Piccola gita, grande avventura Sul Allalinhorn via la Holaubgrat

Vere escursioni in quota su roccia e ghiaccio: ce ne sono anche senza accessi lunghi e pericolosi. Ad esempio la Hohlaubgrat sull’Allalinhorn.

Poco prima delle cinque del mattino, il locale scarpe della Britanniahütte CAS sembra un alveare. Tintinnii, cigolii, battimenti di piedi, viavai. Con gli occhi che ancora sognano il cuscino, gli alpinisti si infilano le imbragature, allacciano gli scarponi, si mettono gli zaini in spalla. Chi dalla porta esce all’aria aperta si sente come se avesse lasciato una pentola a pressione, e se ne rallegra: la quiete della notte, l’oscurità che si posa come un balsamo sugli occhi assonnati, e l’aria fresca che accarezza il naso come un ruscello di montagna.

Che nelle miti notti d’estate molti alpinisti trovino la strada per la Britanniahütte non stupisce. Da qui è possibile scalare due imponenti quattromila, il Rimpfischhorn e lo Strahl­horn. E il più piccolo Allalinhorn, che supera il magico limite dei 4000 per ben 27 metri. Accanto ai suoi vicini, appare come un nano a una riunione di giganti.

Quasi per niente

Invece è proprio per questa vetta che noi, due colleghe ed io, ci ritroviamo nel buio del primo mattino fuori dalla Britanniahütte. Accendiamo le lampade frontali e ci integriamo nella fila di punti luminosi che scendono dalla capanna lungo un pendio detritico per poi radunarsi più sotto, sullo Hohlaubgletscher, in piccoli sciami. La nostra cordata a tre, mentre sostiamo per legarci e rovistare nello zaino alla ricerca dei ramponi, è uno di essi.

Da qui in poi, i puntini luminosi puntano a destinazioni diverse, sciamano verso lo Strahlhorn e l’Allalinpass oppure, come noi, direttamente attraverso lo Hohlaubgletscher in direzione dell’Allalinhorn. Quando i nostri primi passi cominciano a scricchiolare, a oriente si fa strada la prima luce del giorno. La piramide dello Stellihorn si erge come una sagoma nera in un cielo di carta seta rosa e azzurra, alle nostre spalle le finestre della Britanniahütte brillano nella semioscurità, e davanti a noi l’Allalinhorn emerge gradualmente dalla notte.

Molti ritengono l’Allalinhorn un quattromila la cui vetta si raggiunge quasi per niente: dalla costruzione del «Metro Alpin», nel 1984, una funivia porta ai 3457 metri della stazione di monte Mittelallalin, da dove una via tecnicamente facile conduce sulla cima del quattromila oltre un paio di fenditure e crepacci. Cosa che non a tutti va a genio, poiché – come scrive Richard Goedeke nella sua opera standard dedicata ai quattromila – «di qui passa l’itinerario delle carovane della via normale, nel quale gli alpinisti normali si sentono corpi estranei».

Biancograt in minore

Ma le cose possono anche andare diversamente. Perché come già scriveva nella sua Guide des Alpes Valaisannes degli anni 1930 il pioniere della montagna Marcel Kurz, l’Allalinhorn è «una montagna relativamente più piccola, ma più complicata delle sue vicine». Uno dei vantaggi è che, oltre alla via normale, numerose creste portano alla meta. Una di esse è la Hohlaubgrat, che collega lo Hohlaubgletscher lungo la cresta est-nord-est in una linea diretta con la vetta. Marcel Kurz trovò questa linea tanto elegante che la descrisse come «tracciata dalla natura» e «la via più naturale dalla Britanniahütte alla vetta».

Mentre saliamo lentamente lungo il ghiacciaio, i primi raggi del sole raggiungono la cima dell’Allalinhorn e si spalmano come miele sulla Hohlaubgrat. Ora possiamo osservare la nostra via in dettaglio, e ci troviamo del tutto d’accordo con Marcel Kurz: davanti a noi, la cresta si innalza in numerose ondate, dapprima dolcemente, poi più ripida, interrotta solo da una piccola cengia rocciosa appena sotto la vetta. «È una scala per il paradiso», penso in quel momento. Una Biancograt in minore.

Mai più solo una variante

Ciò nonostante, attorno a noi tutto è tranquillo. Solo poche altre cordate percorrono la Hohlaubgrat. Molti altri alpinisti si sono scelti come mete il Rimpfischhorn e lo Strahlhorn. Senza fretta, passo dopo passo, saliamo sempre più in alto lungo la nostra cresta. Qua e là sostiamo, per ruotare sui nostri assi e dirci reciprocamente ciò che ognuna di noi già sa: «Vedi laggiù il Täschhorn e il Dom? – Guarda! La vetta del Monte Rosa. – E là il Lagginhorn e il Weissmies!» Poi diamo nuovamente spazio al silenzio, ai nostri pensieri e al passo regolare della salita. Felici di rendere onore al piccolo Allalinhorn su quella che Richard Goedeke definì la «paesaggisticamente grandiosa Hohlaubgrat».

È sconcertante il fatto che, nella storia alpinistica dell’Allalinhorn, questa cresta sia sempre rimasta solo una variante rispetto alla via normale. Infatti, il 28 agosto 1856, il pastore di Saas Johann Josef Imseng, Franz Josen Andenmatten e il britannico Edward Levi Ames (1832-1892) non ne raggiunsero per primi la vetta lungo la Hohlaubgrat, ma provenendo dall’Allalinpass lungo la più breve ma difficile cresta sud-ovest. Quattro anni più tardi, il 1° agosto 1860, fu percorsa per la prima volta l’attuale via normale dal Feejoch. Solo il 27 luglio 1882 il noto storico bernese e cronista del CAS Heinrich Dübi, assieme ad Alphons e Peter Supersaxo, percorse per primo la Hohlaubgrat – pure se solo nella discesa. Fino alla prima salita lungo questa via dovevano trascorrere altri cinque anni: il 12 luglio 1887, i signori H. W. Topham e G. H. Rendall percorrevano per la prima volta assieme ad Alois Supersaxo quell’itinerario che ci vede in cammino in questa giornata di luglio.

Anche se per noi le cose sono più facili rispetto ai quei pionieri, quantomeno alla cengia rocciosa. Dove gli alpinisti di allora avevano incontrato detriti e pietre malferme, noi ci dedichiamo interamente all’arrampicata: il passaggio è ottimamente assicurato con aste e chiodi a perforazione e noi ci godiamo la scalata a 4000 metri di quota, gli scarponi su grandi appoggi e le mani nella roccia scura, riscaldata dal sole.

Inaspettatamente del tutto sole

Poi, ecco che la vetta ci sorprende come un ospite che si presenta alla porta con un’ora di anticipo: appena ci siamo lasciate alle spalle la striscia di roccia e riposto la corda, ed ecco apparire la croce di vetta all’estremità opposta di una breve cresta innevata. Un’ultima traversata nella neve ed eccoci accanto ad essa – con nostra somma sorpresa, sole. Le cordate della via normale hanno già intrapreso la discesa oppure ancora sono impegnate nella salita. Solo una taccola condivide con noi la gioia della vetta. Danza nel vento, saltella attorno allo zoccolo della croce e trotterella tra i nostri zaini. Oggi, però, non avrà croste di pane né di formaggio: rimettiamo gli zaini in spalla, rinunciamo alla pausa e pregustiamo un buon pranzo a valle.

Per la discesa, infatti, ci torna comoda la breve via normale che passa per il Feejoch. In un batter d’occhio raggiungiamo la stazione di monte Mittelallalin, scendiamo a valle con il «Metro Alpin» e a mezzogiorno siamo sedute su una terrazza soleggiata a Saas-Fee. Un bicchiere di vino allungato con acqua fresca, una «Walliser Käseschnitte» e lo sguardo sempre rivolto all’Allalinhorn – quel piccolo quattromila capace di offrire anche grandi avventure.

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