Monument Valley-Arizona

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DA RICCARDO LEGLER, PONTE S. PIETRO/BERGAMO

Con 3 illustrazioni ( 61-63 ) II Continente Nordamericano, occupato dagli Stati Uniti e dal Canada, si estende dal Golfo del Messico alle zone boreali a dall' Oceano Atlantico al Pacifico offrendo al turista infinite possibilità ed inaspettate sensazioni. Chi viene dal vecchio mondo è colpito specialmente dai molti Parchi Na-zionali distribuiti nelle zone più interessanti per la protezione della natura: parchi immensi, coperti da foreste vergini nel vero senso della parola e conservati nella loro primitiva bellezza, dove laghi nascosti nel folto della vegetazione rispecchiano cime nevose e ghiacciai scintillanti, dove niente si tocca, dove le forze della natura, anche quelle distruttrici, agiscono liberamente, paradiso di una fauna eccezionalmente varia e numerosa. L' enorme vertebra delle Montagne Rocciose, che raggiunge i 4000 metri di altezza, offre infinite possibilità all' alpinista quantunque questo sport sia ancora abbastanza trascurato perché si preferisce il camping, la caccia e la pesca, dove ciò è permesso.

Ma l' impressione assolutamente nuova, inaspettata, perché tanto diversa per chi viene dall' Eu, la dobbiamo allo Stato dell' Arizona confinante col Messico; a quegli altipiani quasi deserti, alle incredibili forme geologiche, all' aria priva di umidità e di una trasparenza cristallina che ravviva maggiormente i colori inverosimili della sabbia e delle rocce, alla fioritura primaverile della grande famiglia delle piante grasse che danno una nota strana al desolato paesaggio.

L' Arizona ha una superficie di poco inferiore a quella dell' Italia ma non raggiunge oggi neppure i due milioni di abitanti, nonostante che durante l' ultima guerra siano state sviluppate, per ragioni di decentramento e per il clima favorevole, molte industrie meccaniche, elettroniche, aeronautiche, ecc. La floricoltura, la produzione degli ortaggi e del cotone divennero redditizi solo dopo che la costruzione di dighe gigantesche ed una fitta rete di canali permisero di fare arrivare l' acqua su questi terreni aridi e sitibondi che oggi ricompensano con una incredibile fertilità le fatiche dell' uomo. A nord si trovano le ultime propaggini delle Montagne Rocciose alte quasi 4000 m che sono fortunatamente il grande serbatoio idrico del paese, con boschi magnifici e corsi d' acqua che purtroppo, arrivando all' altipiano, scompaiono in profonde gole, e fra queste l' ottava meraviglia del mondo, come dicono gli americani, il Grand Canyon del Colorado, che ha aperto una voragine di ben 2000 metri di profondità e della lunghezza di oltre 30 km. Nelle vicinanze del Canyon, v' è un' attra sensazionale, per ora ancora quasi sconosciuta almeno in Europa, e che mi premeva di visitare incoraggiato dai film del Wild West: la Monument Valley ( la Valle dei Monumenti ). Per arriMit Genehmigung der Sezione Antonio Locatelli-Bergamo CAI, " aus « Annuario 1963 ».

varci ci sono ca. 400 km di autostrade ora ottimamente asfaltate. Sotto un sole rovente attraversammo la prima zona di questo immenso deserto. Quale fu la mia meraviglia, quando l' autista mi mostrò, parzialmente sepolti nella sabbia, enormi tronchi di alberi pietrificati ed impronte di animali preistorici nella melma pietrificata: probabilmente Dinosauri. Lungo l' interminabile nastro della strada vedo carcasse di automobili abbandonate, gomme usate, bidoni di benzina, come le carovaniere del Sahara sono segnate dagli scheletri dei cammelli. Ora nella landa deserta spuntano le prime sentinelle della Monument Valley: giganteschi pilastri calcarei chiamati Piedi d' Elefante. Il sole tramonta, finalmente lasciamo l' asfalto per una strada sabbiosa che ci porta al nostro Motel rannicchiato sotto la mole di enormi cupole di roccia arroventate dagli ultimi raggi. Il Motel è perfettamente attrezzato: belle camere con doccia - proprio qui dove l' acqua è tanto preziosa - ottimi letti e vitto mi sorprendono piacevolmente. Prima di coricarci ammiriamo il deserto che si stende ai nostri piedi cosparso di strane forme rocciose sotto il pallido chiarore della luna piena.

Il giorno dopo formiamo un' unica spedizione con altri turisti. Per percorrere il deserto è necessaria una Jeep col comando sulle quattro ruote per non restare bloccati in certi passaggi dalla sabbia profonda e finissima. Ci avviciniamo al primo monumento, alto, maestoso, quasi organo di cattedrale colla regolare disposizione delle canne. Ci troviamo improvvisamente in un mondo strano e sconosciuto, di fronte ad un miracolo della Natura, non ripetuto in qualsiasi altra parte del mondo in queste forme, in questi colori incredibili, in questa impressionante, immensa solitudine. Attoniti ci guardiamo attorno; in ben proporzionate distanze scorgiamo altri monumenti, sempre nuovi e diversi, collocati da artisti misteriosi ben consci del compito di dare un perfetto equilibrio al paesaggio. Procediamo e penetriamo in questo mondo fatato: qui si erge in colori smaglianti un' ardito arco naturale di ragguardevoli dimensioni, là si apre una caverna altissima, dove la luce filtra dall' alto da un' apertura circolare come nel Pantheon e disegna curiosi arabeschi sulle sporgenze delle pareti, e più oltre ammiriamo una strana forma di roccia che ricorda perfettamente uno stivale da cow-boy. E dappertutto spuntano lungo il nostro percorso altre torri pericolanti, altre pareti levigate e meravigliosamente colorate, che si slanciano improvvisamente dalle sabbie del deserto. Purtroppo siamo in autumno ed il caldo ha bruciato da tempo tutta la vegetazione. Solo alcuni vecchi ginepri incredibilmente storpiati e fertili alzano le loro scarne membra al cielo come per dare maggiore drammaticità al paesaggio.

C' imbattiamo in un accampamento di indiani della tribù dei Navajos che ormai si sono pure attrezzati per approfittare del turismo sempre più imponente. Ci attendono per mostrarci la loro arte di tessere i tappeti, molto belli e di gusto messicano, sono anche abilissimo artigiani, lavorano l' oro e l' argento e sono anzitutto esperti canestrai: questi canestri ricordano stranamente l' antica arte sarda. Qui nel deserto le tribù vivono con le loro pecore, ma di cosa vivono quest' ultime non riesco a capire, qua dove non cresce un filo d' erba.

Nel pomeriggio dopo uno spuntino ed un riposo all' ombra di un' immensa parete sorprendiamo una mandria di capre e di pecore che discende dalle dune di sabbia sospinta da due indiane a cavallo per essere abbeverate ad un piccolo ruscello miracolosamente vivo in mezzo a tanta siccità. È uno spettacolo unico; faccio scattare continuamente la mia Leica, ma chi può sfruttare, in una sola giornata, queste possibilità sbalorditive per un fotografo tutto teso per assicurarsi quello che non vedrà mai più nella sua vita! Purtroppo ci sono riuscito solo parzialmente, ma quando nella luce di uno spettacolare tramonto ardevano come torce le guglie sottilissime nel loro impossibile equilibrio, quando nei raggi infuocati splendevano come fortilizi questi fantastici monumenti della Natura, mi sono detto che il destino mi aveva fatto dono di una delle più belle avventure della mia vita. Alcuni giorni dopo lasciavo definitivamente dietro di me questo mondo incontaminato ed immutabile per rientrare purtroppo in quello degli uomini. Il contrasto fu forte. Dopo due giorni di treno mi trovai nel groviglio di Chicago e si doveva fare nuovamente attenzione ai segnali rossi e verdi!

Due anni dopo il mio ritorno in Italia mi accorsi che cominciava a manifestarsi quella nostalgia sottile che si definisce il « mal d' Africa »e che nel mio caso era il « mal d' Arizona ». Naturalmente la cura migliore, se non definitiva, era di visitare nuovamente questo strano mondo e di completarne la conoscenza che era rimasta solo parzialmente soddisfatta. Le circostanze erano favorevoli, una visita ai miei figli stabilitisi negli Stati Uniti e nel Canada s' imponeva ed i miracolosi quadrigetti avevano annullato le distanze ed aumentato la comodità del viaggio. Mia moglie ed io partimmo in maggio con un quadrigetto dell' Alitalia: New York, Washington, Chicago, dove ci fermammo, non erano che tappe per raggiungere rapidamente la nostra méta. A Chicago ci separammo, mia moglie raggiunse Vancouver ( Canada ), dove l' attendeva nostra figlia, io invece proseguii per Phoenix, la capitale dell'Arizona. Arizona è naturalmente un nome spagnolo e significa arida-zona, nome ben meritato, ma anche Phoenix, Fenice, forse dovrebbe ricordare ai posteri che la città era nata, quasi miracolo di resurrezione, in una zona bruciata e sitibonda. Difatti appena scesi dall' ae un soffio d' aria infuocata c' investe, tanto più sentito in quanto uscivamo, senza essercene accorti, da un ambiente ad aria condizionata. Ma questo forno non ebbe il tempo di abbrustolirci poiché anche il pullman che ci portava in città era condizionato e così trovammo in seguito tutti i ristoranti, gli alberghi con piscine sul tetto, gli uffici e cinema e naturalmente anche i grandi magazzini di vendita, affollati non tanto da chi era in cerca di mercé, ma piuttosto di refrigerio per affrontare meglio le vie infuocate con 38/40 gradi all' ombra. Non per niente l' Arizona america-namente strombazza che è lo stato più completamente condizionato della Federazione! Questo primato è stato naturalmente imposto dalla necessità. Senza questo aggiornamento tecnico il rapido sviluppo industriale non avrebbe potuto verificarsi.

Questa volta, anziché da Nord, iniziavo il mio viaggio attraverso l' Arizona da sud, per conoscere quella zona desertica, vicina alla frontiera messicana, dove quegli strani esseri che sono le piante grasse, hanno raggiunto il loro più caratteristico e svariato sviluppo. Per di più ero arrivato in primavera per coglierle nel momento della fioritura quando le piogge trasformano queste lande sterili in un giardino fiorito. Sono stato abbastanza fortunato. Il gigante del deserto, la cactea a candelabro, chiamata Saguaro, era in piena fioritura ed era davvero stupefacente veder spuntare da questi tronchi irsuti e spinosi dei mazzi di fiori deliziosi con tinte delicate, che davano l' impres di un elegante cappellino da signora calzato lassù con disinvoltura. La scanalatura dei tronchi massicci, alti da sei a otto metri, nella sua regolarità geometrica da l' impressione di una perfetta colonna dorica di stupefacente effetto e non per niente il fiore è diventato il simbolo dello Stato di Arizona. Naturalmente anche qui sono state create zone di rispetto, parchi nazionali e giardini botanici dove vediamo vivere e fiorire, nella stagione propizia, incredibili forme che fanno pensare ad una vegetazione preistorica in perfetta armonia colla squallida zona che la circonda. La varietà dei fiori e dei colori è infinita. Vi sono i cosidetti barili d' acqua, le decorazioni lanose dei Teddy Bears, le perfette palle spinose, quasi palle da football che non sembrano radicate al terreno, e poi in altre zone incontriamo le forme eleganti delle Jucca, che vegetano anche da noi ma non nelle proporzioni come le vediamo nella loro terra natia. Poi le piccole creature nella sabbia finissima e dorata coi fiorellini quasi impercettibili, come sono purtroppo impercettibili anche tutte quelle spine affilate ed uncinate cadute dalle piante e sparse sulla sabbia, che penetrano perfino nel cuoio delle scarpe e guai a chi, senza pensarci, s' inginocchia per fotografare: ne ho fatto l' esperienza! Non si comprende a cosa servano tutte queste spine e contro chi debbano proteggersi questi esseri colle loro ispide corazze. Solo una specie di picchio pratica dei buchi nei tronchi dei Saguaro e vi nidifica pure; del resto la fauna è assai scarsa, c'è solamente una specie di marmotta ed una piccola volpe. Naturalmente a nord, nelle montagne, vi sono cervi, caprioli e lepri ed i laghi e fiumi sono assai pescosi.

Finalmente da Chicago giunse mio figlio Franco: noleggiammo un' auto e dopo una breve sosta al Grand Canyon proseguimmo per la Monument Valley giungendo a notte alta al Motel che già conoscevo. Capita di frequente, rivedendo luoghi che ci hanno lasciato profonde e vive impressioni ed ai quali il nostro pensiero è continuamente ritornato, di provare inaspettate delusioni. Per render-mene conto desideravo dare un primo colpo d' occhio da un nuovo punto di vista. Rimasi turbato, nella luce di una giornata magnifica il sogno si era nuovamente trasformato in realtà e mi dissi che davvero non avevo fatto inutilmente questo lungo viaggio. Questo nuovo incontro mi confermava che il paesaggio aveva conservato il suo fascino misterioso e che nella incredibile varietà delle forme e dei colori, avvolto nell' atmosfera di silenzio e di solitudine, era rimasto l' ineguagliabile capolavoro della natura perfettamente aderente ai miei ricordi. Ero felice di visitare un' altra volta, in compagnia di mio figlio, questi monumenti tanto perfetti nella loro costruzione, queste grotte e pareti dipinte dagli agenti atmosferici, questi ponti arditi e snelli, specialmente ora che ci trovavamo nella stagione primaverile con effetti di luce ed ombre tanto diversi da quelli che avevo incontrato la prima volta. E, meraviglia, anche qui il deserto, nemico della vita, si era trasformato in un tappeto fiorito dove le povere pecore potevano pascolare con la prospettiva d' ingrassare! E nel cielo, altro spettacolo inconsueto, veleggiavano nuvole evanescenti dando un nuovo volto al paesaggio.

Ma più di ogni altra cosa rividi con gioia quella splendida scogliera di torri, di aghi, questi denti tanto esili, quasi fragili che nella luce del tramonto si tingevano nei colori più inverosimili e smaglianti. E pensavo come sarebbe stato bello drizzare, con un amico, una tenda ai piedi di questo mondo ciclopico ed osservare, allo spuntare del sole, le ombre di questi obelischi a segnare le ore sul quadrante rosso vivo del deserto. E poi avremmo attraversato questa barriera formidabile per scoprire il mistero che custodisce, vedere il rovescio di questa straordinaria successione di pareti e di guglie, perché non possedevo fotografie né potei leggerne una descrizione. Ma forse i sogni per essere perfetti debbono rimanere tali e questo era purtroppo il mio caso. I turisti americani non comprendevano le mie fantasticherie, si meravigliavano che davo tanta importanza a quello che chiamavano sassi e non ne comprendevano la bellezza; probabilmente avrebbero preferito un bel grattacielo in mezzo al deserto!

H conducente del Motel ci raccontò che quattro giovani scalatori avevano salito per la prima volta la guglia più impressionante nell' anno 1957. Mi fu possibile mettermi in contatto con uno di essi dopo il mio ritorno, il quale gentilmente mi fece avere non solo la relazione tecnica ma anche un buon numero di ottime diapositive fatte durante la scalata. Questo stupendo obelisco, dalle forme e dall' equilibrio pazzo, chiamato il Totempole, nome indiano che gli indigeni del nord hanno dato ai tronchi altissimi da loro scolpiti e posti vicino alle abitazioni - si ritiene a protezione contro gli spiriti maligni - posa sopra un zoccolo piramidale di circa 90 metri sopra il livello del deserto, poi per altri 120 metri circa si slancia con straordinaria arditezza. I quattro scalatori avevano una perfetta conoscenza per chiodare questa roccia arenaria piuttosto friabile avendo precedentemente salito l' Ago di Cleopatra, una perfetta lama levigata. Il campo fu attrezzato alla base della torre e la conquista costò tre giorni di duro lavoro, gli scalatori discendevano sempre all' accampamento lungo le corde fisse per evitare estenuanti bivacchi e ritornavano la mattina al punto raggiunto col sistema dei nodi Prusik. L' estrema sottigliezza della torre, di circa sei metri di diametro in media, e la posizione dei blocchi, apparentemente fuori equilibrio, creavano un serio problema psicologico assieme al vento che faceva dondolare gli alpinisti in parete. La salita non è stata ripetuta. La California ed il Canada offrono molte possibilità alpinistiche nella grande catena delle Montagne Rocciose, ci sono anche Clubs Alpini, ma finora i membri si dedicano meno alle salite d' impegno, che alle lunghe spedizioni di camping per staccarsi dalla civiltà. Vanno a caccia nelle bellissime valli ancora quasi vergini e praticano la pesca nei fiumi e nei leghi ricchi di magnifiche trote. E così trovano la solitudine ed il riposo meglio che da noi anche se andiamo in alta montagna.

Mi staccai a malincuore dalla Monument Valley che mi aveva conquistato una seconda volta perché era una separazione definitiva. In questo deserto ogni giorno è un trionfo di luce e di serenità, i progetti possono essere fatti con tranquillità e non portiamo inutilmente con noi la Leica. C'è una cosa sola che disturba: la sabbia mobile che si accavalla in dune arabescate dal vento, come la neve farinosa, ed è talmente fine che penetra negli abiti, inaridisce le mucose, s' infiltra nelle valigie dell' auto che si credono ermeticamente chiuse ed è una costante minaccia per gli apparecchi foto-grafici. Ma malgrado questo ho portato con me, nelle riuscite diapositive a colori, una buona parte di quello che ho visto; alla Leica debbo tanti istanti di trepidanti ricerche, che mi ha sempre incitato per andare alla ricerca dell' immagine perfetta che ci assilla e grazie a lei conservo la documentazione delle sublimi creazioni della natura che hanno fatto esultare il mio cuore.

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