Pizzi, pizza, piazza Con le racchette a sud delle Alpi

La sera, una pizza in Piazza Grande; di giorno pizzi. Vette innevate che brillano irresistibilmente sulle rive del Lago Maggiore. Ad esempio il Covreto (1594 m), di fronte a Locarno, lungo la cresta di confine con l’Italia. Oppure il Pizzo Leone, sopra Brissago: la nuova guida del CAS per racchettisti in Ticino e Mesolcina definisce questa ascensione come «una delle più belle» di tutto il cantone.

Ticino, fine dicembre 2010. Il cielo è azzurro; la neve, sul versante nord, raggiunge quasi il Monte Ceneri. Vista sull’Aletschhorn, il Monte Rosa e il Monviso. Non un’anima: solo tre racchettisti sul confine tra Svizzera e Italia. 1350 metri sotto di noi, le Isole di Brissago e il Lago Mag­giore, blu e profondo come un fiordo norvegese. Ma adorno di palme. Mamma mia, che bello!

 

Le linee armoniose dei monti

Qualcuno avrebbe detto, «Meglio! Sia lodato Dio per questa giornata», di certo presso la croce sulla cima del Covreto: don Augusto Giugni (1898-1967), parroco di Locarno, sommo sacerdote della montagna sia d’estate che d’inverno. Ha benedetto capanne e croci di vetta, ha compiuto prime ascensioni (come il Pizzo del Prévat), ha scritto articoli per «Le Alpi» del CAS. E un libro dedicato allo sci: «Con gli sci per la Svizzera italiana: agli amici della montagna» (1939). Uno dei miei libri prediletti sullo sci e sul Ticino al tempo stesso, purtroppo solo sottoforma di fotocopia dell’esemplare della Biblioteca nazionale svizzera a Berna. Un capitolo è dedicato alla montagna di Locarno: Cardada, il luogo dove oggi gira un piccolo carosello sugli sci. «La plaga locarnese vista da lassù presenta un meraviglioso colpo d’occhio», esulta Augusto Giugni, motivando il suo giudizio «per le linee armoniose delle montagne che determinano il vasto orizzonte; per la morbidezza sinuosa dei golfi e delta che circoscrivono il lago; per la ricca e dolce gamma di colori, distesa tra il blu profondo del lago e l’azzurro intenso del cielo.» E proprio cosí è ancora, persino lassù a Cardada, nonostante le costruzioni, le antenne e le piattaforme. Lassù qualche escursione con le racchette è ancora possibile. Le funivie scaricano gli spor­tivi dell’inverno direttamente dalla città nell’incanto del bianco.

 

Attrazioni del Gambarogno

Decisamente attraenti sono le montagne innevate a sud del lago, che dominano la costa del Gambarogno. Si parte da Indemini. Il villaggio sul versante solatio di questa montagna è collegato al resto della Svizzera da una strada con tante curve che se ne perde il conto. Il mattino presto, il battello di linea italiano risale il lago da Locarno a Magadino. Quando il «Torino» attracca, i primi raggi del sole guizzano sul Pizzo di Vogorno, sulla Cima della Trosa, sul Gridone – e sopra i nostri volti. A Vira, si continua con un piccolo autopostale. È stracarico, perché sul passo dell’Alpe di Neggia si tiene un corso di sci. A Indemini siamo di nuovo soli, davanti alla cappella di Sant’Anna sommersa dalla neve e anche più su, sulle due cime del Monte Paglione e del Covreto. L’intero arco alpino si apre solo per noi. Anche il ristorante, dopo la discesa, è solo nostro, comunque. Salametti e torta di castagne, gazzosa e vino bianco accorciano gradevolmente il tempo che ci separa dal ritorno sul Lago Maggiore.

 

Costume da bagno nell’immaginazione

Durante la salita al Pizzo Leone, che si erge sopra Brissago, il sole fa capolino solo per breve tempo, poi il cielo assume il colore del sostrato. L’avvio è rapido, ma il pendio sovrastante frena non poco. Altrettanto ripida ed esposta non ce l’eravamo immaginata, l’amata cima. Se qui qualcuno dovesse scivolare sulla neve dura, finirebbe in acqua – questa almeno la sequenza del film immaginario. Il costume da bagno, tuttavia, sul Pizzo Leone non serve. Piuttosto un po’ di neve, quando si percorre in equilibrio la cresta che collega l’anticima alla cima vera e propria, in particolare quando la massa bianca ricopre solo apparentemente i blocchi rocciosi.

Chi che desidera praticare gli sport invernali senza rischio alcuno, è meglio che lo faccia sui libri. Con don Augusto Giugni, per esempio. Oppure con Ernest Hemingway. Nel suo romanzo «Addio alle armi» (1929), alla fine della Prima guerra mondiale la voce narrante e la sua compagna fuggono dall’Italia alla Svizzera. Durante la notte attraversano a remi il Lago Maggiore. Approdano a Brissago, e dopo la colazione sono interrogati da una guardia di confine: «Perché siete venuti qui?» «Per lo sport invernale. Siamo turisti e vogliamo fare lo sport invernale.» «Questo non è luogo da sport invernale.»

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