Fuori, nella rete Gite solitarie, larghe tracce di dati

Con lo smartphone non si è veramente soli neanche su lunghe gite solitarie: le foto su Facebook e Instagram, le app di tracciatura e i dati GPS consentono di ricostruire quasi senza lacune chi è arrivato dove e quando.

La sua estate nel parco nazionale dello Yosemite, Trev Lee se l’era immaginata diversa. Assunto per sei mesi dal Parco, dedicava il suo tempo libero a numerose escursioni nella natura intatta. Entusiasmato dalla bellezza dei luoghi, mise allora in rete le foto dei suoi bivacchi e fuochi da campo attraverso l’app Instagram. «Amo lo Yosemite, e lo volevo condividere con gente che non ha l’opportunità di venire fin quassù», avrebbe detto in seguito.

Questo accadeva prima del processo. Innanzitutto le foto delle sue avventure ebbero un successo tanto enorme quanto inatteso. Oggi, sono in 100 000 a seguire il suo account. Che attirò anche l’attenzione delle autorità, alle quali saltò subito all’occhio come non tutto ciò che Lee aveva condiviso lo fosse anche dalle prescrizioni del parco. Aveva ad esempio postato la foto di un fuoco da campo in una stagione in cui accendere fuochi era assolutamente vietato, mentre due altre immagini ritraggono la sua tenda in luoghi dove il campeggio non è permesso.

I giudici riconobbero a Lee che il suo entusiasmo per la natura era sincero, e si giunse a un accomodamento – anche se per lui con un danno comunque considerevole: 1500 dollari di multa e un anno di sospensione condizionale. E dovette inoltre togliere alla rete alcune delle sue foto più gettonate.

Concorrenza nella natura

La storia di Trev Lee potrebbe essere uno spettacolare caso unico. Ma negli Stati Uniti, i protettori della natura guardano al boom virtuale dell’outdoor con preoccupazione. Infatti, non tutti coloro che postano immagini della natura selvaggia su Instagram, Youtube e Facebook lo fanno per amore per la natura.

Considerata una portata di oltre 400 milioni di utenti (Instagram), un’immagine outdoor particolarmente spettacolare può creare una star. Gli «instagrammari» di maggiore successo diventano testimonial di marchi fotografici, aziende dell’outdoor e destinazioni turistiche. Si sventolano viaggi pagati, contratti di sponsoring e persino una carriera di fotografo professionista.

Conseguentemente, i fotografi dilettanti si lanciano in una corsa ai soggetti più spettacolari: fuochi da bivacco accanto a laghi solitari, campi su vette scenografiche, yoga nel profondo della foresta vergine. Più sono discosti e intatti, meglio è. Il problema? Proprio in simili luoghi, la natura è di solito particolarmente fragile. E le location non rimangono segrete a lungo: in taluni «secret spot» si è instaurato un turismo fotografico in piena regola.

Fa bene alla salute

Mentre gli uni stigmatizzano le aberrazioni della commercializzazione di sé in internet, nelle connessioni attraverso Facebook e Instagram altri vedono anche aspetti positivi. Sì, perché anche se casi come quello dell’artista Casey Nocket, che deturpò le pareti rocciose dello Yosemite con dei graffiti, li postò in Instagram e venne rintracciato immantinente dall’amministrazione del parco, suscitano scalpore, non sono rappresentativi. Per i più si tratta invece di condividere con gli amici normalissime esperienze del tempo libero: escursioni, gite con gli sci, un problema di bouldering brillantemente risolto, un tramonto in capanna. La caccia ai «like» avrebbe un ruolo secondario, dice Hanne Haavik1, una giovane ricercatrice nel campo della salute che, nell’ambito di un lavoro per l’Università di Bergen, ha intervistato degli utenti di Facebook. Secondo lei, l’importante è un’altra motivazione: spingere anche gli altri ad «andare fuori».

E, stando ai risultati della Haavik, sembra che funzioni: ­Facebook avrebbe un effetto ampiamente positivo sul comportamento degli sportivi outdoor, afferma. Grazie alle piattaforme digitali, circa tre quarti delle persone da lei intervistate escono più spesso nella natura. «Questo riguarda soprattutto persone tra i 27 e i 35 anni», commenta la Haavik, che vede nei social media un grande potenziale per il promovimento della salute.

Ogni passo direttamente in rete

Non tutti si accontentano di fotografare i momenti salienti della gita. Un passo oltre lo compiono le app che permettono all’utente di registrare integralmente le escursioni nello smartphone per poi condividerle. Molto diffuse tra i mountain biker e i runner sono offerte come ad esempio Strava, che registra i dati GPS, il tempo e il consumo calorico dell’intero percorso e permette di condividerli con altri utenti. Ci si può così confrontare tra colleghi o – come nel caso dell’affermata app Strava – con i professionisti: questi ultimi, infatti, mettono in rete i dati dei loro moduli di allenamento, così che i fan possano misurarsi con i loro idoli lungo i medesimi percorsi.

Come per la condivisione delle foto di gite in Facebook e Instagram, anche qui gli utenti lasciano in rete una larga traccia di dati – ma qui non si tratta di singoli momenti salienti, bensì permette di ricostruire l’intero giro. E questo ha richiamato sulla scena il settore assicurativo: la cassa malati tedesca Generali, ad esempio, accorda sconti ai clienti che registrano digitalmente i loro allenamenti, ritenendoli più in forma e meno suscettibili di ammalarsi.

Anche l’assicurazione contro gli infortuni Suva ha scoperto il tracking, e da quest’inverno, gli sciatori possono registrare le loro discese con l’app «Slope Track» della Suva, che valuta velocità e percorsi di frenata e fornisce all’utente consgli sulla sicurezza. Cliccando l’apposita opzione – attualmente lo fa circa il 50 percento degli user – i dati vengono condivisi direttamente con la Suva, che li utilizzerà per la prevenzione degli infortuni. Come assicura Samuli Aegerter, responsabile della campagna «Sport della neve» della Suva, la trasmissione ha luogo in maniera del tutto anonima: «La app è costruita in modo tale da rendere impossibile risalire a singoli assicurati.» L’anonimizzazione è necessaria anche perché altrimenti sarebbero ben pochi a condividere i dati delle loro discese con i rispettivi assicuratori: il timore di una riduzione delle prestazioni sarebbe troppo forte.

«Tutto può essere materiale probatorio»

Chi si comporta in modo troppo temerario con lo smart­phone attivato non si sente tuttavia troppo sicuro. Se si dovesse giungere a un’indagine legale vera e propria – cosa che negli incidenti in montagna non rappresenta un’eccezione, bensì la normalità – le autorità possono far ricorso a tutti i dati disponibili. «In linea di principio, tutto quanto può essere utilizzato come mezzo probatorio», commenta Gregor Benisowitsch, che in veste di presidente del Centro svizzero di competenza del diritto alpino ha allestito innumerevoli perizie inerenti a infortuni in montagna.

È a conoscenza di un fatto recente nel quale si è fatto ricorso ai dati del tracking. Videocamere da casco, dispositivi GPS e smartphone potrebbero essere considerati dalla polizia quali mezzi di prova. «Soprattutto d’inverno e con cattiva visibilità, le affermazioni dei testimoni sono spesso imprecise, perché le persone stesse non sanno con esattezza dove si trovavano», dice. Con una copertura satellitare sufficiente, lo smartphone indica per contro il punto in cui la persona si trovava con un’imprecisione di pochi metri.

Le sole registrazioni elettroniche non bastano tuttavia a dimostrare alcuna colpa. «Si valuta sempre il singolo caso.» E per influenzare un procedimento dovrebbe sussistere una relazione causale con la causa dell’incidente, altrimenti i dati non sarebbero rilevanti ai fini della valutazione.

Anche Oliver Biefer, esperto legale della Suva, rimanda al principio giuridico della valutazione del singolo caso: «Con la riduzione delle prestazioni usiamo molta cautela», afferma, «e perché ciò avvenga, occorrono gravi contravvenzioni alle regole di sicurezza.» Una sanzione automatica sulla base di registrazioni GPS non sarebbe ammissibile. Su nessuno incombono quindi delle conseguenze solo perché si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato: «È necessaria la presenza di una ben chiara relazione oggettiva con l’evento.»

Per una categoria di sportivi outdoor, però, l’autodocumentazione digitale è diventata un obbligo: gli alpinisti professionisti. Mentre un tempo la conquista di una vetta himalayana veniva comunicata a casa con uno scarno telegramma, oggi si hanno i blog in diretta dalla spedizione, e chi non è in grado di fornire materiale fotografico ha un problema: come Ueli Steck che, stando al suo racconto, nel 2013 perse il suo apparecchio da ripresa sull’Annapurna e non fu in grado di attestare il suo successo con un selfie in vetta. «Dov’eri, Ueli», titolava il supplemento del Tages-Anzeiger. «Picture or it ­didn’t happen»: è la massima della comunità outdoor in rete.

Per i professionisti come Steck, Facebook è ormai da tempo un elemento dell’esistenza professionale: il suo profilo è seguito da 130 000 persone nel mondo intero, pure se è superato dall’arrampicatore americano Alex Honnold (200 000) e dal trail runner catalano Kilian Jornet (556 000).

«A volte sono contento se non c’è copertura»

Nel frattempo, la gestione dell’account Facebook è entrata a far parte del capitolato d’oneri del professionista della montagna. Uno che ricorre intensivamente a Facebook è l’arrampicatore d’élite Roger Schäli, che della piattaforma apprezza la facilità e la rapidità con cui si possono postare testi e immagini. «Posso far scambi con altri senza alcuna complicazione», spiega. Lo scorso autunno, ad esempio, nel parco nazionale californiano di Yosemite grazie ai post ha incontrato numerosi amici arrampicatori. Schäli lascia tuttavia intravvedere che la sua attività nei social media va non da ultimo ascritta anche agli sponsor.

E la gestione del suo profilo Facebook richiede anche una certa organizzazione. Schäli non redige da sé tutti i post, ma invia di tanto in tanto un breve testo con immagini in patria, dove qualcun altro si occupa di pubblicarlo.

Ma questo non è possibile ovunque, anche se la cosa non disturba Schäli – anzi: «Ci sono volte in cui sono contento, quando mi trovo per un mese in una regione priva di accessi a internet.»

L’alpinismo nell’era digitale

Questo testo è la terza e ultima parte della serie che abbiamo realizzato per analizzare vantaggi ed effetti dell’evoluzione digitale nello sport della montagna. La prima parte è apparsa nella rivista 10/2015, la seconda nella rivista 01/2016.

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