Lettere dall’Everest A cura di Giovanni Rossi, prefazione di Andrea Bocchiola

Il ritrovamento del corpo di George Mallory sui pendii sottostanti la cresta nord-est dell’Everest nel 1999 ha richiamato l’attenzione generale su questo alpinista, che prima di allora si poteva dire ben noto solo negli ambienti alpinistici di oltre Manica. Da noi quel certo auto-isolamento dell’alpinismo britannico negli anni del maggiore sviluppo di quello continentale, tra le due guerre mondiali, aveva fatto sì che la figura di Mallory rimanesse avvolta nell’alone di leggenda creato dalla sua misteriosa scomparsa presso la vetta dell’Everest. «Non si tratta di pretendere che tutte le montagne siano sempre belle. Il Chomolari (circa 7300 m), che si innalza d’un sol getto dalla pianura a 3000 metri sopra di noi, era certamente una vista terrificante, sbalorditiva e magnifica, ma nella piena luce del giorno per quanto si possa essere attratti dalle sue rupi prodigiose non se ne è affascinati, si rimane freddi e piuttosto atterriti. Invece nella luce della sera questa regione può essere bella, con montagne nevose e tutto il resto: l’asprezza è domata, le ombre ammorbidiscono i pendii, vi è un mescolarsi di linee e di pieghe fino all’ultima luce, e si arriva perfino ad apprezzare la nudità assoluta, sentendo che qui vi è una pura bellezza di forme, una specie di armonia definitiva.»

Autore

George Mallory

Origine

Tararà Edizioni, Verbania 2018, ISBN 978-88-9779-531-5, € 17,00

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