Norman Dyhrenfurth (1918-2017)

Con l’alpinista svizzero-americano è scomparso anche l’ultimo membro della seconda spedizione svizzera all’Everest.

Il team per la seconda spedizione svizzera del 1952 era al quasi completo. Mancava solo un cameraman. «Mio padre ha detto: ora, mio figlio è un buon alpinista ed è anche un cineasta. E sono stato invitato dagli svizzeri ad andare sull’Everest. Ecco dove è nata la mia febbre per l’Himalaya», ricorda Norman nel libro La conquista del Terzo Polo. Dopo la spedizione lasciò il suo incarico di professore di cinema presso la School of Theater, Film and Television della UCLA per dedicare tutte le sue energie all’Himalaya. Le fondamenta in questo senso erano state gettate dai genitori, Hettie e Günter Oskar Dyhrenfurth, considerati pionieri himalayani negli anni 1930, che avevano introdotto il figlio all’alpinismo già in tenera età. Norman era nato nel 1918 a Breslavia. Dopo cinque anni, la famiglia si trasferì a Salisburgo e due anni più tardi in Svizzera. Nel 1937, Dyhrenfurth seguì la madre in America.

Folle idea

Dopo aver fatto da cineoperatore anche per la spedizione elvetica al Dhaulagiri nel 1960, Norman Dyhrenfurth si mise in testa di scalare l’Everest. Ma siccome c’erano già riusciti Hillary e Tenzing, ci voleva un’idea nuova. Cioè: superare l’Everest. «Hanno fatto qualcosa di assolutamente folle», commentava ancora cinquant’anni più tardi la cronista himalayana Elizabeth Hawley nella Frankfurter Allgemeinen Zeitung. Ma nel 1963, la spedizione americana guidata da Dyhrenfurth ci riuscì. Salì fin quasi alla vetta con la pesante cinepresa nello zaino e realizzò un film talmente spettacolare che la National Geographic Society inaugurò il suo programma televisivo del 1965 con la pellicola Americans on Everest.

L’ultimo decennio, Norman Dyhrenfurth lo ha trascorso a Salisburgo con la compagna Maria Sernetz. Il 24 settembre, è deceduto in una clinica della città austriaca all’età di 99 anni.

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