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Un anniversario al Cervino

Remarque : Cet article est disponible dans une langue uniquement. Auparavant, les bulletins annuels n'étaient pas traduits.

Di Arturo BelIoni

Un alpinista non è mai sazio, e, quando compie una scalata, tra un pinnacolo ed uno strapiombo, i suoi pensieri volano già alle cime che tenterà di scalare l' anno seguente: ed è così che un giorno, mentre salivo il famoso schienone del Roseg, alla vista del rifugio Marco Rosa, il mio pensiero si rivolse al Re delle Montagne: il Cervino. Quell' anno avevo in programma anche il Bianco Grat, ma in seguito ad un incidente imprevisto durante la salita della Perlusa, non potei conquistare quella vetta tanto desiderata. Subito lo scacco proprio quando già assaporavo i 4000, decisi, per il mio cin-quantesimo, di raggiungere la cima del Grande Monte, se possibile, per la cresta di Zmutt.

Una sera d' agosto, mentre salivo il ripido sentiero che porta al Rifugio Trift, la mia mente era invasa da tristezza ( cosa strana per un alpinista che si trova in mezzo ai colossi ). A causa del servizio militare, non avevo potuto allenarmi, e triste ero appunto perchè temevo che forse il Zinal-Rothorn, che dovevo salire il giorno dopo, come allenamento, avrebbe dato al mio fisico impreparato il colpo mancino che l' anno prima gli era stato inferto dal grande Roseg.

Ed eccomi, dopo le sgroppate al Rothorn ed alla Dent Blanche, arrivato finalmente al confronto col più bel monte d' Europa, il Cervino. Una calma e bella sera mi trovò alla capanna Hörnli: ero felice: le scalate precedenti avevano in pochi giorni preparato i miei muscoli a cimenti di alta classe: lo scherzo dell' anno prima non si era quindi ripetuto. Solo una controversia, causata dal cattivo tempo della notte precedente rendeva la cresta di Zmutt pericolosa: mi decisi perciò di seguire la via normale.

Alle 3.30 sveglia: altri turisti erano già partiti, fra i quali la famosa guida Fritz Moritz e Peter Jos. Aufdenblatten con un allievo. Alle quattro sacco in ispalla: si parte. Dopo pochi passi incomincia l' attacco: tranquillamente ci si incorda. Ugo, il mio compagno, è capocordata ( Magia gli ha ceduto il posto ), e attacca il famoso crinale come se fosse di casa: le lanterne sono accese, la roccia è coperta da un fine strato di vetrato, che ci obbliga alla massima prudenza. Odo più sotto la cordata Magia-Berto-Pedrazzini. Un' ora circa è già trascorsa: le lanterne sono spente e la sagoma snella della montagna è là a picco sopra le nostre teste, sento già nel mio intimo che anche il Cervino farà parte delle nostre conquiste. Il vetrato è però ancora fastidioso: malgrado ciò dopo un' ora raggiungiamo le due cordate degli amici di Ginevra.

All' apparire del sole, il quadro che ci circonda acquista improvvisamente un fascino nuovo ed imponente. Finalmente siamo in presenza di quelle cime che ieri si scorgevano in piccolo dal nostro rifugio più caro: il Pairolo. Fra un passaggio e l' altro scorgiamo di profilo il tetto della capanna Solvay, e poco dopo abbiamo la soddisfazione di entrare in quel nido di aquile. Un sorso di té, e si attacca decisamente quella che è la parte più ardita e difficile del Cervino: uno strapiombo abbastanza delicato ci porta più sopra, alle famose placche, e finalmente raggiungiamo le prime corde fisse. Più avanziamo, più lo strato di neve aumenta: davanti a noi la guida Moritz è alle prese colla calotta terminale; in quel punto incontriamo P. J. Aufdenblatten, che col suo cliente è già di ritorno: un bel exploit! Si raggiunge in seguito la cappelletta: alle 10, con un freddo pungente, la vetta è nostra.

Masticando frutta secca, non posso impedire al mio pensiero di correre ai primi conquistatori di questa grande montagna: a Whymper, che senza corde fisse riuscì a vincere il colosso: al Grande scomparso di quella giornata, la guida Croz: al tenace e grande Jean Antoine Carrel, immolatosi proprio alle pendici, dopo aver portato in salvo la sua cordata: all' audace Mosley, ai non comuni alpinisti Sinigaglia, e Rey, e a tanti altri pionieri l' alpinismo.

Lo sguardo corre, instancabile, alle cime più belle. Ecco il Dom, l'Alphubel, il Rimpfischhorn, la Dufourspitze, nella grande cerchia del Rosa: la cima più alta della Svizzera, il Lyskamm, chiamato anche « il mangiatore di uomini »: il Breithorn, che fa pensare alla magnifica discesa cogli sci, poi, a due passi, la Dent d' Hérens, la Dent Blanche, l' Obergabelhorn, il maestoso Zinal-Rothorn e da ultimo il colosso Weisshorn: un vero anfiteatro dei 4000. Ma l' ora si avanza, e si riprende la via del ritorno. All' inizio si procede lentamente, poichè la neve comincia a sciogliersi: ma allo strapiombo della cappelletta si viaggia più spediti, e in poco tempo raggiungiamo il rifugio Solvay. Non vi si può entrare senza pensare con devozione e ammirazione a Colui che ne fu il benefattore. Nella salita la capanna era tutta cinta di neve, e il tepore dei primi raggi scioglieva già la crosta ghiacciata del tetto, ora la neve è tutta scomparsa e il rifugio prende veramente l' aspetto di un nido di aquila. La sosta è assai prolungata e minuziosa ne è la visita. Vi è un po' di tutto lassù: dalla Solvay possiamo infatti ammirare i verdi tappeti dello Staffelalp, e quando ci incordiamo, un senso di nostalgia mi prende all' idea di dover abbandonare quel luogo così in armonia colla natura e colle abitudini di noi rocciatori.

La discesa si traduce in una deliziosa passeggiata e arrivando alla Hörnli ( dove la cordata di Magia era già ad aspettarci ), troviamo il simpatico guardiano di quella capanna, che compì quest' anno la centesima scalata al Cervino: non manca pure una bottiglia di buon vino, per meglio festeggiare il mio 50°.

Brindando alla vittoria sul colosso, i nostri occhi sono fissi alla cima, lanciando la sfida, per l' anno prossimo, alla via di Furggen.

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