Neve ai piedi del Mont Mort Escursioni con gli sci sul Gran San Bernardo

Il Gran San Bernardo è caratterizzato da una storia straordinaria. D’inverno, il suo ospizio diventa un luogo di quiete assolutamente unico. Dove un tempo i cani di San Bernardo strappavano pellegrini e viandanti alle valanghe, oggi si danno appuntamento gli escursionisti con gli sci. Ovvio, con queste possibilità.

Il tempo si presenta con il suo volto peggiore. La nebbia guizza attraverso la Combe des Morts, tanto fitta che il vicino del gruppo appare come un miraggio. Il mondo si fonde nel grigio. Non si distingue il sotto dal sopra. L’equilibrio ne risente. Solo poche ore prima, nel «Musée et chiens du Saint-Bernard» di Martigny il film «Franziskus der Pilger» sfarfallava sullo schermo. Giù in valle, il tempo sembrava ancora del tutto accettabile. Ora, tuttavia, l’errore del pellegrino lungo la sua via verso il Gran San Bernardo si lascia percepire con tutti i sensi. Anche lui era stato sorpreso dal maltempo durante il suo pellegrinaggio verso Roma. Ma aveva una speranza: «I cani trovano persino quei viaggiatori che sono stati ricoperti dalla neve. Nella tempesta guidano i passi incerti del loro conduttore e aprono con il loro petto possente il sentiero innevato.» Dal 1970, i cani di San Bernardo trascorrono l’inverno a valle, a Martigny, dove stanno meglio. Il loro posto è stato rilevato dai dispositivi di ricerca in valanga, che portano peraltro un nome evocativo: Barryvox. Anche se non abbaiano, ma fischiano.

Nevica ininterrottamente, e il pericolo di valanghe aumenta: le pendici del Mont Mort, sopra la Combe des Morts, sono malfamati. I nomi si riferiscono alle innumerevoli vittime che non hanno mai raggiunto il passo. Le aste di segnalazione sono sì molto ravvicinate, ma si susseguono i secondi di paura durante i quali spariscono nella nebbia. Poco prima delle mura appare l’ospizio: siamo salvi.

 

Ospiti dei canonici

Dopo un cordiale saluto arriva il tè caldo. È normale: sin dalla fondazione dell’ospizio da parte di Bernardo di Mentone, nell’anno 1050, quasi un millennio fa, le sue porte non sono mai state chiuse e la sua ospitalità non è mai venuta meno. Il cuore dei canonici agostiniani è grande. Sembra che avessero spalancato le loro finestre per dare asilo a uno stormo di rondini terrorizzate dalla tempesta. Come fecero nel 1913. E allora come ora, tutti gli ospiti vengono trattati allo stesso modo, indipendentemente dalla loro origine e dalla loro confessione. Di certo, questa spontaneità contribuisce alla popolarità della casa.

Con l’invenzione dell’automobile e l’ampliamento delle strade, anche l’importanza dell’ospizio per la sopravvivenza di pellegrini e viandanti è cambiata. Oggi, i monaci si concentrano sull’ospitalità offerta a sportivi e amanti della quiete. Il rumore dei motori sul passo, durante l’estate un parco divertimenti per gitanti motorizzati, d’inverno cede il posto al silenzio. È il momento dei racconti serotini: il leggendario Barry era un cucciolo quando nel 1800 di qui passarono le truppe napoleoniche e il generale Berthier lo avrebbe voluto portare con sé. Ma il conduttore di cani Julius Genoud si oppose con veemenza, avendo riconosciuto in Barry caratteristiche eccezionali. La calma, il sensibilissimo naso e l’incrollabile spirito di sacrificio fecero di quel cane una leggenda vivente. Si narra che abbia salvato quaranta persone. L’animale sembrava sentire in anticipo la caduta di una valanga e come un ARTVA guidava i soccorritori in mezzo al caos bianco, abbaiando per indicare i punti in cui scavare.

 

Una leggenda dovuta ai soldati di Napoleone

Barry apparteneva a un’intera muta di cani di San Bernardo che nella seconda metà del XVII secolo era stata donata ai canonici dell’ospizio. Servirono come animali da trasporto e cani da valanga durante tre secoli. Furono i soldati di Napoleone a diffondere la leggenda e a infiorare le storie sul salvatore bianco e marrone. Poi arrivarono i dipinti, le cartoline postali, i peluche e tutto ciò che ne aveva la forma fece il giro del mondo.

Vi sono club di San Bernardo in tutto il pianeta. Il cane nazionale svizzero viene allevato in 25 paesi. E per ogni allevatore, nobilitare il proprio canile con il patrimonio genetico dei «cani santi» è diventato un traguardo ambito.

Per cui, porre ai canonici la domanda concernente i cani è in pratica d’obbligo. E molti rimangono sorpresi nell’apprendere che l’allevamento è stato venduto alla Fondazione Barry di Martigny nel 2005. Neppure le loro qualità di cani da valanga sono più richieste. Oggi, questi animali sono soprattutto apprezzati a scopi terapeutici, per trainare slitte o carretti o come cani da compagnia. Solo d’estate una parte di loro soggiorna sul passo come attrazione turistica. D’inverno li si può visitare a Martigny, nell’allevamento o presso il solo museo del cane della Svizzera.

Per i canonici, al centro sta il servizio agli uomini. Ascoltare, assistere, nutrire – sono sempre state queste le priorità. Dall’invenzione dello sci, i religiosi si sono dimostrati anche appassionati sportivi. José, il più giovane tra i canonici e al tempo stesso loro priore, compie regolarmente delle settimane di scialpinismo. Gran parte degli ospiti sono turisti che pernottano volentieri tra le mura cariche di storia e si dedicano a escursioni giornaliere sulle cime del Mont Vélan, del Grand Combin, del Gran Paradiso e del Monte Bianco.

 

La meteo di Frédéric e alcune storie da brivido

Si parte dopo colazione. Il cielo si è schiarito e i giganti rocciosi del Mont Vélan e del Grand Combin sono in vista. Si costeggia dapprima il lago gelato del passo fino alla gigantesca statua bronzea del fondatore dell’ospizio, Bernardo di Mentone, per scendere nella conca in direzione del Mont Fourchon. Vicinissimi torreggiano in infilata il Monte Bianco e le Grandes Jorasses. Verso sud, la vista si perde nella Valle d’Aosta fino al Gran Paradiso, mentre a nord il panorama delle vette è dominato dal Grand Combin e dal Mont Vélan. Dopo una discesa inebriante seguita da una breve salita, rieccoci all’ospizio.

Al tè si presenta il canonico Frédéric, il meteorologo. Tre volte al giorno trasmette i dati meteorologici aggiornati a MeteoSvizzera a Zurigo. «Mediamente, d’inverno misuriamo da 15 a 16 metri di neve», racconta. «Nell’inverno record 1976-77 l’altezza della neve ha raggiunto addirittura i 14,6 metri, e il lago del passo è sgelato solo il 13 agosto. Fu soprattutto il vento a trasformare la zona del passo in un congelatore: venti a 200 chilometri orari non rappresentano una rarità e mantegnono le temperature medie a livelli da Spitzbergen.» Nel periodo di riferimento 1961-1990, ad esempio, per il passo del Gran San Bernardo MeteoSvizzera dichiara una temperatura annua media di –1,2 gradi.

Rimane ancora il tempo per un paio di passi fuori, sotto il cielo stellato. La Morgue, l’antico obitorio, appare spettrale nella luce lunare. Per la carenza di spazio, i defunti vi venivano deposti fissati a delle tavole. Il vento che penetrava dalle finestre aperte li essiccava, mummificandoli. «Siccome dei visitatori svergognati profanavano i morti, portandosi via persino pezzi d’ossa o denti come souvenir, alla fine è stato necessario murare l’obitorio», racconta il canonico Frédéric. E un brivido freddo ci percorre la schiena.

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La preghiera delle guide alpine

Oltre alle escursioni attorno all’ospizio, nel convento è pure possibile scoprire fonti di arricchimento spirituale, come ad esempio le preghiere dei pellegrini della montagna e delle guide alpine, entrambe composte dal canonico e guida Gratien Volluz. Le preghiere vengono tutt’ora recitate regolarmente e testimoniano il profondo legame con la fede ancora oggi presente tra gli alpinisti della regione.

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