Una settimana per la testa Diventare capogita del CAS (Iª parte)

Senza di loro, niente gite in programma. Ma prima di impegnarsi come volontari nelle rispettive sezioni, i capigita hanno l’obbligo di apprendere la conduzione dei gruppi. Tre candidati ci hanno confidato le loro motivazioni in occasione di un corso del CAS nella Gruyère.

All’Auberge de la Croix di Allières, nello Haut-Intyamon (FR), sono le cinque del pomeriggio. Mentre fuori le raffiche di vento fanno turbinare la neve fresca della giornata, i candidati al titolo di capogita studiano il foglio 1 : 25 000 Château-d’Oex della CN. Sébastien Fragnière, una delle guide responsabili della settimana, ha appena comunicato loro che l’escursione del giorno successivo si svolgerà nella regione dei Rochers des Rayes. «Il vostro compito è di studiare un itinerario di salita e di discesa interessante in funzione del terreno e delle condizioni meteo.» Già, perché questa settimana il tempo è stato tutt’altro che clemente e non ha certo facilitato il compito dei nostri candidati. Vento forte, pioggia, nevicate e pericolo di valanghe di livello 3: tutti elementi di cui gli apprendisti capigita devono tener conto per pianificare la loro gita.

Trasporre la teoria nella realtà

Yvan Schmutz, matematico 53enne, sembra a suo agio nel reperire il tracciato sulla carta. «È un esercizio che già padroneggio bene. Nel mio mestiere, sono abituato a calcoli e proiezioni ben più complessi», spiega. Dopo cinque anni in seno alla sezione Diablerets-Morges, Yvan si è iscritto alla formazione con l’intento di perfezionare le sue conoscenze del manto nevoso in vista delle escursioni che intende compiere con regolarità.

«Dopo aver seguito un primo corso valanghe quest’anno, mi è venuta la voglia di migliorare e approfondire le mie conoscenze. Il mio scopo è di meglio interpretare i dati dei bollettini delle valanghe e di valutare correttamente la situazione sul terreno. Perché in teoria, tra la carta e il computer è facile definire una traiettoria, ma sul terreno non è sempre altrettanto evidente», commenta. Accanto a lui, Nicole Favre, tassista di 54 anni, aggiunge: «L’esercizio si fa più difficile quando non si conoscono assolutamente i luoghi. Faccio ancora molta fatica a trasporre la teoria nella realtà. Ma tutto verrà con la pratica.»

Trasmettere conoscenze

Appassionata della montagna sino dall’adolescenza, Nicole vede in questa formazione l’opportunità di restituire in qualche modo tutto ciò che ha ricevuto in seno al CAS. «A 14 anni, quando volevo cominciare ad andare in montagna, per me era impossibile. Vengo da un ambiente in cui ci si appassiona al calcio e si pensa che le ragazze non abbiano nulla a che vedere con la montagna. E all’epoca, il club non accoglieva volentieri le signore. Quando ho cominciato a guadagnare, un paio di volte ho assunto una guida per dei corsi estivi a Chamonix. Ma era molto caro, e mi frustrava il fatto di non poterne fare di più.»

Al suo ingresso nel CAS, nel 2006, Nicole si dedica allo sci e quindi alle pelli di foca. Ne approfitta per seguire i numerosi corsi proposti dalla sezione Diablerets. «Per me, il fatto che nel CAS tutto sia così semplice è stata una grande scoperta. È per questo che oggi desidero subentrare e guidare a mia volta i principianti nelle escursioni. Sono molto riconoscente nei confronti di tutti coloro che mi hanno fatto scoprire questo ambiente.» Questa volontà di trasmettere le proprie conoscenze nell’ambito della struttura del club è la motivazione di circa il 70 percento dei partecipanti», afferma Sébastien Fragnière. «Solo un terzo dei membri segue la formazione solo per uno scopo individuale.»

Decisioni difficili sul terreno

L’indomani mattina, in circa mezz’ora di macchina, le due guide e gli undici partecipanti sono passati dalle Prealpi friborghesi alle Prealpi vodesi. Sono le 9 a Ciernes Picat, ai piedi del Vanil Noir. Studiata la sera della vigilia, l’escursione della difficoltà PD- è guidata a turno da Yvan, Nicole e Christelle.

Alla partenza, Christelle Godat, linguista di 40 anni, esegue il controllo dell’ARTVA, la carta topografica al collo. Colei che ha conosciuto le pelli di foca quattro anni fa con il club è oggi alla testa della fila. «È una sfida molto stimolante, poiché mi spinge a preparare un’escursione in maniera ottimale. L’aspetto che un po’ temo è di non avere abbastanza autorità per affermarmi nell’ambito di un gruppo numeroso.» Quello stesso giorno, tuttavia, una decina di persone calcano le sue orme con rispetto.

Giunti al passaggio delicato del percorso, in cima a un pendio ripido a strapiombo su una cengia rocciosa, le guide osservano i capigita mentre si organizzano. «Per loro, l’aspetto più difficile sono le decisioni da prendere sul terreno. Tipicamente, in queste situazioni delicate tendono a guardare noi e a interpretare la nostra mimica in cerca di un consiglio», spiega Jacques Grand-jean, guida alpina. E Christelle precisa: «Le escursioni di questa settimana andavano bene per un gruppo di futuri capi cordata, ma non le programmerei con dei principianti. Personalmente, conto di limitarmi a itinerari facili o poco difficili.»

La fine del corso è solo l’inizio

È mezzogiorno quando il gruppo raggiunge la cima dei Rochers des Rayes, a 2026 metri di altitudine. Il forte vento accelera abbracci e congratulazioni. Tolte le pelli di foca, il gruppo scende di un centinaio di metri per mettersi al riparo dalle raffiche.

In vista del passaggio delicato della discesa, Yvan, Nicole e Christelle decidono di formare tre gruppi. Disposti in punti chiave, assicurano la traversata degli altri partecipanti. Nicole commenta che «in queste situazioni si vede che siamo dei giovani capigita. Nessuno di noi dispone di molto margine.»

Per decisione delle due guide, la seconda metà della discesa passa per un ampio canalone. Il gruppo deve poi orientarsi tra radure e abeti fino alle vetture. Orientamento, pendenza e qualità della neve: tutto deve essere preso in considerazione per tracciare la traiettoria ideale. Al quinto giorno di corso, i partecipanti si sentono sempre più a proprio agio, ma lasciano comunque trasparire i segni della fatica. «Credo che per tutti noi, il conseguimento del titolo di capogita non sarà un traguardo, ma piuttosto l’inizio di una nuova avventura», conclude con saggezza Nicole Favre.

Una serie dedicata a tre capigita

Dal 2010, i capigita del CAS hanno l’obbligo di seguire una formazione. Nel corso degli ultimi 20 anni, i loro compiti si sono in realtà molto evoluti. Se allora non si diventava soci del CAS ­senza una certa esperienza della montagna, oggi ci si iscrive proprio per muovere i primi passi nel terreno alpino. Sotto la guida di capigita sperimentati, che si assumono in questo una grande responsabilità. In un’epoca in cui le accresciute esigenze portano al rifiuto di non pochi candidati potenziali, seguiamo con una serie di articoli tre capigita nei loro primi anni di attività. Contiuazione nel prossimo inverno.

Perché non lei?

Che si tratti di alpinismo invernale con gli sci o le racchette, di alpinismo estivo o di arrampicata sportiva, il CAS propone ogni anno una moltitudine di corsi volti ad acquisire le conoscenze necessarie per guidare dei gruppi sul terreno. Aperti a tutti, soci e non soci del CAS, l’istuzione è affidata a guide alpine. I soci del CAS che intendono poi impegnarsi come capigita nell’ambito delle loro sezioni hanno diritto a una sovvenzione.

Maggiori informazioni in merito a requisiti, formazione continua e modalità di iscrizione all’indirizzo www.sac-cas.ch → Formazione → Offerta di corsi.

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