermò i 6111 metri indicati dalla carta militare, ove il nostro monte segnava il limite con la « zona bianca », cioè completamente ignota.

Il tempo, per fortuna, rimase solo minaccioso, permettendoci così di ridiscendere in-disturbati il difficile tratto verticale e poi la lunghissima esile cresta di ghiaccio. Era ormai notte quando si giunse sul ghiacciaio e con alquanta luce lunare a mala pena qua e là discer-nendo le piste del mattino, potemmo verso le ore 20 raggiungere le nostre tende.

Salendo al Yanoloma avevamo osservato due notevoli Cordigliere verso nord-est, non indicate dalle carte, quasi parallele fra loro, la più prossima dimostrante tre maestose vette glaciali; la seconda Cordigliera presentava invece una serie di picchi roccioso-nevosi. Decidemmo di affrontare nei giorni appresso la prima catena e particolarmente la punta centrale, che s' innalzava in un arditissimo picco di ghiaccio. Impiegammo tuttavia due giorni per portarci alla sua base, sferzati continuamente da un vento crudo e violentissimo.

Il 28 luglio mattino il cielo era nuvoloso, sicché lasciammo l' accampamento solo verso le 7, con l' intenzione di compiere ormai solo una ricognizione. Risalita una sconvolta morena e poi un ripido ghiacciaio, ci trovammo verso le 9.30 sulla cresta divisoria della catena, ma la nebbia fitta ci impedi di scorgere, come era nostro vivo desiderio, l' altro versante di quella Cordigliera. Nell' attesa di una schiarita, ci rifocillammo e poco dopo si aprì alquanto la cortina nebbiosa lasciandoci intravvedere quel lato del nostro monte che ci interessava: era una rupestre parete, quasi verticale.

Zaltron volle cimentarvisi, ma dovette presto desistere dal continuare causa la roccia ( tipo di basalto ) assai infida. Scendemmo allora di poco il ghiacciaio dianzi risalito per addentrarci in un canalone molto innevato e ripido, il quale presentava però l' unica via per tentare di riuscire in vetta a quel colosso sfiorante i seimilametri. Incontrammo dapprima instabili detriti di liscia roccia, slittante come saponaria; superatili, attaccammo con la massima cautela le erte rupi affioranti dall' abbondante neve. Dopo qualche ora si per-veniva alfine in cresta: uno spigolo lungo ed affilato, con alquanti intagli, ove era d' uopo porre ogni attenzione.

Il tempo si mantenne più o meno nebbioso e quando verso le 16, effettuate alcune traversate su ertissimi pendu nevosi, di assai dubbia consistenza, toccammo vetta, la visione rimase offuscata dalla gran foschia. Ma un evviva si sciolse ugualmente dai nostri petti rammentando la patria lontana.15 gennaio 1956 )

Feedback