Sentieri gelati, pascoli caldi Due giorni al Passo del Forno

Con un po’ di fortuna, nella Val Monastero la neve arriva tardi. Allora vale la pena di visitare l’ormai quasi disabitato Parco nazionale, un mondo di contrasti termici e cromatici.

Quando l’autista del bus ci fa scendere a Punt la Drossa, sulla strada per il Passo del Forno, per un istante ci sentiamo come in una terra di nessuno: davanti a noi, la nera bocca della galleria del Munt la Schera, che porta a Livigno e in Italia, con due doganieri gelati; tutt’intorno calcestruzzo e una vecchia casupola delle guardie di confine. Non è per questo che siamo venuti fin quassù!

Ma dopo soli 50 metri, ecco il fido cartello indicatore giallo a segnare l’inizio del sentiero escursionistico che si snoda salendo lentamente attraverso il rado bosco di montagna. Il terreno è duro, gelato. Davanti ai volti si formano piccoli banchi di nebbia. Alle 11 del mattino, qui, all’ombra delle montagne, il gelo la fa ancora da padrone. Sul pendio opposto, il giallo dei larici brilla attraente nel sole. D’estate e a inizio autunno, il Parco nazionale è percorso da schiere di visitatori. Ora, a fine ottobre, si è soli.

 

A sinistra l’inverno, a destra l’estate

È trascorsa un’ora. Il fascino della natura parca ci accoglie sopra il limite del bosco. Secchi pascoli gialli, qua e là un pino contorto che si avvince strettamente al suolo. Sopra il cielo azzurro chiaro, e ovunque una profonda quiete. Gli uccelli canori hanno da tempo preso la via del caldo sud.

Il sole è ancora forte. Riscalda il pendio a meridione e costringe a un cambio d’abiti. Ma ciò che sta all’ombra rimarrà gelato fino alla prossima primavera. I contrasti sono forti in questa stagione. Si percepiscono fisicamente. Da un lato c’è l’inverno, dall’altro regna ancora l’estate.

Al punto di sosta incontriamo alcuni escursionisti, che al nostro «grüezi» rispondono con «allegra». Lo scambio di convenevoli è breve, quasi non si volesse disturbare la quiete. Ci trastulliamo, osserviamo, fotografiamo, riposiamo. L’itinerario non pone fretta, neppure alle corte giornate. Più di quattro, cinque ore di cammino non sono necessarie.

Poco dopo il passo, sul Munt la Schera: tre camosci brucano nella prima neve. La caccia alta è ormai chiusa, ma gli animali rimangono nel lato sicuro, al margine estremo del Parco nazionale.

La neve fa pensare al caldo, alla sera. Quando i piedi si rilassano dolcemente nell’acqua calda. Quando sul tavolo arrivano i pizzoccheri fumanti e il ragù, e un goccio di vino riscalda gli spiriti. Ma il massimo sarà lo spesso, caldo piumone.

Al Fop da Buffalora la nostra destinazione è in vista. Il sentiero che scende al Gasthaus Buffalora corre per campi di neve e detriti. Siamo ormai verso sera, e tutto è nell’ombra. Lontano, sotto di noi, il pendio si tuffa in un profondo azzurro-viola: un contrasto quasi surreale con il sole sul Munt Chavagl, dirimpetto a noi. Ecco di nuovo la nebbiolina davanti alle bocche, e per la prima volta formicolano anche le dita dei piedi. Il fortunatamente gelato letto dell’Ova dals Plougls segna la conclusione della tappa. È un piccolo e selvaggio paesaggio fluviale, ora muto, come in un’istantanea.

 

Festa di mezza stagione

Il gelo è di ieri. Quasi tutto il giorno camminiamo sotto un sole splendente. Tschierv, punto di partenza della seconda tappa, è disabitato. La luce risplende con forza dalle bianche facciate a sgraffito delle case engadinesi. Dietro il villaggio, un cartello avverte del pericolo di incendio di boschi – e l’arancio incandescente dei larici ne rende l’immagine.

Ad accoglierci improvvisamente sull’Alp Champatsch è una specie di festa. Un cane pastore pezzato abbaia allegramente, un gaio gruppo di escursionisti della domenica brinda con vino bianco e «Schümli-Pflümli», il suonatore di corno delle Alpi fa risuonare affascinanti echi nella conca rocciosa. La bettola dell’alpe festeggia: «Ustrinkata», diamo fondo, è l’ultimo fine settimana della stagione.

Piú in alto, di nuovo la quiete. L’autunno è quasi trascorso, l’inverno non è ancora iniziato. Ma le chiazze di neve si fanno piú grandi, il sentiero si perde. Ci pentiamo di aver lasciato a casa le racchette: avanzare nella neve ammollata è faticoso – ma così è. Poco oltre, gli scarponi sono fradici. Tuttavia, piedi bagnati o no, al Plaun da l’Aua ci sdraiamo nel pascolo. Entrambe le gunace si scaldano al calore del sole splendente.

Solo una cosa ci dispiace: con tutto il bighellonare durante l’escursione, prendiamo a pelo l’autopostale al Pass dal Fuorn. E invece di concludere gradevolmente la giornata in albergo con dei golosi bocconcini, premiamo i nasi contro i finestrini dell’autobus. Gli occhi assorbono l’incomparabile luce autunnale dell’alta valle; noi ci togliamo le giacche e mastichiamo un resto di panino.

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