Reidratazione sostenibile dei montanari

In merito all’impegno del CAS in favore dell’iniziativa per i ghiacciai («Le Alpi» 5/2019 e 1/2020).

Vorrei esprimere il mio disappunto a fronte della vendita ormai quasi obbligatoria di acqua in bottiglie di PET nelle capanne dove l’accesso all’acqua è difficile. In effetti – non so voi – ma quando mi trovo sulla terrazza della Konkordiahütte ad ammirare la splendida distesa dell’Aletschgletscher al tramonto, desidero diventare un tutt’uno con la montagna e limitare il mio impatto. L’immagine della tavola da pranzo con decine di bottiglie in PET accartocciate rappresenta per me una macchia in questo paesaggio. In questo genere di capanne l’accesso all’acqua è senz’altro difficile, ma è strano fare arrivare in elicottero dell’acqua imballata industrialmente nella plastica monouso. Mi sembra che, nel XXI secolo, saremmo in grado di trovare delle soluzioni più efficaci per reidratare i montanari. Si tratta di soluzioni già implementare per cucinare e rigovernare, e rendere potabile quell’acqua non rappresenta certo una sfida tecnica. Il solo motivo che mi permette di spiegare questa situazione è che il prezzo pagato per l’acqua in bottiglia permette al custode di vivere e contribuisce alla manutenzione della capanna. Tutto questo è molto importante, ma non giustifica l’utilizzo aberrante di una risorsa vitale. Potremmo benissimo pagare per dell’acqua potabile prodotta e trattata in loco. Un’altra soluzione consisterebbe nell’integrare l’acqua nel prezzo del pernottamento o sotto forma di contributo dedicato. In capanna ho già proposto più volte di acquistare dell’acqua di fonte invece di una bottiglia in PET. Mi è stata sistematicamente rifiutata per dei sedicenti motivi di igiene. Ritengo sia importante lanciare in seno al CAS un dibattito in tal senso e trovare assieme delle soluzioni pragmatiche senza nuocere al nostro ambiente e alle nostre montagne.

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