Odore di becco e profumodi timo | Club Alpino Svizzero CAS

Odore di becco e profumodi timo Cefalonia, così come viene

Il Monte Enos e il punto culminante delle Isole Ionie, fresco belvedere e parco nazionale. Raggiungerlo a piedi è tuttavia una scommessa: l’acqua è rara, i sentieri incerti.

Per parafrasare Omero, siamo partiti da Poros «non appena apparve Aurora, dalle dita di rosa». E ora, a Pastra, l’astro è già allo zenit. Al caffè. La proprietaria ci indica la strada: «Lo vedete il tetto della cappella, tra gli alberi? Dovete passare di lì. Dopo alcune baite, troverete una strada sterrata. Va ad Arghinia. E da lì, al monastero di Zoodochos Pigi.»

Per un’escursione improbabile, gli auspici sono favorevoli: il caseificio era aperto, e ora sono il verduraio e il fornaio che, a turno, fermano i rispettivi furgoni davanti al kafenion.

L’estate è di tutti

Ma perché scegliere Cefalonia come meta di escursioni quando i sentieri dell’isola sembrano essere stati inghiottiti dalla macchia o fatti sparire dalle benne delle escavatrici, quando l’intera isola ha subito il tormento del terremoto del 1953? La risposta profuma di salvia e di timo: «Per il piacere della scoperta.»

Da Arghinia, una pista zigzagante attacca il fianco del Monte Enos. Passano degli italiani, sballottati nel loro fuoristrada a noleggio. Ciao, ciao! Siamo a luglio, le vacanze. Sperare nella solitudine sarebbe vano. L’estate è di tutti. E poi, con i suoi 1600 metri, l’Enos è una sfida alla pigrizia. In 30 chilometri di asfalto da Argostoli, il capoluogo dell’isola, se ne raggiunge la cima.

Al monastero di Zoodochos Pigi («sorgente di vita»), capre e cavalli. Monaci, niente. La vecchia sorgente è sotto la cappella – asciutta. La captazione passa per un collettore in cemento poco lontano. È forse meno bucolico, ma la portata è buona. È ciò che occorre per darsi una lavata, anche se da queste parti l’odore dominante è quello del becco.

La notte si trascorre nel recinto della cappella. «Così domattina potrai suonare le campane per svegliarmi», ordina la mia compagna: «Un concertino prima della brioche sarà perfetto!» È una fortuna che non metta latte nel caffè, altrimenti mi sarei dovuto accollare anche la mungitura delle capre. Risate e sospiri di sollievo. Ripercorriamo il percorso della giornata e rimaniamo stupiti di essere partiti solo quel mattino: a piedi, l’istante diventa esperienza pura, e ogni istante si avvicina all’eternità. La felicità è forse qualcosa d’altro?

Sentieri nuovi di zecca

La luce dell’alba volteggia nelle grandi corna ritorte delle capre. Fotografie. Zoom. Le loro pupille, dritte come il tratto di un segnalamento da «Grande Randonnée», incitano a partire. È per la pista. E sale!

Poco dopo l’ingresso del parco dell’Enos un cartello segnala l’inizio di un sentiero che sale verso il Megas Soros (il grande mucchio), con 1628 metri il punto culminante dell’isola. In Grecia, un sentiero in buono stato è altrettanto raro di un pope senza barba. Qui, però, ci troviamo in un parco naturale di 2862 ettari, ed è rassicurante constatare come l’homo oeconomicus possa anche avere un po’ di considerazione per il suo ambiente naturale. Un cartello lo testimonia: istituito nel 1962, nel 2000 il parco è stato consacrato riserva biogenetica europea al fine di proteggere l’abete greco (abies cephalonica), specie endemica di cui si trovano altre colonie nell’Epiro e nell’Eubea.

Il coronamento dell’Enos sono queste buie foreste di pini neri, rustici e maestosi. A forza di salire si finisce per guadagnare la luce. Appare in radure che mai hanno meritato altrettanto bene il loro nome, sorta di praterie sommitali bruciate dal sole e irte di lapiez. Non fosse per l’azzurro dello Ionio, là in fondo, e i rettangoli di oliveti e aranceti, ci si direbbe su una cima giurassiana. Lo Chasseral, il Weissenstein. Ci aspettiamo il camoscio, lo stambecco, il montanaro in brache di fustagno – ma è la pioggia ad arrivare assieme a noi sul Megas Soros, questo grande mucchio di ciottoli nel mezzo di un deserto di pietre. Amaro assenzio! Abbiamo fatto uno spuntino a Chionistra, nel gelido vapore dell’acqua. Da lì in poi, i dislivelli saranno negativi, e ci riempiamo la pancia senza rimorsi.

Nella macchia dei cinghiali

Dopo il sisma del 1953, i cefalonesi si svegliano ogni mattina «felici di essere ancora vivi e di abitare in una casa solida», scrive Louis de Bernières in Il mandolino del capitano Corelli. Tutto ciò che crollò fu ricostruito. In calcestruzzo. Sull’isola, le scosse non cessano mai. L’ultima – 4,3 gradi della scala Richter – risale al giugno 2015. E una tenda piantata in mezzo a un prato rimane il più sicuro degli alloggi. L’acqua è del tutto assente: i sei litri che portiamo provengono dal Centro ambientale dell’Enos, un complesso chiuso prima di essere mai stato aperto – con l’eccezione di un rubinetto.

Il tintinnio dei campanacci funge da sveglia. Dopo la mungitura, il gregge si disperde. Una moto passa sulla pista, intrecciando fili di polvere nell’azzurro nascente.

Sappiamo che, d’ora in avanti, per scendere fino al mare evitando l’asfalto che porta a Sami sarà necessario improvvisare. Improvvisare, cioè coniugare un insieme di elementi dei quali nessuno è realmente affidabile: le carte, i punti d’acqua, la vegetazione, i sentieri delle capre, il senso dell’orientamento e l’intuizione di quello che potremmo chiamare «senso del percorso». Bisogna cercare, valutare, supporre, osare. Ci lanciamo per il pendio. Primo segnalamento: la carcassa putrescente di una mucca. Macabra scenografia da western, con il sovrappiù dell’odore. E quando, dentro un querceto, la pista si cancella e scompare, capiamo che il sentiero che dovrebbe scendere dal Monte Gioupari verso la cappella di Aghios Nicolaos non esiste più: le nostre carte sono sbagliate. La macchia si infittisce. Secondo segnalamento: un guscio di tartaruga. Facile, con il senno di poi, dire che avremmo dovuto fare dietro front in quel punto, che di sentieri non ce n’erano! E per di più, ritornare non è possibile: la macchia di corbezzolo è talmente fitta e il pendio così ripido che ben presto ci dobbiamo togliere gli zaini e trascinarli strisciando nella penombra. Scendiamo a razzo sulle nostre chiappe. Un’occhiata all’altimetro: 600 metri. Un’altra all’ago del buon senso: indica «ritorno». Ritrovare la pista della vacca morta, tirarsi fuori da questa trappola. Rivedere il cielo, il mare, la riva immersa in questa luce greca che tanta bellezza genera.

Coraggio, fuggiamo!

Si fa ritorno alla civiltà, per la strada. Nella valle scorre un fiume orlato da un sentiero vecchio quanto inatteso, disseminato di ponti e mulini. Sami, il mare e la taverna sono all’estremità della giornata. Dormiamo sulla spiaggia.

L’indomani, risalita all’antica acropoli di Sami e tuffo nella spiaggia più frequentata dell’isola: Antisamos. Il coraggio spinge alla fuga. Dopo i bar e le smanettate delle moto d’acqua torna la solitudine del sentiero costiero. Corbezzoli, lentischi e pini. In lontananza si indovinano antiche piattaforme. Punti di osservazione? Torri di guardia? Mi sarebbe piaciuto conoscere la storia di quel sentiero che collega Sami a Poros, passando per pecorili venerandi e la spiaggia di Koutsouri, ultimo bivacco. Ma Fotis, il proprietario della taverna più vecchia di Poros, va ad abbeverare le sue bestie con il fuoristrada per la pista che ha sostituito un pezzo del sentiero. Ha un bel grattarsi la testa: proprio non lo sa.

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