Il 16 giugno 1818, la rottura di una diga di ghiaccio al Giétro faceva riversare 20 milioni di metri cubi ­d’acqua nella Val de Bagnes. Un torrente di ghiaccio, ­legname e fango si prese la vita di 34 persone.

La catastrofe del Giétro, legata al disastro immediato del lago di Mauvoisin, ebbe luogo 200 anni fa, quando ancora era in atto la piccola glaciazione. Per una parte del Vallese, la commemorazione del tragico evento è stata l’occasione di chinarsi su uno degli episodi più salienti della storia del cantone.

Constatazione spaventosa

Tutto inizia nell’aprile 1818, quando dei contadini di Bonatchiesse si stupiscono nel vedere che la portata della ­Dranse è stranamente debole per la stagione. Incuriositi, alcuni uomini risalgono la valle per appurare l’origine del problema. Scoprono che una massa di ghiaccio, causata dall’avanzamento del ghiacciaio del Giétro, si è accumulata ostruendo il passaggio dei torrenti adiacenti. A monte di questa diga naturale si è formato un lago lungo due chilometri e profondo 60 metri.

Un documento risalente al 1837 del notaio Pierre-Joseph Jacquemin descrive la terribile constatazione: «Il ghiacciaio è precipitato sulle rocce del Giétro, delle masse più grandi e in numero maggiore sono cadute su ciò che ri­maneva dall’anno precedente (in riferimento ai due inverni precedenti e particolarmente freddi, n.d.r.). Questo accumulo di detriti a forma di cono si estendeva da una montagna all’altra […]. Questa immensa diga chiudeva ­ermeticamente ogni passaggio della Dranse, e non trovando più un’uscita, le acque avevano già formato un lago.»

A giugno, in occasione del colloquio dedicato alla catastrofe, Bertrand Delarzes, responsabile dei servizi culturali del comune di Bagnes, faceva notare il lato particolarmente sfavorevole del sito, con da una parte le due pareti che avevano permesso la formazione della chiusura e dall’altra lo spazio per la formazione del lago.

L’allarme

A fronte della constatazione fatta dai contadini, le autorità vengono immediatamente allertate e il comune incarica tale Jean-Georges Troillet de Lourtier di rendere conto del fenomeno. Questi si reca sul Giétro non meno di sei volte per effettuare i suoi rilevamenti, a conclusione dei quali riferisce di una situazione allarmante.

A inizio maggio, i deputati di Bagnes, Sembrancher e Martigny informano la Dieta (l’assemblea cantonale), che si tiene proprio in quel periodo. Charles Emmanuel de Rivaz, il Grand Baillif, avverte l’inquietudine degli interessati e invia sul posto l’ingegnere cantonale, Ignace Venetz, di Saas-Fee. In data 10 maggio, il suo giudizio è senza appello: «Il pericolo è maggiore, tutti i rapporti che sono stati fatti pervenire a Sua Eccellenza non sono assolutamente esagerati.» A quel punto, la domanda non è più di sapere se l’acqua supererà il muro di ghiaccio, bensì quando questo accadrà!

La consultazione degli archivi è un’ulteriore conferma dell’urgenza di agire. Vi si trova in effetti la descrizione di una situazione analoga nel maggio 1595, due secoli prima, che ebbe come conseguenza un’inondazione che distrusse 500 case e uccise 140 persone. Forti di questa informazione, numerosi abitanti della valle cominciano a mettere le loro masserizie al riparo ai piani superiori delle abitazioni.

Lavori titanici

Eseguiti i suoi calcoli, Venetz giunge alla conclusione che bisogna scavare una galleria per vuotare il lago. Si consulta con Jean-Pierre Perraudin, autodidatta e fine osservatore della natura, e con Jean de Charpentier, ingegnere presso le saline di Bex, per l’attuazione dell’opera. «Comparativamente alla crescita del lago, l’ingegnere calcolò il tempo che sarebbe occorso per scavare una galleria nello spessore di ghiaccio prima che l’acqua raggiungesse gli operai», si legge ancora nel racconto di ­Jacquemin.

Il 12 maggio 1818, 126 operai, reclutati in gran parte nella regione, aprono il cantiere della galleria, lavorando in turni 24 ore su 24. Cinque giorni più tardi, una parte di loro diserta a causa del pericolo e delle condizioni spaventose. «Il traforo lungo 608 piedi francesi fu ciò nonostante realizzato il 5 giugno. Si continuò ad abbassarlo fino al 13, e l’acqua cominciò a entrarvi verso le dieci di sera», continua il testo.

In pianura, Philippe Morand, presidente della decania di Martigny, si spazientisce e comincia a organizzare un piano di evacuazione, come pure un sistema d’allarme basato su dei fuochi pronti per essere accesi sulle cime circostanti. «Le parrocchie organizzano dal canto loro delle preghiere pubbliche per implorare la misericordia divina», rileva Christine Payot, la storica, autrice del volume Giétro 1818. La véritable histoire.

La diga cede

Nonostante tutto questo, la diga finisce per cedere a causa di condizioni particolarmente sfavorevoli. Jacquemin racconta ancora: «Martedì 16 giugno, alle quattro e mezza della sera, un terribile scoppio annunciò la rottura. Allora le acque del lago defluirono con furia attraverso quel passaggio, innalzandosi per più di 100 piedi nella gola di ­Mauvoisin e travolgendo il ponte.» Alle 17.30, il disastro raggiunge Châble. Alle 17.45 il segnale è dato a Chemin. Il fuoco viene acceso, si spara un colpo di fucile. Morand fa suonare la campana della chiesa. Alle 18, Martigny vede passare il torrente di ghiaccio, pietre, legname e fango, che si porta via il ponte della Bâtiaz. Alle 18.30, la corrente si arresta. La maggior parte degli abitanti di Martigny si è rifugiata sui versanti del Mont-Chemin. I flutti raggiungono il Lemano alle 23.

Alla fine, si contano 34 vittime. Quattro a Bagnes, cinque a Sembrancher, le altre a Martigny: in gran parte si tratta di persone anziane, madri con bambini – tutti coloro che hanno faticato a reagire rapidamente.

L’indomani della catastrofe, una commissione costituita dal Baillif si reca sul posto. «Al loro arrivo, i commissari constatano come la gente sia già al ­lavoro. Danno prova di pragmatismo e agiscono senza attendere alcuna ­direttiva», spiega lo storico Arnaud ­Meilland. Il dramma suscita una vasto slancio di solidarietà in Svizzera e all’estero, e occorreranno quattro anni per suddividere le donazioni giunte dai quattro angoli d’Europa.

La nascita della glaciologia?

Oggi, le ripercussioni scientifiche legate a quella catastrofe sono spesso citate come l’origine della scienza dei ghiacciai. «È improprio affermare che si trattò della nascita della glaciologia», spiega Emmanuel Reynard, professore di geografia fisica all’UNIL. «È più corretto dire che le osservazioni, le misurazioni e le perizie hanno svolto un ruolo importante nella nascita di questa scienza.» E aggiunge: «La piccola glaciazione in atto, l’evoluzione delle scienze naturali sul terreno, così come gli inizi del turismo, hanno chiaramente favorito l’interesse nei confronti dei ghiacciai. In questo senso, il caso del Giétro ha consentito la presa di contatto tra due mondi, quello contadino e quello scientifico, con Perraudin e de Charpentier.» La teoria glaciale, che esprime l’ipotesi secondo cui i massi erratici furono trasportati dai ghiacciai, sostenuta da Louis Agassiz nel 1837 in occasione di una seduta della Società elvetica di scienze naturali, si affermerà definitivamente tra il 1840 e il 1841 grazie ai lavori di un tale Jean de Charpentier.

Per approfondire...

Christine Payot, Giétro 1818. La véritable histoire e Giétro 1818. Une histoire vraie, Editions du Musée de Bagnes, 2018

Christian Berrut, 1818, film commemorativo per i 200 anni del disastro del Giétro, Filmic & Sons, 2018