Freschi profumi del Luberon | Club Alpino Svizzero CAS

Freschi profumi del Luberon Escursione primaverile in Provenza

Ravvivati dal mistral primaverile, i colori del Luberon brillano intensi. Sui loro speroni, i vecchi villaggi appaiono tremolanti nell’azzurro del cielo, l’ocra si fonde nel verde dei pini e l’escursionista si stupisce.

Nei dintorni di Gordes, su un vecchio sentiero orlato di alti muri a secco, una coppia di inglesi avanza a passi brevi e prudenti. Si direbbe che ruminino cupi pensieri nei confronti di questi incorreggibili galli che lasciano ciottoli sparsi lungo i sentieri. Zoppicanti, concludono un castigo di 17 chilometri, mi dice lui con un vago gesto nella direzione dell’abbazia di Sénanque e della cresta della Grande Mountade. La signora osserva le lastre calcaree, nelle quali le ruote dei carri hanno scavato dei solchi. Per un istante, sembra di sentire il martellare degli zoccoli e le imprecazioni dei carrettieri di allora. Asini, muli, cavalli – quanto dobbiamo a quegli animali!

Britanni a casa di Asterix

In tutti i villaggi del Luberon, a Oppède-le-Vieux, a Gordes, le viuzze erano «encaladées», come si definiscono in Provenza le rizzate con le pietre posate in verticale, e disposte in gradini a una distanza calcolata per gli animali da soma, i cosiddetti «pas-d’âne», i passi d’asino. Ma di asini non ce ne sono più. Rimangono gli escursionisti.

Una buona doccia aiuterà a rilassare i muscoli, dico rivolto alla coppia britannica.

«Una doccia? Innanzitutto una tazza di tè! Siamo inglesi, dopo tutto», mi fa notare la signora: «Tea with cake!»

«... e una nuvola di latte, vero?», commento da fine conoscitore delle usanze di Albione.

«Yes, of course. Earl Grey with milk.»

Nel pensiero, mi sento trasportato in un album di fumetti, poiché la sera della mia prima tappa a Mérindol, vedendomi, un ragazzino aveva esclamato: «Ehi, ecco Asterix!»

«E tu, sei il figlio di Abraracourcix?»

Mi ha fatto «sì» gonfiando il torace come suo padre ritto sul suo scudo!

Asterix! Mi ringiovaniva un tantino passare per quel piccolo guerriero dei fumetti. Mi sembrava però che, con l’eccezione delle articolazioni, l’età avesse i suoi lati positivi.

La pozione magica dell’escursionista

Gli aromi esaltati dalla rugiada mattutina conferiscono al bosso profumi di sacrestia, all’opera dei cinghiali effluvi di humus e note di tartufo. Le danze delle api tra i cespugli di timo fomentano sogni di formaggio caprino. Il paesaggio, i profumi, i colori: ecco la mia pozione magica, e Lourmarin, la seconda tappa, dista ancora 24 chilometri.

Dal versante meridionale del Luberon, la vista si fermava sulla sagoma delle Alpille: ieri blu nel controluce della sera, come blu erano i boschi di cedri vecchi; oggi, dopo un ultimo colpo d’occhio oltre la valle della Durance, volto loro le spalle. Piste forestali. Cisterne. Boschi di pini, di querce. Valloni nei bossi. Macchia. Niente acqua: si temono gli incendi e le cisterne sono chiuse a chiave. Porto con me i miei tre litri, temendo di risvegliare antiche ferite ai tendini. Ci sarà dell’acqua sul Mourre Nègre, il punto culminante del massiccio, come indica il punto azzurro nella mia carta topografica? Al Café de l’Étang di Cucuron mi diranno di no. Dispiego la mappa: «Vada per Sivergue, è molto più bello. Poi trova il vallone dell’Aigue Brun e Buoux. È magnifico. E poi, ­all’Aigue Brun troverà dell’acqua.»

Cinghiali bighelloni

Salita alla cresta. Rieccomi sul versante settentrionale del Luberon. Territorio conosciuto, già misurato con gli occhi il primo giorno, ma da ovest, da sopra Oppède-le-Vieux. Da qui, domina la cittadina di Apt, la romana Apta Iulia. Alla sua destra, come una sentinella appollaiata, Saignon; alla sinistra, Bonnieux. Davanti a me le colline ocra del Roussillon. Il mistral ha ripulito il cielo e la vista sul Ventoux, brillante come un dolmen di calcare bianco. Vento glaciale, furioso. Si direbbe che abbia sparse le case di Sivergue e di Buoux ai margini dei campi, lasciando al loro posto solo i municipi con i tricolori a garrire. Dove sono finiti gli amministrati? È questo il risultato della campagna di civilizzazione annunciata dai romani in Gallia?

«Largo alla civiltà! Cominceremo a disboscare!»

«Prima bisognerà degallizzare!»

E in effetti, a Buoux, neppure un’anima. Molto dopo la cappella di Sainte Marie metto in fuga un piccolo branco di cinghiali che sorprendo a bighellonare in un sottobosco di querce. Per Toutatis! Avranno preso il mio zaino per un menhir?

Quando cade il mistral

Il paesaggio delle Claparèdes si propone in dossi e avvallamenti nei quali luccica il giallo delle ginestre. Si estende da Buoux a Saignon in onde di vigne, campi di lavanda, oliveti, ciliegeti. A tratti, delle fenditure fanno precipitare il sentiero in forre ornate di rocce a strapiombo, per poi farlo risalire tra i bossi aggirando strane formazioni rocciose che fungevano da luoghi di culto per i druidi. Poi, alla conclusione della tappa, la prima casa in basso al villaggio scorto da lontano: vecchi muri di pietra calcarea, glicini in fiore, roseti rampicanti, persiane chiuse. Si passa il lavatoio e si risalgono le rizzate fin verso la torre campanaria, dominata dall’intelaiatura in ferro che sostiene la campana. Vista sul Luberon, la montagna azzurra. È l’ora in cui gli anziani si radunano sul campo di bocce e si preoccupano del tempo che farà domani.

«Tè! Il mistral fa tre giorni. Domani cade. Scommettiamo?»

Mah! Fin quando non sarà il cielo a cader loro sulla testa…

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